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Il cielo in una stanza

Il cielo in una stanza

Abitare in ambienti sani ha un senso…anzi cinque!

di Egidio Raimondi

Da tanti anni ormai mi occupo di progettazione sostenibile, stili di vita sani e  strategie a basso impatto ambientale, con particolare attenzione agli ambienti confinati, chiusi, indoor che dir si voglia.

L’importanza di creare o rendere questi ambienti più sani, meno inquinati e dannosi per la salute umana, rispetto allo standard corrente risiede nel fatto che ci trascorriamo oltre l’80% del nostro tempo, quotidianamente!

Non si parla solo di casa infatti, ma di ufficio, fabbrica, scuola, cinema, teatro, palestra, discoteca, bar, ristorante, ambulatorio…

Ma come può una persona che non abbia particolari competenze tecniche e/o sensibilità distinguere un ambiente sano da uno insalubre, un materiale innocuo da uno tossico, una buona pratica da un comportamento impattante?

Cominciamo col dire che non è affatto cosa facile. 

Si tratta di liberarsi da decennali “incrostazioni”, che il potente marketing delle multinazionali del petrolio e della chimica di sintesi ci ha stratificato addosso, spacciandole come ritrovati miracolosi e soprattutto a buon mercato!

Paradossalmente oggi è provato che viviamo in ambienti che sono più inquinati e nocivi delle trafficate aree urbane e… non ne siamo consapevoli.

Basti pensare alle sostanze contenute, sotto forma di solventi, additivi, pigmenti, coloranti, reagenti, ecc… in vernici, collanti, sigillanti, impregnanti, cementi, malte, cere, finiture, resine… de cui oggi l’edilizia è letteralmente invasa!

Solo cinquant’anni fa i materiali dell’edilizia si contavano sulle dita delle  mani: mattoni, calce, cemento, legno, ferro, vetro, ceramica… Poi l’era del petrolio, con tutti i suoi derivati, e la chimica di sintesi hanno cominciato a sfornare molecole e polimeri dai laboratori delle multinazionali, disseminandoli capillarmente in ogni angolo del paese.
La logica che è passata è quella secondo cui chiunque, anche i meno esperti e meno pratici, potevano da allora diventare imbianchini, falegnami, fabbri, muratori…, imparando l’arte del fai da te, e applicando i prodotti “miracolosi” semplicemente leggendo e seguendo le istruzioni del produttore.

Risultato? incremento esponenziale delle patologie connesse ad inalazione di solventi e altre sostanze, o semplice esposizione, da parte degli operatori dell’edilizia e degli abitanti, riduzione della durata delle opere con invecchiamenti precoci dei manufatti, rifiuti speciali da smaltire a caro prezzo a fine vita utile! 

E così quello che sembrava a buon mercato ha presentato un salatissimo conto di costi indiretti, legati all’ambito sanitario, dei rifiuti e dell’ambiente in generale.

Per avere un’idea di quali pericoli si tratta vi invito a guardare il video che segue, in cui il professor Ernesto Burgio (ISDE – Medici per l’Ambiente) spiega alcuni degli effetti dell’inquinamento sull’uomo.

Ma allora che fare? Cosa può fare il cittadino medio per rimediare a questa situazione? Come può “salvare” se stesso e gli altri dai pericoli connessi agli ambienti insalubri?

Innanzitutto servono alcuni strumenti di base per poter “leggere” gli ambienti e capire se e come approfondire e, nel caso, intervenire per rimuovere o ridurre le criticità.

Fermo restando l’opportunità di rivolgersi a professionisti esperti, alcune piccole chiavi di lettura semplici, la riattivazione di sensibilità, una volta ancestrali ma ormai assopite, nozioni di base ed esempi di buone pratiche, possono essere un buon viatico per iniziare un percorso di crescita fisica e psichica, a vantaggio di tutta la comunità di riferimento.

L’incontro con la mia amica naturopata Simona Sottili (www.simonasottili.com) ha rafforzato in me la convinzione che questi temi andassero sdoganati dalle stanze dei tecnici e diffusi come antivirus di massa, tradotti in linguaggio semplice e arricchiti di esempi concreti.

Ma soprattutto, dalle nostre chiacchierate è emersa fortissima la necessità di riportare a una dimensione umana, e in armonia con la natura, tutto il tema dell’abitare e del vivere contemporaneo, riscoprendo vecchie sensibilità, abitudini e comportamenti.

Per far sì che tutto questo diventi realtà io e Simona abbiamo strutturato un’esperienza formativa (chiamarlo corso sarebbe riduttivo) di un fine settimana, in cui cercheremo di trasmettere questa sensibilità e fornire gli strumenti pratici per muoversi nel quotidiano e operare le proprie scelte con la necessaria consapevolezza e un minimo di competenza, quanto meno per porsi e porre le domande giuste all’ interlocutore di turno, in modo da ricevere le giuste risposte!

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

Quando “isolarsi” conviene

Quando "isolarsi" conviene

Cosa sapere per scegliere il sistema di isolamento Termico più adatto

di Egidio Raimondi

Il caldo torrido di questi giorni porta alla ribalta della sensibilità di ciascuno di noi, esperto o profano che sia, il tema dell’adattamento alle nuove condizioni climatiche.

È ormai un dato certo che in futuro avremo un clima sempre più estremo, privo di quelle stagioni intermedie che consentivano di adattarsi al cambio delle temperature e al sopraggiungere delle piogge, e ricco di manifestazioni violente, come nubifragi e tempeste di calore, con evidenti ripercussioni sul delicato equilibrio idrogeologico del nostro bel Paese.

La cosa su cui vorrei porre l’attenzione con queste note è che, non è solo il genere umano che subisce pesanti disagi nell’adattarsi forzoso a cambiamenti così repentini e intensi, ma si tratta di un fenomeno che riguarda anche l’ambiente costruito.

Se consideriamo gli edifici e i loro agglomerati, dal piccolo borgo all’intera città, come organismi viventi interessati da fenomeni chimico-fisici nel loro relazionarsi con il contesto in cui si trovano, è facile comprendere come anche l’edilizia è chiamata a dare delle risposte ai cambiamenti climatici.

L’edilizia tradizionale prima e l’architettura di qualità dopo hanno prodotto edifici che tenevano in debita considerazione il contesto climatico tipico del sito in cui venivano pensati. La storia è ricca di esempi di edifici ben orientati, con studiate soluzioni di protezione o guadagno solare, corretta esposizione, giusto rapporto con i venti dominanti e astute strategie per l’uso razionale delle risorse disponibili (acqua, suolo, energia, biomassa vegetale, materiali locali, ecc…).

Ed è così che sono nati archetipi come il trullo nella murgia pugliese, il dammuso a Pantelleria, la colonica in tutt’Italia, le case a corte, ecc… ed elementi tipologici caratterizzanti il linguaggio architettonico, come gli aggetti di gronda, i portici, i bow-window, le logge…

Lasciando ad altre sedi o altri post tutto ciò che riguarda la forma degli edifici, ritengo urgente una riflessione sui materiali da usare per costruire quelle che, tecnicamente, vengono definite strutture di frontiera o di involucro. Quelle strutture cioè che delimitano verso l’esterno gli spazi in cui si svolge la vita e che, come tali, sono climatizzati con il riscaldamento in inverno e il raffrescamento in estate, generalmente con l’ausilio di appositi impianti tecnologici.

Mi spiego meglio.

Ogni ambiente in cui si vive, va mantenuto in certe condizioni minime di comfort, fissate per legge, affinchè sia considerato salubre e vivibile.

Ogni ambiente è delimitato da pareti perimetrali, un pavimento e un soffitto, che confinano con altri spazi, analogamente abitati o esterni. A seconda delle condizioni specifiche, verso l’esterno e verso altri spazi non climatizzati o diversamente climatizzati, si ha una dispersione di energia che viene compensata immettendo nell’ambiente altra energia prodotta da impianti.

Si tratta del bilancio energetico di un edificio: la somma algebrica tra la quantità di energia dispersa, attraverso muri, solai, finestre e altro che vi dirò più avanti, e quella immessa per guadagno solare dalle finestre, per apporti gratuiti interni dovuti alle persone e alle altre sorgenti di calore (elettrodomestici, macchine di vario tipo, sistemi di illuminazione, ecc…).
La differenza tra quella immessa e quella dispersa è quasi sempre a vantaggio di quella dispersa per cui occorre compensare questo gap immettendo energia che porti il bilancio energetico allo zero, al pareggio di bilancio, per continuare nella metafora economica. 

Questa energia, sotto forma di calore in inverno e di fresco in estate, viene prodotta utilizzando varie possibili fonti, da quelle fossili (gas metano, gasolio, olio combustibile,…) a quelle rinnovabili (solare termico e fotovoltaico, biomassa legnosa e vegetale, vento, idroelettrico, termodinamico,…)

A questo punto occorre fissare bene un concetto: l’energia più pulita e meno costosa è quella non consumata !

L’amico Maurizio Pallante, giornalista e divulgatore, autore di numerosi libri, articoli e interventi sui media, rimane colui che ha saputo trovare la metafora più comprensibile per la gente, per spiegare il concetto appena espresso.

Pallante parla di secchio bucato. E cioè, se immagino il mio edificio come un secchio con la superficie esterna piena di buchi, posso riempirlo di qualsiasi liquido (l’energia prodotta da qualunque tipo di fonte, rinnovabile o fossile) ma non risolvo il mio problema: disperderò sempre il mio liquido e sarò costretto a riempire continuamente il mio secchio/edificio.

Se invece tappo prima quei buchi e poi riempio il secco, ecco che l’energia immessa (il liquido con cui avrò riempito il secchio) rimarrà al suo interno e non sarà dispersa.

Tutto questo per dire che la parte più importante, su cui porre l’attenzione ed intervenire, è l’involucro dell’edificio, ancor prima degli impianti, fermo restando che l’approccio dovrà essere di sistema.

E’ del tutto evidente che va calibrato, per ogni intervento, il giusto rapporto tra l’efficienza dell’edificio e quella dell’impianto, ragionando in termini di quello che le norme definiscono “sistema edificio-impianto”.

Ma rimandiamo le considerazioni sull’impianto ad un post che ho  scritto qui qualche tempo fa (lo trovate qui) e ad altri che scriverò in futuro, per tornare ora  all’involucro.

Un involucro ben isolato, nel rispondere meglio alle variazioni di temperatura tra interno ed esterno, garantisce il mantenimento di condizioni stabili negli ambienti che racchiude.

Se ad esempio ho l’aria ambiente ad una temperatura di 20 °C e le pareti verso l’esterno (non isolate) a 16 °C, il mio corpo che ha una temperatura mediamente di 36 °C, cederà calore per irraggiamento verso quelle pareti fredde. Il risultato sarà una sensazione di disagio e un basso livello di comfort.

Se invece avrò le pareti isolate, la temperatura della loro superficie interna sarà più vicina a quella dell’aria ambiente, che abbiamo detto essere a 20 °C, e quindi il mio corpo non avrà scambi per irraggiamento con queste superfici, dato che le temperature avranno una distribuzione più omogenea e uniforme in ambiente.

Per isolare termicamente un muro esterno si possono usare diversi sistemi e materiali, da scegliere a seconda della situazione specifica, da posizionare sulla faccia esterna del muro, o su quella verso l’interno oppure in un’intercapedine intermedia se esistente.

Ai fini della conservazione dell’energia e del fenomeno sopra descritto, la posizione ottimale è sulla faccia esterna del muro, realizzando quello che si definisce comunemente come isolamento a cappotto.

Tale sistema presenta anche il vantaggio di non ridurre la superficie calpestabile degli ambienti e di non avere impatti con il normale uso degli spazi in fase di cantiere, che si svolge tutto all’esterno dell’edificio.

Quando non è possibile lavorare sull’esterno, perchè il muro ha decorazioni o modanature, perchè si insiste su spazio pubblico, perchè si va sotto le distanza minime da codice civile o semplicemente perchè non tutti i condòmini sono della stessa idea, si può isolare dall’interno.

In tal caso si riducono, seppur di poco, le superfici delle stanze (e bisogna fare attenzione a non andare sotto i minimi di legge) e si hanno in casa i disagi tipici del cantiere edile.

Ma soprattutto, se si isola dall’interno, si rimane tra soffitto e pavimento e non si “placcano” le dispersioni di energia attraverso tali strutture orizzontali. 

Quelli che si definiscono “ponti termici”.

Se invece si lavora con un cappotto esterno, questo passa sopra tutto e fascia completamente ogni parte della superficie esterna, con un effetto isolante molto superiore.

Molta edilizia degli anni Settanta e Ottanta presenta pareti di involucro composite, realizzate con un elemento esterno (generalmente laterizio pieno o semipieno a vista) un tavolato interno in laterizio forato e, tra questi, un’intercapedine d’aria, di spessore variabile tra i 5 e i 20 cm, generalmente. Spesso all’interno di tale intercapedine si trova già dell’isolante, in pannelli o materassino, ma spesso sono intercapedini vuote.
In questo caso, una soluzione molto interessante può essere quella di riempirle con materiale sfuso, insufflato meccanicamente, come sughero granulare o fiocchi di cellulosa o schiume espandenti a base di polimeri sintetici.
È giunto il momento di entrare un po’ più nel merito della natura di questi materiali isolanti, analizzandone le caratteristiche in termini di prestazioni e di impatto sull’ambiente.

Sostanzialmente tutti i materiali possono essere divisi in due grandi famiglie: quelli di origine naturale e quelli derivati da processi chimici di sintesi o dal ciclo del petrolio.

Quelli sintetici sono i più diffusi perchè più reperibili e a costi inferiori, prodotti da multinazionali, generalmente come cascame di altre lavorazioni, è il caso della raffinazione del petrolio, o da polimerizzazione di molecole termoplastiche in laboratorio.

Si ottengono così pannelli rigidi di poliuretano, polistirene, polistirolo ecc… di varie dimensioni, spessori e densità che, per la loro leggerezza sono facilmente trasportabili, maneggevoli e pratici.

Le prestazioni variano a seconda delle caratteristiche chimico-fisiche e sono generalmente molto buone nel ciclo invernale.

D’altro canto, non avendo una massa importante, sono piuttosto inefficaci in estate nel rallentare il flusso termico dall’esterno verso l’interno.

Ma la loro problematica più grave rimane la scarsa, pressoche nulla direi, traspirabilità. Sono praticamente impermeabili al passaggio del vapore acqueo contenuto nell’aria ambiente, il che favorisce il manifestarsi del fenomeno della condensa, vera e propria “piaga” dell’edilizia contemporanea che sia stata sottoposta ad un intervento di efficientamento energetico.

E qui veniamo ad uno degli aspetti basilari dell’edilizia sana di qualità: il concetto di terza pelle.

Per similitudine con la nostra prima pelle, l’epidermide, e la seconda pelle, gli abiti, l’edificio sano deve comportarsi come una terza pelle. Deve cioè essere in grado di favorire lo scambio osmotico del vapore acqueo attraverso le proprie microporosità, in modo da poterlo assorbire quando è in eccesso e cedere nuovamente all’ambiente quando l’aria diventa secca. In tal modo si mantiene costante il livello di umiditò nell’aria, ai livelli fissati per garantire il comfort igrotermico (dal 50 al 60 %).

Un edificio con un cappotto in materiale sintetico, in cui siano stati sostituiti anche i vecchi serramenti con modelli altamente performanti e a tenuta d’aria, è molto probabile che si manifesti il fenomeno delle muffe, superficiali o interstiziali. Questo accade quando, per una non corretta progettazione o esecuzione degli interventi, si hanno superfici non isolate, generalmente angoli o zone di raccordo tra diversi materiali o spessori, che essendo più fredde, provocano la condensazione su di esse del vapore acqueo, che passa dallo stato aeriforme a quello liquido.

Sulla superficie umida proliferano rapidamente le spore fungine che si trovano in sospensione nell’aria ambiente, dando luogo a muffe ed efflorescenze. Oltre all’effetto estetico sgradevole questo costituisce serio pericolo per la salute umana, generando una serie di patologie che vanno dalle semplici allergie a problemi respiratori e infezioni delle vie aeree e delle mucose.

Con un materiale di origine naturale, come il sughero, la fibra di legno   o di altre specie vegetali, la lana di pecora, ecc…questo non accade in virtù della loro alta traspirabilità e permeabilità al vapore acqueo che limita la migrazione in ambiente delle particelle d’acqua alla ricerca di superfici fredde su cui depositarsi che possano essere terreno di coltura delle muffe.

I materiali naturali che ho citato hanno prestazioni di isolamento termico inferiori rispetto ai materiali sintetici ma, avendo maggiore massa, sono molto più efficaci in estate, generando uno sfasamento dell’onda termica di oltre 12 ore, se ben dimensionati nello spessore.

Ciò vuol dire che prima che il calore estivo attraversi il muro di involucro, diventa notte, la temperatura esterna scende rapidamente e il flusso termico si inverte, tornando verso l’esterno.

Questo è quanto accade nell’edilizia tradizionale, i cui archetipi sono i trulli o i dammusi, ma la cosa stupefacente è ciò che recenti studi dell’Università di Palermo hanno dimostrato analizzando con sofisticati software di calcolo termotecnico in regime dinamico, alcuni dammusi di Pantelleria.

Ebbene lo spessore dei muri esterni dei dammusi analizzati garantisce uno sfasamento dell’onda termica esattamente corrispondente alle ore di irraggiamento solare del giorno di massima insolazione dell’anno. Il fatto straordinario è che questo è frutto del sapere empirico in tempi in cui i software non esistevano!

Bene, dopo questa digressione siciliana torniamo a noi per trattare i punti deboli dei materiali naturali.
Innanzitutto, avendo proprietà di isolamento inferiori rispetto ai loro cugini sintetici, necessitano di maggiori spessori per raggiungere le prestazioni imposte dalle vigenti norme.

A questo si aggiunga il maggior costo e la minore reperibilità sul mercato, in tutte le estensioni di gamma, e si ha la spiegazione della loro minore diffusione.

Tuttavia, la crescente sensibilità ambientale e la ricerca di una maggiore qualità in edilizia come elemento di distinzione in un mercato sempre più competitivo e ristretto, stanno aprendo nuove prospettive di sviluppo per questi materiali che hanno il vantaggio di avere un limitatissimo impatto, sia sull’ambiente che sulla salute umana, se posti in opera nel modo corretto.

Concludo qui questa prima introduzione al tema dell’isolamento termico, rimandando ad altri articoli il tema dell’isolamento acustico e alcuni approfondimenti sulle problematiche e le criticità della posa in opera e su un  materiale straordinario come la lana vergine di pecora.

Stay tuned…

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

Come isolarsi davvero

Come “isolarsi” davvero

Come "isolarsi" davvero

I punti critici da considerare per avere un buon isolamento

di Egidio Raimondi

Nell’ultimo post ho fatto una carrellata introduttiva sul tema dell’isolamento termico degli edifici, considerando le varie tipologie possibili di materiali da utilizzare e le tecnologie più idonee, a seconda del risultato che si vuole ottenere.

Oggi voglio affrontare i punti critici di qualunque isolamento che, se non ben risolti, rischiano di vanificare gli effetti di tutta l’operazione e far buttare via i denari investiti, per non parlare di eventuali danni che possono insorgere a carico dell’edificio oggetto dell’intervento.

Il più importante e delicato, a mio avviso, rimane sempre il cosiddetto “foro muro”, cioè il perimetro di “confine” tra l’infisso esterno e la muratura in cui è inserito.

Il più importante e delicato, a mio avviso, rimane sempre il cosiddetto “foro muro”, cioè il perimetro di “confine” tra l’infisso esterno e la muratura in cui è inserito.

Qui si creano infatti, molto spesso, ponti termici dovuti a incomprensioni tra gli operatori o a scarsa consapevolezza del problema in termini di rapporto costo/beneficio.

Molto spesso infatti si sentono i rivenditori/installatori di serramenti chiedere al committente se vogliono il controtelaio o meno e, nella maggior parte dei casi, il committente sceglie di farne a meno per evitarne il costo.

Il problema è che il controtelaio non è stato concepito a caso ma, per l’appunto, per garantire la perfetta tenuta tra il serramento e il perimetro muraio dell’apertura in cui viene inserito. Una volta murato infatti garantisce un profilo regolare e dotato di apposite guarnizioni o altri sistemi che annullino ogni possibile discontinuità e quindi passaggio di aria che si porterebbe dietro anche il passaggio del calore, in uscita verso l’esterno in inverno, e viceversa in estate.

Se se ne fa a meno si ha un risparmio, che non è solo dovuto ad un componente in meno ma anche alla sua mancata installazione da parte della ditta incaricata della realizzazione delle opere murarie.

L’alternativa al controtelaio è spesso quella di usare schiume poliuretaniche ad espansione o nastri biadesivi, anch’essi espandenti in fase di installazione, che vadano a saturare ogni possibile spazio tra serramento e muratura.

Purtroppo però, questa seconda ipotesi non è sempre efficace, proprio per l’irregolarità della superficie muraria, lungo il perimetro del foro muro e quindi, spesso, non si risolve il problema illustrtao prima.

Il risultato è che si spendono migliaia di euro per serramenti a perfetta tenuta, con doppio o triplo vetro, con pellicola bassoemissiva, gas nobili nella intercapedine, guarnizioni multiple, i cui effetti sono miseramente vanificati dal fatto che tutt’intorno passa di tutto, non avendo sigillato il profilo perimetrale.

Il protocollo Casaclima tiene in grande considerazione questa tematica  tento da aver messo a punto un test di verifica specifico: il blower-door test. 

Consiste nel mettere in depressione l’immobile applicando una macchina che crea il vuoto ad una delle aperture dell’immobile. Quando gli ambienti sono alla pressione giusta si passa con una fiaccola o dei fumogeni sul perimetro di tutti i serramenti esterni e se si vede la fiamma o il fumo mossi da correnti d’aria si interviene a sigillare lo “spiffero”.

Per chi non aderisce al protocollo di certificazione Casaclima rimane la raccomnadazione di porre molta attenzione al tema e valutare bene se non sia il caso di spendere qualche denaro in più per non dover buttar via tutto l’investimento. 

Ancora una volta più che mai si tratta di spendere bene più che spendere poco!

Altro tema molto “scabroso” quando si deve ralizzare un cappotto esterno è proprio la qualità della superficie muraria su cui si andranno ad applicare i pannelli isolanti.

Innanzitutto occorre essere certi che lo strato di intonaco esistente sia ancora ben “aggrappato” alla muratura sottostante perchè è evidente che, se ci fisso sopra dei pannelli isolanti e questo subisce dei distacchi, mi si distaccano anche i pannelli. E’ opportuno quindi eseguire una accurata battitura della superficie intonacata e rimuovere le parti soggette a distacco, ripristinandole con intonaco nuovo, anche a toppe. In questo modo si potrà avere un piano sicuro su cui fissare il rivestimento a cappotto.

Altra situazione tipica è una superficie non perfettamente planare con varie scabrosità diffuse che possono rendere difficile la posa dell’isolante.

In questo caso si tratta di valutare l’entità di tali “rilievi” o lacune perchè potrebbero essere facilmente assorbiti dalla densità e dall’elasticità del materiale isolante.
Se si trattasse di fenomeni di entità importante occorrerà spicconare o raschiare via le escrescenze e, al contempo, rasare con apposito impasto le parti lacunose in modo da avere una sufficiente planarità atta a ricevere l’applicazione dell’isolante.

Una delle criticità più diffuse, e fonte di contenzioso, su questa materia è senz’altro la non sufficiente attenzione posta alle giunzioni tra elementi isolanti, soprattutto negli attacchi tra componenti verticali e tra questi e quelli orizzontali o inclinati.

Nei punti di contatto infatti vanno fatte le opportune sovrapposizioni e sigillature, che non lascino fessure e punti di discontinuità, attraverso i quali si possano avere dispersioni termiche.

È tipico infatti che proprio negli angoli, che rimangono freddi, vada a concentrarsi il vapor d’acqua in sospensione nell’aria ambiente e condensi allo stato liquido, favorendo l’insorgere di muffe e fenomeni simili, con effetti negativi non solo per l’estetica ma anche per la salute di chi in quegli ambienti ci vive.

Ultima criticità, ma non per importanza, le modalità di posa dell’isolamento termico che non sempre rispondono alle prescrizioni e alle specifiche fornite dal produttore che, per altro, investe molte risorse per la formazione delle maestranze specializzate.

Ogni sistema infatti ha le sue modalità applicative, che prevedono un numero preciso e una precisa disposizione dei fissaggi meccanici, un’idonea preparazione del sottofondo o del piano di posa, delle specifiche caratteristiche dei collanti da adottare e dei tempi da rispettare, affinche tutto sia realizzato al meglio e ne possa essere garantita la durata nel tempo oltre alle prestazioni termofisiche di progetto.

Dato che i primi interventi di coibentazione risalgono a una decina di anni fa, visto che le prime leggi sono del 2005 e del 2006, con modifiche e implementazioni ancora in corso, a livello regionale e nazionale in recepimento di direttive europee, si può fare un bilancio sulla bontà di quanto realizzato.

Non dispongo di dati ufficiali ma non sono poche le notizie di contenzioso tra committenti e imprese per distacchi di intere aree coibentate, per affioramento delle giunzioni e dei fissaggi, e per errori di realizzazione, che vengono facilmente evidenziati con una semplice termocamera.
Trovo che sia particolarmente importante limitare al minimo fisiologico le criticità sin qui descritte perchè purtroppo hanno un effetto boomerang molto dannoso per la diffusione di tali sistemi.
Occorre sempre di più che gli interventi di coibentazione siano considerati delle buone pratiche, necessariamente basate su un nuovo paradigma culturale, la cui diffusione appare più che mai urgente e improcrastinabile, alla luce delle emissioni che ogni giorno rilasciamo nella nostra atmosfera e che generano quei cambiamenti climatici i cui effetti devastanti e costosi, da tutti i punti di vista, sono sotto gli occhi di tutti.

Nel prossimo post farò alcune considerazioni generali sull’isolamento acustico, che è strettamente legata all’isolamento termico e direi che trova maggiore sensibilità presso la gente.

Stay tuned…

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

impianto riscaldamento radiante cover

L’Impianto di Riscaldamento Radiante. Quale scegliere?

L'Impianto di Riscaldamento Radiante

Quale scegliere?

di Egidio Raimondi

Con qualche anno di ritardo rispetto all’Europa centro-settentrionale questa tipologia di impianti di riscaldamento comincia ad essere diffusa anche alle nostre latitudini, ma spesso presenta alcuni problemi dovuti anche alla scarsa conoscenza da parte dell’utenza. Con questo articolo cercherò di colmare la lacuna.

Partiamo da alcuni concetti base di fisica tecnica.

La trasmissione del calore avviene sempre dal corpo più caldo a quello più freddo e secondo tre modalità: conduzione, convezione, irraggiamento (lontano ricordo del liceo scientifico o di alcune facoltà universitarie). Nel caso di un impianto di riscaldamento il corpo più caldo è il corpo scaldante in ambiente (il termosifone per capirci) e il corpo più freddo è l’aria ambiente. Lo scambio avviene fino a quando si raggiunge un equilibrio tra le temperature dei due corpi o, nel caso del riscaldamento domestico, quando si raggiunge la temperatura impostata sul termostato (generalmente 20°C). Nello scambio coesistono tutte e tre le modalità di trasmissione del calore ma, a seconda del tipo di impianto scelto, una delle tre prevale sulle altre. E’ così che con un radiatore avrò una componente prevalentemente convettiva coadiuvata da una parte radiante mentre, con un ventilconvettore (detto anche fan-coil) avrò una netta prevalenza della parte convettiva e componenti trascurabili delle altre due. Con un riscaldamento radiante invece avrò la prevalenza della componente di irraggiamento, con quote irrilevanti delle altre due.

Ed ecco il principale vantaggio di questa tipologia di impianti. L’assenza di moti convettivi in ambiente (cioè il fatto che non si ha il movimento dell’aria che, calda, sale verso l’altro e, raffreddatasi, scende verso il basso) significa che non vengono distribuite e fatte circolare tutte quelle particelle che troviamo in sospensione nell’aria degli ambienti chiusi, e che possono entrare nel nostro corpo, per inalazione, ingestione o contatto (edificio malato? no grazie!). Polvere, pollini e particelle portate dall’esterno, capelli, particelle organiche da desquamazione della pelle, forfora, pelo di animali domestici, fumo di sigaretta, grassi ed emissioni dalla cottura dei cibi, emissioni dall’impiego di detersivi, solventi e altre sostanze contenute negli arredi, nelle pitture murali, nelle finiture del parquet, ecc…. (i cosiddetti VOC).

I moti convettivi in ambiente non si generano perché la temperatura della superficie radiante non può superare i 29°C (per normativa) e quindi non riesce a cambiare la densità, e quindi il peso, dell’aria facendola salire in alto e poi scendere verso il basso, ma la lascia inalterata e quindi stabile. Questo comporta una migliore distribuzione delle temperature, con maggiore comfort per le persone, e un risparmio energetico consistente perché si va a riscaldare solo il volume in cui vive la persona, lasciando al freddo i ragni!

La bassa temperatura della superficie radiante è la risposta alla principale obiezione che viene fatta a questo tipo di impianti, come “pericolosi” per l’apparato circolatorio delle gambe, memori delle esperienze fatte negli anni Sessanta e Settanta in cui però le temperature di mandata dell’acqua erano di 70°C (come quelle a cui lavorano i radiatori). Ma cosa è cambiato rispetto a quegli anni? L’innovazione è stata quella di mettere uno strato di isolante termico sotto le tubazioni in cui circola l’acqua calda, facendo in modo che l’impianto riscaldasse solo una unità immobiliare (attraverso il pavimento ad esempio) e non due unità come accadeva prima, quando i tubi erano affogati nella struttura del solaio che divideva due appartamenti (quello soprastante e quello sottostante).

Ma vediamo com’è fatto un impianto di riscaldamento radiante.

Tralasciando per un attimo la tipologia di caldaia che meglio si abbina ad esso, la caldaia a condensazione a cui dedicherò un post specifico, un impianto radiante è costituito, nella sua versione a pavimento, la più diffusa, da una rete di distribuzione del fluido vettore termico (acqua calda) disposta a serpentina, su uno strato di materiale isolante termico e affogata in un getto di calcestruzzo speciale. L’acqua calda che viene fatta circolare nelle serpentine riscalda il massetto in cemento che diventa il corpo scaldante dell’ambiente. Quindi, invece di un radiatore, tipicamente sotto la finestra, a scaldarmi la stanza ho tutta la superficie del pavimento. Questo mi permette di lavorare con temperature dell’acqua più basse, con conseguente risparmio di energia e minori emissioni in atmosfera.

Le serpentine sono fatte da circuiti unici, senza giunzioni, che partono e ritornano tutte da un collettore di distribuzione incassato a muro in una zona non visibile dell’unità immobiliare e, possibilmente, in posizione baricentrica rispetto ad essa. Il tubo che si stende per fare le serpentine è generalmente in materiale plastico (polietilene reticolato) ma può essere anche in rame (ha una maggiore conducibilità termica ma anche un maggior costo). L’isolante termico sotto la serpentina è generalmente polistirene ma può essere anche sughero o fibra di legno. Gli spessori dell’isolante e il diametro del tubo, oltre al “passo” (distanza tra i tubi della serpentina) è determinato dal calcolo termotecnico che tiene conto delle dispersioni dell’edificio, degli apporti gratuiti e delle temperature che si vogliono ottenere. Generalmente un impianto radiante ha una resa al mq di 80/100 Watt e quindi non è adatto ad edifici con troppe dispersioni termiche, a meno che non lo si integri con porzioni a parete o altri corpi scaldanti.

Un impianto radiante può essere a pavimento, a parete o a soffitto e la scelta dipende dalle specifiche contingenze. Ad esempio, se devo consolidare il solaio di calpestio e rifare i pavimenti posso prendere in considerazione la soluzione a pavimento. Se ho dei pavimenti di pregio posso valutare quella a soffitto, con l’avvertenza che, generalmente, le rese sono garantite fino ai 3,5 m di altezza. Se ho ambienti molto vasti posso fare dei tratti a parete per eliminare le dispersioni dai muri e migliorare il comfort in ambiente, grazie ad una idonea temperatura operante.

La temperatura operante è la grandezza di riferimento per valutare il comfort di un ambiente ed è ottenuta calcolando la media tra la temperatura dell’aria e le temperature degli elementi che delimitano l’ambiente (pareti, soffitto, pavimento, finestre ecc…) ponderate sulle rispettive superfici. Per capire meglio in concetto basti pensare che spesso ho 20°C in ambiente ma ho le pareti esterne che sono a 16°C e quindi il mio corpo tende a scambiare calore con esse, generando una sensazione di discomfort. Lo stesso può accadere con il pavimento freddo o le finestre, se non hanno il vetrocamera o il telaio a taglio termico…. Quanto più alta è la temperatura delle superfici che delimitano il mio ambiente tanto minori saranno i miei scambi termici con esse e tanto maggiore sarà il mio comfort. Con il riscaldamento radiante ho una migliore distribuzione delle temperature, oltre che nell’ambiente, anche sulle superfici che lo delimitano.

Un impianto radiante può climatizzare un ambiente in inverno (riscaldamento) e in estate (raffrescamento) facendo circolare nelle serpentine fluido caldo o freddo, con alcuni accorgimenti in estate dovuti alla necessità di deumidificare per evitare la formazione di condensa sulle tubazioni annegate nel massetto o nell’intonaco del soffitto.

Negli ultimi anni le aziende produttrici hanno sviluppato e immesso sul mercato soluzioni a basso spessore che possono essere installate su pavimenti esistenti (con spessori totali di ingombro fino a un minimo di 18 mm + il nuovo pavimento), sistemi a secco per interventi più rapidi, puliti e con minor carico sulle strutture esistenti, oltre a sistemi “prefabbricati” e modulari per installazioni a soffitto o a parete composti da pannelli sandwich che comprendono l’isolante, la serpentina e la finitura (cartongesso), da posare e collegare in serie mediante appositi connettori.

Un particolare riguardo meritano i sistemi capillari, che ultimamente stanno vivendo una grande espansione, perché lavorano con temperature di mandata molto basse (28°C per il riscaldamento e 18°C per il raffrescamento), con evidenti vantaggi in termini di efficienza energetica della centrale termica. Essendo prevalentemente a soffitto, affogati nello spessore dell’ intonaco (1,5 cm) e avendo una sezione ridotta dei tubi (2,5 mm di diametro) con un ridotto contenuto di acqua, raggiungono velocemente la temperatura di regime e possono essere anche condotti ad intermittenza anziché in continuo.

Questo riduce la principale criticità di questi sistemi, dovuta al gap “culturale” dell’utenza e alla non sufficiente e corretta informazione da parte degli operatori del settore. Abituate infatti ad accendere il riscaldamento in alcune ore della giornata e tenerlo spento in altre (conduzione intermittente) le persone hanno difficoltà ad accettare il fatto che un impianto radiante debba restare sempre “acceso” perché lavora sull’inerzia del cassetto che deve rimanere caldo e, se si raffredda, necessita di molte ore per tornare alla temperatura di regime. In realtà, una volta portato il massetto alla temperatura di progetto, l’impianto si spegne per riaccendersi appena il cassetto parie qualche grado e riportarlo in temperatura in pochi minuti. Quindi è un sistema efficiente con bassi consumi ma in contraddizione apparente con il fatto che “resta sempre acceso”. Il risultato è che gli utenti, se non bene educati a questo sistema, agiscono continuamente sui termostati ambiente per abbassare o alzare le temperature (nei termostati digitali indicate anche con i decimali di °C) mandando in crisi il sistema di regolazione e ottenendo il malfunzionamento dell’impianto che, avendo un’elevata inerzia termica, ha tempi di reazione lenti che non corrispondono alle aspettative degli utenti, abituati prevalentemente ai sistemi a radiatori. Il risultato? chiamano l’architetto che gli ha consigliato questo sistema innovativo, che però “non funziona”!!

Pertanto, il consiglio più grande che mi sento di dare, a difesa della categoria, è quello di documentarsi al meglio prima di scegliere un sistema radiante, che è comunque il migliore in termini di efficienza e comfort, e di affidarsi al professionista e alle ditte produttrici e installatrici giuste, che sappiano valutare la compatibilità con il tipo di edificio e la tipologia di lavori prevista, progettando il migliore impianto possibile per la specifica situazione. Diffidare di chi propone ricette preconfezionate e standard perché sono ad alto rischio di insuccesso, soprattutto per gli interventi in edifici esistenti.

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

Il Covid-19 starà con noi per un pò di tempo

Il Covid-19 starà con noi per un pò di tempo

Rafforzare l'immunità

di Armando Sarti

Nel mondo la pandemia è ancora in piena evoluzione, soprattutto nell’America latina. In Italia per fortuna, nonostante la fase 2 e l’inizio della 3, la diffusione del virus sembra sotto controllo. Seguiranno la fase 4 e le successive. Il virus non è ancora debellato, come alcuni sostengono forse con eccesso di entusiasmo, facilitando così comportamenti inopportuni da parte di chi li ascolta.

Qualche studioso ipotizza che il virus sia adesso meno aggressivo, anche se nel mondo, ad esempio in Corea del sud, si assiste alla ripresa di focolai dell’infezione. Preoccupano il lento recupero di una parte di coloro che hanno contratto l’infezione e non riescono a guarire e anche gli esiti di danno polmonare cronico che si osservano in una piccola percentuale dei pazienti che hanno superato le forme gravi della malattia.

La maggior parte degli scienziati ritiene che il virus possa rimanere fra noi ancora a lungo, oppure che possa ripresentarsi in autunno, con il rischio che, secondo alcuni studiosi, possa rimanere nell’ambiente e ripresentarsi nel tempo come fanno i virus influenzali.

Nell’attesa dell’evoluzione della pandemia nel mondo, una domanda sorge spontanea: Cosa possiamo fare in generale per ridurre il rischio di infettarsi, per questo o per altri agenti infettivi (sappiamo che tanti altri virus che infettano gli animali sono in agguato), oppure per ridurre, per chi si infetterà, le forme più gravi dell’infezione?

Lasciando perdere le tante fake news una possibilità concreta è: rafforzare la propria risposta immunitaria.

Piccola premessa. Qui stiamo parlando della risposta immunitaria innata, non di quella acquisita che si attiva dopo il superamento dell’infezione o in risposta all’eventuale vaccinazione.

Da una mole enorme di ricerche ripetute e controllate emerge in modo chiaro che il nostro intestino, strettamente connesso all’alimentazione e alla vita psichica (gut-brain axis), gioca un ruolo fondamentale per l’efficacia delle nostre difese immunitarie. L’intestino è oggi considerato il “secondo cervello”.

Il sistema immunitario è finemente regolato per far sì che la risposta risulti efficace, per impedire le infezioni, ma non si mantenga troppo attivata o violenta nel tempo, inducendo uno stato infiammatorio sistemico cronico e facilitando l’insorgere di allergie o malattie auto-immunitarie (reazione immunitaria contro il proprio organismo).

Per favorire una buona funzionalità immunitaria intestinale è necessaria per prima cosa una corretta alimentazione, con prevalenza vegetale (le fibre!), che permetta l’interazione tra i batteri protettivi e tenga sotto controllo la proliferazione dei batteri potenzialmente nocivi, cioè il mantenimento del microbiota (la popolazione batterica intestinale) sano.

Vediamo in pratica, semplificando e schematizzando, come è possibile orientare in senso favorevole la propria risposta immunitaria in 5 aspetti.

1. L' alimentazione

Come già accennato tante volte in questo blog cosa mettiamo in bocca ha una grande influenza sulla nostra immunità. La mucosa del tratto intestinale è molto estesa come superficie, come un campo da tennis, e rappresenta un’interazione costante tra l’ambiente esterno e l’interno del nostro organismo, orientando lo stato infiammatorio dell’organismo e l’immunità.
I consigli alimentari sono stati ricordati più volte in questo blog in tanti articoli e per una rassegna descrittiva generale si può leggere “A cena con amici, parlando di cosa mangiare”. Gli amici nutrizionali dell’immunità sono contenuti in prevalenza nei vegetali freschi di stagione, verdure, ortaggi e frutta, nella più ampia varietà di colori e forme e nei cereali e simil-cereali integrali. Oltre ai vegetali in generale, sono particolarmente in causa la vitamina D, la vitamina C, la vitamina E, le vitamine del gruppo B e vari minerali, fra cui lo zinco, il rame, il selenio e il ferro.

Per chi volesse approfondire gli aspetti scientifici della immunonutrizione si può fare riferimento all’articolo in bibliografia (1) e ad alcune note sintetiche su questo stesso blog: “Coronavirus, evidenza scientifica e fake news” e “Vitamina D, infezioni respiratorie e sistema immunitario”.

Un nemico sicuro è lo zucchero e tutti gli alimenti dolci. Non è favorevole neanche la farina bianca. Anche il sale sembra facilitare alcune infezioni, soprattutto batteriche, particolarmente delle vie urinarie.

2. I Probiotici

La pubblicità dei media ci bombarda costantemente con tante “miracolose” proposte di preparati simili allo yogurt. I prodotti industriali però sono in genere poco efficaci, non mantengono a lungo la vitalità dei batteri e sono spesso addizionati con zuccheri e conservanti.

L’effetto benefico dei vegetali e delle fibre alimentari sul microbiota è già stato ricordato.  Per un effetto probiotico davvero efficace, naturale e duraturo sulla funzione del nostro intestino, bisogna ricorrere soprattutto al kefir (bibliografia 2, review che evidenzia la grande quantità di batteri e funghi favorevoli per la salute contenuti in questo latte fermentato) o, in seconda istanza, allo yogurt che contiene per lo più i lattobacilli.

Quindi Kefir o yogurt preferibilmente fatti in casa e consumati freschi, per lunghi periodi di tempo. Gli integratori e i farmaci probiotici possono essere efficaci. Ci sono tantissimi preparati diversi. Bisogna considerare che sono costosi e prima di acquistarli è opportuno farsi consigliare dal proprio medico di fiducia, diffidando della pubblicità e dei consigli generici delle persone.

3. Le verdure latto-fermentate

Anche la fermentazione lattacida di varie verdure e ortaggi permette di rifornire l’organismo di lattobacilli utili per mantenere sano e in equilibrio il nostro microbiota intestinale (3).

Le verdure fermentate sono facili da preparare rispettando poche regole di preparazione e la giusta proporzione tra la materia vegetale e il sale.

È preferibile consumarle in piccola quantità nel tempo, dato che l’apporto di sale non è trascurabile.

4. Attività fisica, prevalentemente all’aria aperta

Un’ampia letteratura scientifica attesta il valore dell’attività fisica moderata, preferibilmente all’aria aperta e con esposizione al sole, per alcuni minuti senza protezione solare, come fattore in grado di potenziare la risposta immunitaria (4). Non si tratta di sfinirsi in palestra con esercizi noiosi e ripetitivi in un ambiente rumoroso, ma di praticare con costanza un’attività fisica di bassa o moderata intensità, come ad esempio la camminata a passo veloce o il jogging a bassa velocità. Qualsiasi altro sport ricreativo di gruppo, come il calcio, la pallacanestro o la pallavolo, o esercizi di tipo prevalentemente aerobico (canottaggio, canoa, bicicletta, pattinaggio, golf, equitazione) sono utili allo scopo. Se la meteorologia non è favorevole si può ricorrere al tapis roulant o alla cyclette, magari ascoltando buona musica. La cyclette, che permette di scaricare il peso del corpo nel sellino, è preferibile per chi ha problemi articolari all’anca, alle ginocchia e alle caviglie. L’importante è che l’esercizio fisico sia mantenuto per almeno mezz’ora, tre o quattro volte a settimana.

L’attività fisica forzata troppo intensa e/o prolungata e lo sport agonistico, al contrario, possono rivelarsi non favorevole per una corretta risposta immunitaria dell’organismo, soprattutto per chi non è adeguatamente allenato.

Oltre all’esercizio fisico specifico bisogna sfruttare ogni possibilità per evitare lunghe soste sul divano di fronte alla TV o seduti davanti al computer, muovendosi molto spesso, preferendo le scale all’ascensore, se possibile, e ricorrendo alla bicicletta, lasciando parcheggiata l’auto.

5. Attività e tecniche per l’equilibrio interiore e la riduzione dello stress

Lo stress cronico riduce senza dubbio l’efficacia della risposta immunitaria. Ovviamente è consigliabile ridurre accuratamente le situazioni stressanti e quelle che lasciano un senso di delusione e frustrazione, ma sfortunatamente non è sempre è possibile.

È dimostrato però che tanti pensieri stressanti e ansiogeni li accumuliamo nella nostra mente e non riusciamo a liberarcene, anche se spesso non sono esattamente questioni di vita o di morte.

Ogni attività che provochi rilassamento, piacere e soddisfazione riduce gli effetti negativi dello stress. Ognuno deve trovare il tempo per quelle attività che favoriscono il proprio benessere fisico, psichico ed emotivo.

Si spazia dal piacere di passeggiare, stare a contatto e contemplare l’ambiente naturale (5) (mare, montagne, boschi, fiumi, laghi e cascate,) all’ascoltazione di buona musica (6), all’osservazione dell’arte in tante espressioni, alla lettura, ad una sana e gratificante vita sessuale (7), all’amicizia, al volontariato, al fare del bene al prossimo senza aspettarsi niente in cambio, alle relazioni sociali e sentimentali (8), al dormire bene per sentirsi in forma e ricaricati (9), fino a tecniche di liberazione emozionale, rilassamento e introspezione specifiche, come la preghiera, il raccoglimento interiore, il “mindfulness” e la meditazione (10).

La pratica regolare di alcune arti orientali millenarie, come lo yoga o il tai chi, promosse da istruttori qualificati, mette insieme il movimento, l’equilibrio e l’elasticità fisica con una calma interiore attiva, favorendo così nell’organismo il benessere di tutto l’asse psico-immuno-neuro-endocrinologico (11).

Anche lo stress termico, come si ottiene nella sauna o nel bagno turco, sembra possa stimolare la risposta immunitaria secondo alcune ricerche. Si attiva la risposta delle “sirtuine” sostanze prodotte dall’organismo per reagire allo stress, le stesse sostanze in grado di promuovere effetti positivi metabolici e il ringiovanimento cellulare, comprese le cellule dell’immunità, che si producono in risposta al digiuno, alla restrizione calorica e all’attività fisica (12).

Per approfondire:

  1. Emma Derbyshire & Joanne Delange. COVID-19: is there a role for immunonutrition, particularly in the over 65s? BMJ, bmjnph 2020.
  2. Damiana D. Rosa et al. Milk kefir: nutritional, microbiological and health benefits. Nutrition Research Reviews 2017, pag.1-15.
  3. Zoe Williams. Fit in my 40s. I hadn’t realized that fermentation is so vital to the gut. The Guardian, Sat 10 Mar 2018.
  4. Richard J Simpson et al Exercise and the Regulation of Immune Functions.
    Prog Mol Biol Transl Sci. 2015;135:355-80.
  5. Song C. et al. Physiological Effects of Nature Therapy: A Review of the Research in Japan. Int J Environ Res Public Health. 2016 Aug 3;13(8):781.
  6. Pauwels EK et al. Mozart, musicand medicine. Med Princ Pract. 2014;23(5):403-12.
  7. Ruggieri A et al. The influence of sexand gender on immunity, infection and vaccination. Ann Ist Super Sanita. 2016 Apr-Jun;52(2):198-204.
  8. Dantzer R et al. Resilience and immunity. Brain Behav Immun. 2018 Nov;74:28-42.
  9. Besedovsky L et al. The Sleep-ImmuneCrosstalk in Health and Disease. Physiol Rev. 2019 Jul 1;99(3):1325-1380. 
  10. Black DS, Slavich GM. Mindfulness meditationand the immune system: a systematic review of randomized controlled trials. Ann N Y Acad Sci. 2016 Jun;1373(1):13-24.
  11. Bottaccioli F & Bottaccioli AG.. Psiconeuroendocrinoimmunologia e scienza della cura integrata. EDNA, 2017.
  12. Crinnion WJ. Sauna as a valuable clinical tool for cardiovascular, autoimmune, toxicant- induced and other chronic health See comment in PubMed Commons belowAltern Med Rev. 2011 Sep;16(3):215-25.

Armando Sarti, Medico

già direttore, Dipartimento d’Emergenza e Terapia Intensiva Azienda Sanitaria di Firenze

Primavera 2020: Consapevolezza

Primavera 2020: Consapevolezza

di Ivano Nuti

Essere consapevoli è tanto grande quanto l’intelligenza umana. Conoscere, accettare il proprio limite, ingegnarsi per migliorarlo e rispettare il limite dell’altro è tanto importante quanto difficile.

Spesso capita di dare le parole per scontate. Ciò accade, in particolare, per i termini più comuni ed usati, ma ogni lemma ha una propria dignità e un significato più profondo di quello che appare a prima vista. 

Per comprendere l’origine della parola “consapevolezza” è necessario compiere un piccolo percorso, per certi versi, culinario! Dobbiamo, infatti, risalire al verbo latino sapĕre, per poi passare al il suo composto consipĕre ( cum+ sapere).

Sapio concretamente significa” aver sapore”, ” aver odore”, oltre che “gustare”, “sentire il sapore”, ma possiede anche il significato figurato di “essere saggio, prudente” e quello, per noi comune, di ” conoscere”, “sapere”. L’essenza del verbo “sapere” sta quindi nel “viaggio” tra questi due poli: in modo affascinante gli antichi ci suggeriscono che per conoscere è necessario “assaggiare”. Una metafora preziosa che ci indica come una cosa sia veramente conosciuta, quando si è in grado di comprenderne ogni aspetto, potremo dire di “coglierne il sapore”. 

L’aggettivo “consapevole” deriva dal composto consipĕre “avere esatta cognizione di sé”, “essere in sé” ed ha, pertanto, il significato di “persona che è informata di qualcosa”, o “che è cosciente di un fatto, una situazione etc.”. Il termine “consapevolezza” è formato dall’aggiunta a tale aggettivo del suffisso (-ezza-), ed indica propriamente il fatto di essere consapevole di qualcosa.

Adesso, con la primavera quasi al tramonto e l’estate alle porte si riparte. Tutti speriamo di riuscire a mettere fine alla paura del Covid-19. Da buoni italiani ci preoccupiamo del lavoro, della crisi economica e delle vacanze estive da non perdere. Siamo più portati alla critica sulle azioni istituzionali del governo che altro. Ci siamo sentiti protetti ma la paura ci fa pensare che avremmo dovuto avere di più. Forse cerchiamo di convincerci che “nel male e nel dolore, tutto sommato abbiamo tenuto botta”. Ma: – il virus, la paura, il dispiacere e l’impegno delle persone in prima linea, il distanziamento sociale che paradossalmente ha unito l’un con l’altro per cercare soluzioni per la salvezza ci ha fatto vivere momenti particolari, ha dato modo di ascoltarci. L’amore nelle mura domestiche, il calore della cucina, l’assenza di rumore, l’aria nitida, le strade libere e gli spazi riconquistati da animali selvatici che si riprendono la terra.

Tutto ciò fa riflettere: questa pandemia ci ha costretti a fermarci lasciandoci il tempo per pensare e acquisire consapevolezza che forse potrebbero esserci anche altri modi di rapportarsi al mondo circostante.

Curiamo il nostro ambiente e il nostro pianeta!

L’uomo pronto a tutto per cibare il proprio egoismo, è un animale fragile che il pianeta terra con un “virussino” ha fatto sentire piccolo piccolo. Da oggi, un domani più consapevole con la caratteristica umana di conoscere e sapere, potrebbe provare a non farci essere più proprio come ieri e ad andare alla scoperta di un “nuovo mondo, un nuovo pianeta terra, nel rispetto e insieme alla madre di tutti i tempi, la natura”.

Bibliografia:

Zingarelli N., Lo Zingarelli 2008. Vocabolario della Lingua Italiana, Bologna, 2007.

Nocentini A., L’ Etimologico, Ed Le Monier, 2010.

Castiglioni L., Mariotti S., IL. Vocabolario della Lingua Latina  (quarta edizione), 2007.

Ivano Nuti, Psicologo

Io resto a casa ma… fase 4

Io resto a casa ma...

la terapia anti COVID per l’edificio malato

FASE 4

di Egidio Raimondi

Lo slogan Io resto a casa ci offre l’occasione per chiederci quanto le nostre case siano vivibili e, perché no, sicure, visto che trascorriamo tra l’80 e il 90% della nostra vita in ambienti chiusi.

Queste pillole hanno l’intento di aiutare a valutare la qualità ambientale degli spazi in cui viviamo e migliorarli con piccole semplici azioni. Una piccola cura per ridurre alcuni dei sintomi dell’edificio malato che potrebbe richiedere terapie più importanti, radicali e impegnative, diciamo chirurgiche!

Pillola n.16 - L'oro blu (parte 1)

È ormai risaputo che l’acqua potabile è diventata una delle risorse più preziose nel mondo, perché la sua disponibilità sta diminuendo sempre più.
In questi giorni di pandemia poi, ci stiamo lavando le mani con frequenza e cura, seguendo le indicazioni degli esperti e allora forse è il caso di fare qualche riflessione.
Per preservare la risorsa acqua occorre agire su almeno tre piani, che affronteremo in tre pillole in sequenza: la riduzione dei consumi negli usi finali, il recupero delle acque meteoriche, il trattamento delle acque di scarico.

Per ridurre i consumi negli usi finali occorrono dei dispositivi tecnici e delle buone pratiche basate su profonde sensibilità socio-culturali.

I dispositivi che possono essere utilizzati sono i riduttori di flusso da applicare alle uscite dei rubinetti di casa, ufficio ecc… Ormai largamente disponibili in commercio per i rubinetti esistenti e già a bordo nei rubinetti di nuova produzione, almeno su quelli di buon livello qualitativo, non fanno altro che rompere il getto d’acqua, in modo da avere nella stessa sezione una quantità di aria. In pratica, a parità di sezione e di portata, si ha una parte di aria e una di acqua, con riduzioni intorno al 30% del consumo totale.

Alla fine dell’anno, se installati su tutti i rubinetti, si tratta di numerosi metri cubi in meno che, visti i costi applicati dalle aziende fornitrici, si traducono in un bel risparmio in fattura.

Le buone pratiche sono alla portata di tutti e consistono sostanzialmente nel tenere aperto il rubinetto solo quando necessario, chiudendolo quando non serve.

A mero titolo di esempio, basti pensare a quando ci laviamo i denti, ci insaponiamo sotto la doccia, ci radiamo… ma anche quando laviamo a mano le stoviglie, o le verdure, o nella pulizia degli ambienti.

Tipico è il caso in cui in attesa che arrivi l’acqua calda, si lascia scorrere quella fredda che è nella tubazione, dalla caldaia al rubinetto. In quel caso una buona pratica è raccoglierla in un secchio per poi utilizzarla per le pulizie o come scarico nel wc.

Pur sembrando cosa facile vi assicuro che non lo è, e distrattamente si tende a lasciar scorrere l’acqua indifferentemente durante le operazioni a cui accennavo, retaggio di una conquista tutto sommato recente, nel secolo scorso: l’acqua corrente nelle case!

Ovviamente, meno acqua si spreca e meno ne finisce negli scarichi, dove poi va depurata e smaltita, con operazioni che comunque hanno costi, diretti e indiretti. Ma questo lo vedremo nella prossima pillola.

Pillola n.17 - L'oro blu (parte 2)

Nella pillola precedente abbiamo parlato dell’importanza della riduzione degli sprechi di acqua potabile negli usi finali. Qui parliamo della raccolta delle acque meteoriche e del loro possibile utilizzo.
Innanzitutto va detto che occorre un impianto ben dimensionato per la situazione specifica perché bisogna fare attenzione a una serie di fattori determinanti.
I primi litri di acqua piovana, la cosiddetta acqua di prima pioggia, vanno  eliminati dato che contengono lo sporco delle superfici da cui sono stati raccolti (tetti, terrazzi, cortili, ecc…)

È preferibile raccogliere le acque da superfici in quota, evitando piazzali e aree carrabili, per l’evidente possibilità che nelle acque finiscano olii, idrocarburi, polveri di pneumatici e altri inquinanti.

Un impianto ben progettato prevede un filtro che trattiene materiali e scorie di media dimensione, come fogliame, cartacce o altro che il vento potrebbe aver portato sulle nostre superfici di raccolta.

A seconda dello spazio a disposizione e della quantità di acqua che stagionalmente si calcola di raccogliere, si dimensionerà la cisterna di accumulo, generalmente interrata, da cui poi, con una pompa, si preleverà l’acqua per vari usi che vedremo tra un attimo.

La cisterna dovrà essere dotata di un dispositivo di troppo pieno, per smaltire in fognatura l’eventuale acqua in eccesso, tipica situazione in epoca di bombe d’acqua, sempre più frequenti in epoca di cambiamenti climatici. A seconda dello schema idraulico, la cisterna potrà avere anche un dispositivo di troppo vuoto, che ne consentirà un parziale riempimento dall’acquedotto, in attesa di nuove piogge.

Il dimensionamento dell’impianto dovrà tener conto dell’equilibrio tra costi e benefici e soprattutto del fatto che l’acqua serve maggiormente in estate e le piogge sono concentrate in autunno e inverno.

Gli usi possibili per impiegare l’acqua meteorica raccolta sono tutti quelli non potabili come, ad esempio:

  • l’irrigazione di aree verdi, anche con impianto automatico
  • la pulizia degli ambienti interni e delle aree esterne
  • lo scarico dei WC attraverso una rete duale
  • il lavaggio di automezzi privati o di servizio in caso delle aziende

ogni altro uso per cui è vietato usare l’acqua prelevata dall’acquedotto o comunque oneroso e non sostenibile per l’ambiente.

Pillola n.18 - L'oro blu (parte 3)

Tutta l’acqua che viene utilizzata in un edificio finisce in uno scarico che la convoglia in un primo impianto di trattamento locale, e poi, attraverso la rete fognaria allo smaltimento comunale.

Il trattamento locale delle acque di scarico avviene innanzitutto separando quelle dei WC (acque nere) da quelle dei lavabi e lavandini (acque chiare) e dalle meteoriche. Questo perché così si riduce la quantità di acqua da sottoporre a trattamento “pesante”, riservando questo alle sole acque nere.

Il trattamento avviene nella fossa biologica, individuale o condominiale che separa i residui solidi trattenendoli e convoglia in fognatura i residui liquidi depurati.

È obbligo di legge installare un pozzetto degrassatore che intercetti le acque chiare trattenendo i residui saponosi in modo che questi non vadano in fognatura.

Per migliorare ulteriormente il trattamento delle acque di scarico, con vantaggi ambientali ed economici, è possibile separare ulteriormente le acque di lavatrice e lavapiatti da quelle dei lavandini, docce, bidet e lavelli, solitamente con contenuto inferiore di saponi creando così l’ulteriore categoria delle acque grigie.

Inutile dire che l’utilizzo di saponi privi di tensioattivi o componenti chimici aggressivi, così come la riduzione in genere dell’uso di detergenti, migliora le prestazioni di tutto l’impianto, riduce gli interventi di vuotatura e immette in fognatura acque meno inquinate.

Ovviamente non sempre esiste lo spazio e la morfologia strutturale dell’edificio per separare al meglio le acque, con tutte le tubazioni e i pozzetti che necessitano ma, caso per caso, possono essere studiate soluzioni specifiche.

Tra le soluzioni, ideali prevalentemente in aree extraurbane prive di rete fognaria, c’è la fitodepurazione, a cui dedicheremo una pillola specifica nei prossimi giorni.

Pillola n.19 - La Fitodepurazione

Si tratta di un sistema di trattamento delle acque di scarico che utilizza il fenomeno della digestione anaerobica delle piante per depurare e ottenere acqua con un contenuto di batteri sotto le soglie fissate dalla normativa, da poter riutilizzare o smaltire in ambiente.

Lo schema generale consiste in una rete di tubazioni forate che consente alle acque di attraversare un letto di ghiaia e inerti di varia granulometria, in vasche opportunamente dimensionate e isolate dal terreno mediante teli in polietilene, in cui vengono messe a dimora piante che prendono dalle acque i nutrienti per i loro processi vegetativi.

Tutto avviene sotto vari strati di ghiaia e pietrisco, il sistema si definisce infatti come sub-irrigazione, e non vi sono odori sgradevoli o ristagni d’acqua superficiale.

Fondamentalmente esistono due tipologie:

  • la sub-irrigazione orizzontale, in cui i tubi scorrono orizzontali, con la giusta pendenza
  • la sub-irrigazione verticale, in cui i tubi vengono disposti in verticale, secondo uno schema a maglia ortogonale

La prima richiede tempi più brevi per i processi di depurazione ma ha maggiorie ingombro sul terreno. La seconda occupa circa il 40% di spazio in meno ed è quindi più adatta quando si ha meno disponibilità di terreno.

In etrambi i casi, al termine dal processo può esserci un pozzetto di raccolta con una pompa per prelevare l’acqua in genere utilizzabile per irrigazione di aree alberate (anche frutteti) o, in alternativa, uno scarico verso un recettore naturale, come un fosso, ad esempio.

Devono sempre essere previsti dei pozzetti di prelievo delle acque, per i campioni da sottoporre ad analisi periodiche della carica batterica.

Conclusioni

Al termine di questa serie di pillole, che possono essere approfondite singolarmente, mi sento di fare un accorato invito a riflettere sulla qualità degli spazi in cui viviamo, per interrogarsi in merito al loro impatto sull’ambiente e sulla nostra salute, considerando che ormai dovremo convivere con i cambiamenti climatici, la scarsità delle risorse, gli eventi estremi e i virus pandemici.

La resilienza e d’obbligo!

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

Io resto a casa ma… fase 3

Io resto a casa ma...

la terapia anti COVID per l’edificio malato

FASE 3

di Egidio Raimondi

Lo slogan Io resto a casa ci offre l’occasione per chiederci quanto le nostre case siano vivibili e, perché no, sicure, visto che trascorriamo tra l’80 e il 90% della nostra vita in ambienti chiusi.

Queste pillole hanno l’intento di aiutare a valutare la qualità ambientale degli spazi in cui viviamo e migliorarli con piccole semplici azioni. Una piccola cura per ridurre alcuni dei sintomi dell’edificio malato che potrebbe richiedere terapie più importanti, radicali e impegnative, diciamo chirurgiche!

Pillola n.13 - Agenti microbiologici

Il rischio biologico deriva dalla presenza in ambienti chiusi di microorganismi (funghi, batteri, virus, parassiti…), allergeni (acari e altri allergeni di origine animale e vegetale) e muffe.

I rischi per la salute sono classificati in tre livelli: allergico, tossico, infettivo e gli effetti possono manifestarsi in funzione delle condizioni fisiche e la suscettibilità di ciascun individuo.

La presenza di agenti microbiologici è possibile fonte di trasmissione di alcune malattie epidemiche (influenza, varicella, morbillo, polmonite, legionellosi ecc…

I microorganismi che possono essere presenti nell’aria ambiente sono:

  • batteri di origine ambientale appartenenti ai generi Bacillus o Micrococcus
  • batteri appartenenti ai generi Mycrobacterium
  • batteri gram-negativi aerobi del genere Legionella (la pneumophila è la più diffusa)
  • microorganismi del genere Staphylococcus, Candida, Clostridium
  • virus
  • endotossine e micotossine

I più comuni allergeni sono:

  • acari della polvere
  • derivati epidermici di animali domestici
  • scarafaggi
  • funghi o miceti

La presenza di funghi è associata a condizioni ambientali con elevata umidità relativa che favorisce il loro attecchimento e la loro proliferazione. Le muffe possono provenire da frutta e verdura mal conservate e annidarsi su carte da parati, tappeti, terriccio. Le principali conseguenza sono l’asma, la congiuntivite, le riniti, le dermatiti…

Infine negli ambienti chiusi possono penetrare dall’esterno, attraverso le finestre e/o gli impianti di ventilazione, i pollini soprattutto nelle stagioni con maggiore densità di efflorescenze.

Pillola n.14 - Pitture ecologiche… quelle vere

Da quando il tema dell’ecologia e della sostenibilità è entrato anche nell’edilizia, assistiamo al fenomeno dell’iper-informazione o della disinformazione dovuta a superficialità e semplificazioni, per non parlare della de-formazione ad opera di quelli che chiamo eco-furbi.

Uno dei settori in cui occorre fare chiarezza è quello delle pitture o vernici ecologiche.

Molto spesso si sente definire come ecologiche le vernici a “base acqua”, cioè che hanno come solvente l’acqua invece di altre sostanze chimiche a base poliuretanica o di idrocarburi come il toluene, il tricloroetilene, ecc….

Le vernici ad acqua sono quelle che hanno come solvente prevalente l’acqua (in genere tra il 40 e il 50%) ma contengono altri solventi chimici oltre ad ulteriori additivi antialga e antifungo. Pur non trattandosi dei solventi citati prima, che non possono essere usati perchè non idrosolubili, si tratta comunque di sostanze che possono essere nocive per la salute umana.

Si tratta in particolare della salute degli imbianchini che li maneggiano quotidianamente per tutto il giorno e nel corso di tutta la vita lavorativa ma, essendo i solventi altamente volatili per definizione, continuano ad essere emessi in ambiente anche dopo l’applicazione della vernice o della pittura murale. E quindi rimangono esposte anche le persone che frequentano e vivono l’ambiente, con intensità di emissioni maggiori all’inizio e poi, via via, sempre minori ma per un periodo abbastanza lungo.

Se si aggiunge il fatto che la tendenza del settore è produrre vernici che possano essere applicate anche da persone non esperte e non professionali, oltre al fatto che avendo come solvente prevalente l’acqua, non emanano i cattivi odori dei solventi “classici”, e non sempre si adottano le misure di protezione individuale, esponendosi a rischi diretti, compiendo un errore di sottovalutazione.

Ma esistono pitture e vernici veramente ecologiche? La risposta è sì.

Sono quelle che hanno come solvente composti di origine naturale come il terpene di agrumi.

Ormai sono tante le aziende, anche italiane, che producono linee interamente ecologiche e biocompatibili, che hanno emissioni VOC (Composti Organici Volatili) molto basse o ridotte a zero e i cui solventi rilasciati in ambiente lo rendono anche più profumato.

Inoltre le pitture ecologiche hanno come base la calce e garantiscono traspirabilità alle superfici trattate, condizione indispensabile per avere comfort e salubrità in ambiente.

Ultima annotazione, un prodotto di qualità ecologica garantita si distingue dagli altri per la trasparenza dell’etichetta, che riporta nel dettaglio tutti i componenti e la loro natura.

É una questione di trasparenza commerciale verso un consumatore che sempre di più ha il diritto di avere tutti gli elementi per poter fare le sue scelte. Tra questi elementi, oltre al prezzo, direi che la salute è di gran lunga il più importante.

Pillola n.15 - “Sentirsi” a casa

In questo periodo di autoisolamento domestico in cui praticamente tutti viviamo tra quattro mura, si notano più del solito alcuni deficit qualitativi come quelli in materia di isolamento acustico.
Si sentono infatti i rumori e spesso le voci dei nostri vicini, con intensità variabili in  funzione della qualità edilizia dell’ambiente in cui ci troviamo.
Sicuramente la sensibilità di tutti noi è aumentata negli anni e ci infastidiamo per rumori che fino a qualche anno fa non notavamo nemmeno, come il rumore degli scarichi che attraversano i nostri ambienti, all’interno dei muri.

Sicuramente in fase di lockdown siamo più sensibili perché sono aumentati i rumori interni, dovuti alla presenza di persone, e contemporaneamente azzerati i rumori di fondo esterni, come il traffico ecc…
Tutto ciò premesso, in tema di acustica negli ultimi anni c’è stato un proliferare di normative, con relativo aumento dei contenziosi civili da parte dei “disturbati” contro gli inquinatori acustici.

Che fare allora?

Quando si costruisce un edificio basta applicare le norme esistenti con la dovuta competenza e accortezza e il problema non si pone, ma quando si interviene su edifici esistenti la situazione si complica.

Se ad esempio volessi isolare il pavimento o il soffitto, posso applicare sistemi che trovo in commercio ma poi il suono mi si trasmette sulle altre strutture, essendo gli edifici realizzati con tecnologie “convenzionali” sostanzialmente monolitici.

Mi spiego meglio con un esempio. Se isolo la parete che confina con il mio vicino che ama sentire la musica ad alto volume, il suono mi si trasmette attraverso il solaio, che è un unico elemento monolitico, magari in cemento armato, e non posso ovviamente interromperlo o “tagliarlo”.

Se voglio invece isolare il pavimento, posso posare sotto di esso un materassino apposito ma devo fare attenzione a risvoltarlo sulle pareti perimetrali in modo da ottenere quel distacco a cui accennavo prima. In questo caso però devo avere l’accortezza di non far appoggiare il battiscopa sul pavimento, altrimenti ricreo quel ponte acustico che vanifica l’intervento e la spesa.

In altre parole bisogna essere consapevoli del fatto che intervenendo sull’esistente si potrà ottenere solo un risultato parziale.

È utile perciò adottare soluzioni che riguardano le modalità d’uso degli ambienti. Evitare ad esempio di disporre una camera da letto adiacente ad un soggiorno, tra appartamenti diversi, in modo da far coincidere gli orari di fruizione ed evitare di disturbarsi a vicenda.

Per svolgere attività rumorose, come suonare uno strumento ad esempio, scegliere fasce orarie in cui si sa che il vicino non è in casa e ambienti il più lontano possibile dall’appartamento confinante, e altre buone pratiche del genere.

In ultima analisi, se si vuole godere dei vantaggi di vivere in contesti urbanizzati e densamente abitati, si deve accettare qualche disagio dovuto alla prossimità e alla promiscuità. Diversamente non resta che andare a vivere in campagna.

Ovviamente, per situazioni di particolare disagio la soluzione più idonea è rivolgersi ad un professionista che possa studiarla e proporre soluzioni. Ma… un tecnico, non un legale!

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

Io resto a casa ma… fase 2

Io resto a casa ma...

la terapia anti COVID per l’edificio malato

FASE 2

di Egidio Raimondi

Lo slogan Io resto a casa ci offre l’occasione per chiederci quanto le nostre case siano vivibili e, perché no, sicure, visto che trascorriamo tra l’80 e il 90% della nostra vita in ambienti chiusi.

Queste pillole hanno l’intento di aiutare a valutare la qualità ambientale degli spazi in cui viviamo e migliorarli con piccole semplici azioni. Una piccola cura per ridurre alcuni dei sintomi dell’edificio malato che potrebbe richiedere terapie più importanti, radicali e impegnative, diciamo chirurgiche!

Pillola n.7 - Materiali da costruzione

Fermo restando che sono importanti tutti i materiali con cui sono costruiti gli ambienti in cui viviamo, assumono particolare valore i materiali di finitura (le pitture, gli intonaci, i pavimenti, i trattamenti del legno come soffitti, porte e parquet, i rivestimenti, le colle, alcuni tessuti,…) perché sono quelli più a diretto contatto con le persone.

In particolare questi materiali contengono sostanze che ne rendono facile l’applicazione e ne aumentano le prestazioni in termini di durata e rapporto qualità/prezzo. Nella stragrande maggioranza dei casi queste sostanze (solventi, additivi, cariche, ecc…) sono prodotte da sintesi chimica in laboratorio e, siccome sono spesso altamente volatili, vengono rilasciate in ambiente in grande quantità durante l’applicazione e, via via più lentamente, nel corso della vita utile dell’edificio.

Si tratta dei VOC (Composti Organici Volatili) che, essendo di dimensioni ultrafini, possono penetrare direttamente nel nostro organismo creando danni anche molto gravi.

Delle possibili patologie parlerò nella prossima pillola intanto riporto un elenco sintetico dei VOC più diffusi nei nostri ambienti.

Idrocarburi alifatici (combustibili, detersivi, refrigeranti, cosmetici, aromatizzanti); Idrocarburi alogenati (pesticidi, refrigeranti, sgrassatori); Idrocarburi aromatici (vernici, pitture, colle, smalti, lacche, detersivi); Alcoli (detersivi, vernici, diluenti, adesivi, cosmetici); Aldeidi (fungicidi, isolanti, germicidi, resine, disinfettanti, pannelli in truciolato o altri semilavorati lignei).

Pillola n.8 - Effetti dei VOC sulla salute

Data la varietà dei Composti Organici Volatili che possiamo trovare in ambiente, non è facile individuare tutte le patologie in cui abbiano un ruolo diretto, anche in concomitanza con altri effetti di altra natura.

Ad oggi si sa che gli effetti sulla salute sono un’ampia gamma e vanno dal disagio sensoriale, alle allergie e ipersensibilità, fino a patologie molto gravi, per elevate concentrazioni, a carico del sistema nervoso centrale, fino ad arrivare alle patologie oncologiche.

Molti VOC sono riconosciuti come cancerogeni per l’uomo, come il benzene e i tri e tetra-cloroetileni, soprattutto a causa della lunga permanenza in abienti confinati (l’OMS parla di oltre l’80% della nostra vita).

Benchè molte normative impongano soglie di sicurezza alle emissioni di VOC, da certificare a carico del produttore all’atto dell’immissione in commercio, non mi stancherò mai di ripetere che nessuna norma potrà mai prevedere il cocktail di sostanze che ciascuno di noi metterà in ambiente quando realizzerà, arrederà e vivrà il suo spazio. Occorre quindi usare il buon senso, essere preparati e competenti e rivolgersi a professionisti e imprese altrettanto sensibili e competenti, senza mai dimenticare il principio di precauzione!

Pillola n.9 - Come ridurre l’esposizione ai VOC?

L’azione più importante ed efficace è scegliere con cura i materiali con cui si costruisce, ristruttura, rinnova la propria casa e gli altri spazi di vita al chiuso, affidandosi a progettisti e imprese idonei e competenti, inserendo tra i parametri di scelta quello della salute,. Sicuramente va ridimensionato il parametro dei costi, che nel caso dei materiali convenzionali non considera quelli indiretti, come ad esempio la mancanza di comfort, i costi sanitari, i costi ambientali per inquinamento ed eventi connessi con i cambiamenti climatici.

In particolare si raccomanda di:

  • ridurre al minimo sistemi che prevedano l’uso di colle prediligendo sistemi a secco (moquette, parquet, rivestimenti, strutture portanti e divorie degli spazi,
  • utilizzare vernici e pitture con solventi a base di terpene di agrumi o altre sostenze di origina naturale (le vernici all’acqua contengono sostanze antimuffa e funghicide,
  • garantire una corretta ventilazione degli ambienti, naturale o meccanica,
  • garantire la corretta manutenzione dell’impianto di riscaldamento e condizionamento , della cucina e altri dispositivi analoghi,
  • mantenere sempre in buona efficienza sistemi di tiraggio naturale come le canne fumarie di camini, stufe ecc,
  • mantenere temperatura e umidità ai giusti livelli,
  • non fumare negli ambienti chiusi, ridurre l’uso di prodotti per la pulizia a base di sostanze aggressive come candeggina, ammoniaca, ecc…preferendo l’alta temperatura in alternativa.

Pillola n.10 - Sistemi impiantistici: il riscaldamento.

Dato che negli ambienti chiusi l’aria è ricca di sostanze in sospensione, che possono venire in contatto con le persone, per inalazione o per contatto diretto con varie parti del corpo, è preferibile adottare sistemi per il riscaldamento e il raffrescamento che non siano basati sul fenomeno della convezione, proprio per limitare la circolazione dell’aria con tutto il suo carico di pulviscolo, batteri ecc…

I sistemi più efficaci sono quelli radianti, a pavimento parete o soffitto, perchè lavorano a bassa temperatura e quindi non cedono all’aria il calore che sarebbe necessario per renderla più leggera e quindi migrare verso il soffitto per poi, raffreddandosi, tornare più pesante e calare verso il pavimento, in quel movimento convettivo da evitare.

A mero titolo di esempio vi svelo che i “baffi” neri che appaiono in prossimità dei radiatori, o si formano negli angoli delle stanze, altro non sono che le polveri, spesso carbonizzate per l’alta temperatura dei radiatori stessi, che si depositano sulle superfici. Quelle che non si depositano le spazziamo via quando facciamo le pulizie oppure ce le ritroviamo nelle vie respiratorie.

Quindi, quando è possibile, il consiglio è di evitare i ventilconvettori (fan-coil) che hanno addirittura le ventole per aumentare la circolazione dell’aria, usare pure i radiatori ma aumentando il numero di elementi per tenere più bassa la temperatura dell’acqua che proviene dalla caldaia, preferire senz’altro il riscaldamento radiante a bassa temperatura, a pavimento o soffitto, con eventuale integrazione dei parti a parete, preferibilmente sulle pareti che danno verso l’esterno..

Pillola n.11 - Sistemi impiantistici: il condizionamento.

Gli impianti di condizionamento o raffrescamento, se non ben progettati, realizzati e manutenuti, possono nascondere numerose insidie per la salute di chi vive negli ambienti chiusi.

La sindrome più nota è dovuta al batterio della legionella, apparso per la prima volta nelle canalizzazioni che distribuiscono l’aria trattata negli uffici statunitensi, quelli in cui si divertono a passare i vari Bruce Willis, Tom Cruise & C. nelle loro missioni impossibili. Ebbene, in quei canali il batterio trova le sue condizioni ideali per temperatura e umidità dovuta alla condensa che si forma sulle pareti.

Inoltre intere colonie di microorganismi possono annidarsi e proliferare negli impianti in cui ci sia acqua stagnante come umidificatori, vaporizzatori, frigoriferi, impianti idrici, impianti solari termici…

Per quello che riguarda noi, per le tipologie di impianti diffuse alle nostre latitudini, oltre ad una corretta progettazione e realizzazione, è sufficiente preoccuparsi di:

  • pulire periodicamente i filtri dei dispositivi,
  • posizionare le prese d’aria esterna lontane da fonti inquinanti, come strade trafficate e/o altre sorgenti di emissioni nocive,
  • garantire che i fluidi degli impianti (aria o acqua) non rimangano a lungo fermi e stagnanti ma siano periodicamente tenuti in movimento.

Pillola n.12 - Processi di combustione

Molte attività svolte negli ambienti chiusi contribuiscono ad inquinarne l’aria. Tra questi ci sono processi di combustione come il fumo da sigaretta, il fuoco del caminetto, i fornelli del piano cottura, alcune stufe o altri sistemi per il riscaldamento degli ambienti…

Questi processi contribuiscono all’aumento della concentrazione di ossido e biossido di azoto (NO e NO2), anidride carbonica (CO2) e monossido di carbonio (CO).

In particolare il fumo di tabacco produce importanti concentrazioni di nicotina, sostanze irritanti, tossiche e cancerogene.

Negli ultimi tempi, data la diffusione di caminetti, caldaie e stufe a biomassa, è aumentato l’interesse della comunità scientifica per i fenomeni di inquinamento connessi, costituiti per lo più da monossido di carbonio, composti organici volatili (COV), particolato fine carbonioso (soot) e idrocarburi policiclici aromatici (IPA).

Leggi gli articoli della serie:

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

pandemia evoluzione medicina

La Pandemia e l’Evoluzione della Medicina

La Pandemia e l'Evoluzione della Medicina

Com’è nata la ventilazione meccanica e la moderna Terapia Intensiva

di Armando Sarti

Nei tempi che stiamo vivendo della pandemia da Covid-19 tanti ormai conoscono parole come “ventilatori”, “assistenza respiratoria a pressione positiva” e “intubazione tracheale”, cioè alcune fra le tecniche fondamentali della moderna terapia intensiva. Ogni giorno si conta il numero dei ricoveri nei reparti di Rianimazione e Terapia Intensiva, come parametro importante per seguire quanti pazienti hanno contratto l’infezione in modo grave e più in generale l’evoluzione della pandemia.  

La storia della medicina permette di ricordare com’è nato il concetto di terapia intensiva e, in seguito come si sono diffusi i reparti in grado di supportare le funzioni vitali dei malati, quali la respirazione e la circolazione del sangue, nell’attesa che i trattamenti medici e chirurgici concomitanti potessero permettere di guarire questi pazienti.

Nel corso dell’epidemia di poliomielite, alla metà del secolo scorso, Copenaghen si trovò al centro di un’area particolarmente colpita dal virus. Un numero impressionante di pazienti, in buona parte bambini e adolescenti, giungeva in ospedale in condizioni critiche perché l’infezione aveva attaccato la parte del sistema nervoso che collega il cervello al midollo spinale, compromettendo così la capacità di respirare a causa della paralisi muscolare.

All’epoca l’unico trattamento utilizzabile era il “polmone d’acciaio”, una tecnica che creando una pressione negativa all’esterno del torace lo espande facendo così entrare l’aria nei polmoni.

Il trattamento però non risultava molto efficace e comunque le unità disponibili erano molto scarse, mentre nell’Agosto del 1952, all’ospedale Blegdam di Copenhagen, arrivavano tante decine di pazienti con difficoltà respiratoria ogni giorno. Il personale medico e infermieristico, di gran lunga insufficiente per il numero dei ricoveri, si affannava nel prestare soccorso. La mortalità, per questi pazienti sfiorava il 90%.

Era in corso un’evidente sproporzione tra le necessità cliniche dei pazienti e la capacità di risposta sanitaria dell’ospedale, in particolare per i pazienti più gravi, esattamente come è avvenuto in varie città italiane nei giorni passati, e come è tuttora in corso nel mondo a causa del coronavirus.

A una riunione d’emergenza dell’ospedale Blegdam partecipò un anestesista, Bjørn Ibsen. Il giovane dottore danese, da poco rientrato da uno stage a Boston per specializzarsi presso un prestigioso centro medico statunitense, ebbe l’idea che avrebbe rivoluzionato il corso della pratica medica per i malati acuti.

Propose d’invertire il concetto del polmone d’acciaio e di pompare l’aria direttamente nei polmoni dei malati: la ventilazione a pressione positiva. All’epoca questa tecnica, mediante rudimentali apparecchi, era applicata per poco tempo solo durante gli interventi chirurgici più impegnativi.

Ibsen propose di ventilare i pazienti tramite un’incisione praticata nel collo fino alla trachea (tracheostomia) e una cannula che metteva in comunicazione le vie aeree del paziente con un pallone di gomma, compresso a mano e rifornito in continuo di aria e ossigeno.

Ibsen fortunatamente fu autorizzato a mettere in pratica la sua idea con le sue stesse mani e il giorno dopo, il 26 Agosto 1952, una ragazzina di 12 anni fu mantenuta in vita con questa tecnica.

La prima paziente fu così trattata con successo e la tecnica fu applicata subito a tutti i pazienti che non potevano respirare. Il problema era mettere due mani a disposizione per tanti malati e così fu organizzata in brevissimo tempo, in uno spazio dedicato, l’unità di terapia continua di ventilazione manuale, in turni di 6 ore, reclutando oltre ai medici disponibili, tutti gli studenti di medicina e di odontoiatria. In questo modo fu possibile assistere i tanti pazienti che non potevano respirare autonomamente. Gli studenti erano istruiti su quanto e con quale frequenza dovevano comprimere il pallone per portare l’aria nei polmoni dei malati.

La mortalità si ridusse in breve tempo, da quasi il 90% a meno di un terzo dei pazienti assistiti con questa tecnica manuale, in ambienti attrezzati specificamente per questa esigenza.

Era nata così la terapia intensiva, da una brillante e rischiosa idea di un giovane anestesista e dalla pronta risposta di un ospedale che nel suo insieme aveva reagito all’emergenza e riunito le idee e le forze, in stretta collaborazione, per guadagnare il tempo necessario alla risoluzione dell’infezione, assistendo così i pazienti che altrimenti sarebbero morti in breve tempo. Centinaia di pazienti furono salvati.

Fu un’intuizione geniale, che ha rivoluzionato il trattamento dei malati in condizioni critiche e instabili. Un esempio di ingegno e pronta reazione di fronte a una crisi di sistema. Era così possibile mantenere in vita i pazienti, del tutto coscienti, che non potevano respirare, in modo sicuro e prolungato nel tempo.

Proprio a Copenaghen, pochi mesi dopo, il Dr. Ibsen creò il primo reparto specializzato di Rianimazione e Terapia Intensiva. Oggi questi reparti, che necessitano di medici e infermieri formati in modo specifico e di una grande dotazione tecnologica, sono diffusi come sappiamo in tutto il mondo. Da una pratica utilizzata in sala operatoria la ventilazione meccanica è attualmente un trattamento essenziale ampiamente utilizzato nelle Terapie Intensive.

Le mani dei medici e studenti di Copenhagen furono rapidamente sostituite da macchine specificamente costruite per la ventilazione artificiale. Nel tempo sono state realizzate attrezzature per la ventilazione meccanica via via più sofisticate e adatte a supportare la respirazione in modo raffinato, seguendo le esigenze di ogni singolo malato che necessita di ventilazione assistita. I moderni ventilatori e i monitor delle funzioni vitali permettono di avvertire e registrare l’attività spontanea del paziente e di supportare l’immissione di aria e ossigeno nei polmoni con tante diverse modalità secondo le esigenze di ogni singolo malato.

Il 26 Agosto del 1952, il ‘Bjørn Ibsen day’, rappresenta così una pietra miliare della storia della medicina, che acquista una drammatica attualità proprio adesso, con il mondo intero che lotta con i letti disponibili di terapia intensiva per ventilare i polmoni dei pazienti più gravi.

Dalla storia al presente. Da questa pandemia dobbiamo necessariamente ricavare qualcosa di positivo per il futuro. I posti letto nelle Terapie Intensive e Subintensive, adeguatamente supportati da strumentazioni tecnologiche e personale formato, non devono essere ridotti per le ristrettezze economiche, ma al contrario incrementati, per far fronte ad esigenze improvvise. Un evento inaspettato, peraltro prevedibile dai veri esperti, non deve più trovarci così impreparati.

Più in generale riconosciamo che i servizi sanitari nazionali sono fondamentali per rispondere a pandemie come quella in atto, che, è bene ricordare, sono sempre possibili, possono ripetersi e sono più probabili nel mondo attuale, sovraffollato e facilmente collegato in poche ore da un capo all’altro.
Per sostenere il servizio sanitario nazionale non basta ringraziare pubblicamente e chiamare “eroi” gli operatori sanitari. C’è il rischio che finita l’emergenza tutto torni come prima. Si tratta di fare delle scelte, come individui e come paese, nell’allocazione delle risorse.

Non nascondiamoci dietro a un dito. Per noi Italiani in particolare vuol dire in primo luogo pagare le tasse e poi pretendere dalla politica un utilizzo appropriato del denaro pubblico. Tutti devono contribuire secondo le proprie possibilità, come dice la Costituzione della Repubblica.

Se niente cambia, con l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei costi della medicina, non sarà più possibile garantire ad ogni persona, in un futuro vicino, le migliori possibilità di guarigione.

È anche indispensabile finanziare adeguatamente i necessari interventi di prevenzione, con i sani stili di vita, una maggiore attenzione al ripristino della qualità dell’ambiente e una corretta alimentazione. Campagne di promozione della salute, riducendo i costi dell’assistenza sanitaria e riabilitativa per le malattie croniche, permetterebbero di salvare tante vite umane e avrebbero anche una ricaduta sociale importante per il contenimento della spesa sanitaria.

Armando Sarti, Medico

già direttore, Dipartimento d’Emergenza e Terapia Intensiva Azienda Sanitaria di Firenze