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Io resto a casa ma… fase 2

Io resto a casa ma...

la terapia anti COVID per l’edificio malato

FASE 2

di Egidio Raimondi

Lo slogan Io resto a casa ci offre l’occasione per chiederci quanto le nostre case siano vivibili e, perché no, sicure, visto che trascorriamo tra l’80 e il 90% della nostra vita in ambienti chiusi.

Queste pillole hanno l’intento di aiutare a valutare la qualità ambientale degli spazi in cui viviamo e migliorarli con piccole semplici azioni. Una piccola cura per ridurre alcuni dei sintomi dell’edificio malato che potrebbe richiedere terapie più importanti, radicali e impegnative, diciamo chirurgiche!

Pillola n.7 - Materiali da costruzione

Fermo restando che sono importanti tutti i materiali con cui sono costruiti gli ambienti in cui viviamo, assumono particolare valore i materiali di finitura (le pitture, gli intonaci, i pavimenti, i trattamenti del legno come soffitti, porte e parquet, i rivestimenti, le colle, alcuni tessuti,…) perché sono quelli più a diretto contatto con le persone.

In particolare questi materiali contengono sostanze che ne rendono facile l’applicazione e ne aumentano le prestazioni in termini di durata e rapporto qualità/prezzo. Nella stragrande maggioranza dei casi queste sostanze (solventi, additivi, cariche, ecc…) sono prodotte da sintesi chimica in laboratorio e, siccome sono spesso altamente volatili, vengono rilasciate in ambiente in grande quantità durante l’applicazione e, via via più lentamente, nel corso della vita utile dell’edificio.

Si tratta dei VOC (Composti Organici Volatili) che, essendo di dimensioni ultrafini, possono penetrare direttamente nel nostro organismo creando danni anche molto gravi.

Delle possibili patologie parlerò nella prossima pillola intanto riporto un elenco sintetico dei VOC più diffusi nei nostri ambienti.

Idrocarburi alifatici (combustibili, detersivi, refrigeranti, cosmetici, aromatizzanti); Idrocarburi alogenati (pesticidi, refrigeranti, sgrassatori); Idrocarburi aromatici (vernici, pitture, colle, smalti, lacche, detersivi); Alcoli (detersivi, vernici, diluenti, adesivi, cosmetici); Aldeidi (fungicidi, isolanti, germicidi, resine, disinfettanti, pannelli in truciolato o altri semilavorati lignei).

Pillola n.8 - Effetti dei VOC sulla salute

Data la varietà dei Composti Organici Volatili che possiamo trovare in ambiente, non è facile individuare tutte le patologie in cui abbiano un ruolo diretto, anche in concomitanza con altri effetti di altra natura.

Ad oggi si sa che gli effetti sulla salute sono un’ampia gamma e vanno dal disagio sensoriale, alle allergie e ipersensibilità, fino a patologie molto gravi, per elevate concentrazioni, a carico del sistema nervoso centrale, fino ad arrivare alle patologie oncologiche.

Molti VOC sono riconosciuti come cancerogeni per l’uomo, come il benzene e i tri e tetra-cloroetileni, soprattutto a causa della lunga permanenza in abienti confinati (l’OMS parla di oltre l’80% della nostra vita).

Benchè molte normative impongano soglie di sicurezza alle emissioni di VOC, da certificare a carico del produttore all’atto dell’immissione in commercio, non mi stancherò mai di ripetere che nessuna norma potrà mai prevedere il cocktail di sostanze che ciascuno di noi metterà in ambiente quando realizzerà, arrederà e vivrà il suo spazio. Occorre quindi usare il buon senso, essere preparati e competenti e rivolgersi a professionisti e imprese altrettanto sensibili e competenti, senza mai dimenticare il principio di precauzione!

Pillola n.9 - Come ridurre l’esposizione ai VOC?

L’azione più importante ed efficace è scegliere con cura i materiali con cui si costruisce, ristruttura, rinnova la propria casa e gli altri spazi di vita al chiuso, affidandosi a progettisti e imprese idonei e competenti, inserendo tra i parametri di scelta quello della salute,. Sicuramente va ridimensionato il parametro dei costi, che nel caso dei materiali convenzionali non considera quelli indiretti, come ad esempio la mancanza di comfort, i costi sanitari, i costi ambientali per inquinamento ed eventi connessi con i cambiamenti climatici.

In particolare si raccomanda di:

  • ridurre al minimo sistemi che prevedano l’uso di colle prediligendo sistemi a secco (moquette, parquet, rivestimenti, strutture portanti e divorie degli spazi,
  • utilizzare vernici e pitture con solventi a base di terpene di agrumi o altre sostenze di origina naturale (le vernici all’acqua contengono sostanze antimuffa e funghicide,
  • garantire una corretta ventilazione degli ambienti, naturale o meccanica,
  • garantire la corretta manutenzione dell’impianto di riscaldamento e condizionamento , della cucina e altri dispositivi analoghi,
  • mantenere sempre in buona efficienza sistemi di tiraggio naturale come le canne fumarie di camini, stufe ecc,
  • mantenere temperatura e umidità ai giusti livelli,
  • non fumare negli ambienti chiusi, ridurre l’uso di prodotti per la pulizia a base di sostanze aggressive come candeggina, ammoniaca, ecc…preferendo l’alta temperatura in alternativa.

Pillola n.10 - Sistemi impiantistici: il riscaldamento.

Dato che negli ambienti chiusi l’aria è ricca di sostanze in sospensione, che possono venire in contatto con le persone, per inalazione o per contatto diretto con varie parti del corpo, è preferibile adottare sistemi per il riscaldamento e il raffrescamento che non siano basati sul fenomeno della convezione, proprio per limitare la circolazione dell’aria con tutto il suo carico di pulviscolo, batteri ecc…

I sistemi più efficaci sono quelli radianti, a pavimento parete o soffitto, perchè lavorano a bassa temperatura e quindi non cedono all’aria il calore che sarebbe necessario per renderla più leggera e quindi migrare verso il soffitto per poi, raffreddandosi, tornare più pesante e calare verso il pavimento, in quel movimento convettivo da evitare.

A mero titolo di esempio vi svelo che i “baffi” neri che appaiono in prossimità dei radiatori, o si formano negli angoli delle stanze, altro non sono che le polveri, spesso carbonizzate per l’alta temperatura dei radiatori stessi, che si depositano sulle superfici. Quelle che non si depositano le spazziamo via quando facciamo le pulizie oppure ce le ritroviamo nelle vie respiratorie.

Quindi, quando è possibile, il consiglio è di evitare i ventilconvettori (fan-coil) che hanno addirittura le ventole per aumentare la circolazione dell’aria, usare pure i radiatori ma aumentando il numero di elementi per tenere più bassa la temperatura dell’acqua che proviene dalla caldaia, preferire senz’altro il riscaldamento radiante a bassa temperatura, a pavimento o soffitto, con eventuale integrazione dei parti a parete, preferibilmente sulle pareti che danno verso l’esterno..

Pillola n.11 - Sistemi impiantistici: il condizionamento.

Gli impianti di condizionamento o raffrescamento, se non ben progettati, realizzati e manutenuti, possono nascondere numerose insidie per la salute di chi vive negli ambienti chiusi.

La sindrome più nota è dovuta al batterio della legionella, apparso per la prima volta nelle canalizzazioni che distribuiscono l’aria trattata negli uffici statunitensi, quelli in cui si divertono a passare i vari Bruce Willis, Tom Cruise & C. nelle loro missioni impossibili. Ebbene, in quei canali il batterio trova le sue condizioni ideali per temperatura e umidità dovuta alla condensa che si forma sulle pareti.

Inoltre intere colonie di microorganismi possono annidarsi e proliferare negli impianti in cui ci sia acqua stagnante come umidificatori, vaporizzatori, frigoriferi, impianti idrici, impianti solari termici…

Per quello che riguarda noi, per le tipologie di impianti diffuse alle nostre latitudini, oltre ad una corretta progettazione e realizzazione, è sufficiente preoccuparsi di:

  • pulire periodicamente i filtri dei dispositivi,
  • posizionare le prese d’aria esterna lontane da fonti inquinanti, come strade trafficate e/o altre sorgenti di emissioni nocive,
  • garantire che i fluidi degli impianti (aria o acqua) non rimangano a lungo fermi e stagnanti ma siano periodicamente tenuti in movimento.

Pillola n.12 - Processi di combustione

Molte attività svolte negli ambienti chiusi contribuiscono ad inquinarne l’aria. Tra questi ci sono processi di combustione come il fumo da sigaretta, il fuoco del caminetto, i fornelli del piano cottura, alcune stufe o altri sistemi per il riscaldamento degli ambienti…

Questi processi contribuiscono all’aumento della concentrazione di ossido e biossido di azoto (NO e NO2), anidride carbonica (CO2) e monossido di carbonio (CO).

In particolare il fumo di tabacco produce importanti concentrazioni di nicotina, sostanze irritanti, tossiche e cancerogene.

Negli ultimi tempi, data la diffusione di caminetti, caldaie e stufe a biomassa, è aumentato l’interesse della comunità scientifica per i fenomeni di inquinamento connessi, costituiti per lo più da monossido di carbonio, composti organici volatili (COV), particolato fine carbonioso (soot) e idrocarburi policiclici aromatici (IPA).

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

Io resto a casa ma… fase 1

Io resto a casa ma...

la terapia anti COVID per l’edificio malato

FASE 1

di Egidio Raimondi

Lo slogan Io resto a casa ci offre l’occasione per chiederci quanto le nostre case siano vivibili e, perché no, sicure, visto che trascorriamo tra l’80 e il 90% della nostra vita in ambienti chiusi.

Queste pillole hanno l’intento di aiutare a valutare la qualità ambientale degli spazi in cui viviamo e migliorarli con piccole semplici azioni. Una piccola cura per ridurre alcuni dei sintomi dell’edificio malato che potrebbe richiedere terapie più importanti, radicali e impegnative, diciamo chirurgiche!

Pillola n.1 - Ricambio dell'aria

È importante garantire un buon ricambio d’aria in tutti gli ambienti, perché nei nostri edifici si producono e si annidano molte sostanze nocive che rendono l’aria spesso peggiore di quella esterna da cui ci si difende tenendo serrate le finestre.

come farlo ogni giorno correttamente?

  • aprire le finestre e le porte per non più di 10 minuti, in particolare in inverno, per non disperdere il calore;
  • aprire preferibilmente quelle su zone meno inquinate, ad esempio dal traffico, e non nelle ore di punta, meglio la mattina presto;
  • non aprire la porta del bagno dopo aver fatto la doccia, perché l’umidità potrebbe invadere le altre zone della casa;
  • aprire la finestra dopo aver fatto la doccia, perché è bene che il vapore fuoriesca unicamente da lì;
  • il tasso di umidità in casa non dovrebbe superare il 55% e potete tenerlo sotto controllo mediante un igrometro, se non avete già un impianto di climatizzazione che se ne occupa.

Pillola n.2 - Pulizia degli ambienti

Sembra paradossale ma la maggior parte dei prodotti di uso comune contengono sostanze chimiche nocive o pericolose che, liberate in ambiente, vengono in contatto con le persone per inalazione o per contatto diretto con mani e/o altre parti del corpo. Particolare attenzione va riservata ai soggetti più fragili, come i bambini, gli immunodepressi, gli anziani…

Quali sono i prodotti e le sostanze più pericolose presenti nei prodotti per la pulizia ?

Candeggina, Ammoniaca, Borace, Soda caustica, Acido muriatico, Formaldeide, Composti di ammonio quaternario, Etanoloammine, Toluene, Profumi e deodoranti per ambienti.

Quali sono i comportamenti corretti ?

  • prima di utilizzare i prodotti leggere attentamente le istruzioni e rispettare i dosaggi raccomandati, facendo attenzione ai simboli di pericolo sulle confezioni;
  • usare preferibilmente prodotti ecologici e bio compatibili, privi di sostanze chimiche nocive;
  • usare sistemi ad alta temperatura piuttosto che la chimica di sintesi;
  • usare acqua e sapone e/o alcool etilico al 75% e/o ipoclorito di sodio al 10%. Comunque usare guanti e dispositivi di protezione individuali;
  • non miscelare i prodotti per la pulizia, in particolare quelli contenenti candeggina e ammoniaca, con altri prodotti;
  • sia durante che dopo la pulizia o la sanificazione arieggiare adeguatamente gli ambienti.

Pillola n.3 - Elettrosmog

Nelle nostre case conviviamo con una lunga lista di dispositivi che emettono radiazioni elettromagnetiche: oltre agli smartphone e ai tablet abbiamo modem WiFi, telefoni cordless, forni a microonde, piani di cottura a induzione, rasoi elettrici, asciugacapelli…

Ognuno di essi ha emissioni conformi alle vigenti normative ma l’effetto dovuto all’uso combinato di essi non può essere previsto da alcuna legge e quindi è opportuno adottare alcuni accorgimenti.

  • dal forno a microonde (alta frequenza) le emissioni avvengono dalla parte frontale e quindi è opportuno non sostare davanti all’apparecchio in funzione e controllare che la chiusura e le guarnizioni siano in buono stato;
  • il piano cottura a induzione (media frequenza) funziona creando campi magnetici che vengono trasmessi al fondo delle pentole inducendo un effetto termico ma, una parte di queste radiazioni non viene assorbita dalle pentole e quindi è preferibile usare le piastre posteriori e tenersi ad una certa distanza dal piano cottura (almeno 10 cm);
  • l’intensità del campo magnetico si riduce con il quadrato della distanza e quindi per modem WiFi e telefoni cordless (alta frequenza) già ad un metro di distanza è più basso. É preferibile quindi non tenerli sul comodino e comunque tenerli lontani da zone in cui le persone sostano a lungo, e spegnere il modem di notte;
  • i telefoni cellulari (alta frequenza) vanno tenuti lontani dalla testa e quindi usare auricolari o viva voce, preferire una linea fissa se possibile, mettere in modalità aereo durante la notte o lasciarlo in un’altra stanza, evitare l’uso in auto perché nel chiuso dell’abitacolo si concentra una grande quantità di radiazioni, dato che il telefono deve utilizzare la massima potenza per rimanere agganciato alla linea.

Pillola n.4 - Virus e inquinamento

Molti hanno notato la corrispondenza tra le aree maggiormente colpite dal virus e i livelli di inquinamento dell’aria in quelle stesse aree. Il prof. Ernesto Burgio sostiene che, benché ad oggi non ci sia evidenza di una diretta correlazione tra inquinamento e virus, si può ipotizzare che esista un effetto sulle persone che contraggono il virus.

n pratica chi vive in quelle aree è soggetto da anni a fattori inquinanti importanti e si trova ad avere organi esposti, come i polmoni, a particolato ultrafine metalli pesanti e altri inquinanti, risultando più vulnerabili agli effetti del virus poiché presentano una reattività immuno-infiammatoria particolarmente alterata.

Insomma l’inquinamento non agisce sul virus ma sull’organismo che lo ospita.

Nelle immagini che ormai girano sul web si vede come sia migliorata l’aria nelle zone maggiormante colpite, anche in un solo giorno di lock down!

Pillola n.5 - Inquinanti indoor

Le sostanze che possono alterare in peggio la qualità dell’aria in ambienti chiusi sono numerosissime, spesso inaspettate e di varia natura.

Sostanzialmente possono essere di origine biologica, cioè legata agli occupanti  “viventi” dello spazio (persone, animali e piante), oppure di tipo strutturale legati ai materiali da costruzione con cui sono stati realizzati gli ambienti (finiture e impianti), o ancora legati all’uso degli ambienti, come nel caso dei processi di combustione per la cottura dei cibi, dei prodotti per le pulizie, dell’uso degli elettrodomestici o dei dispositivi elettronici per telecomunicazioni.

Cercherò di affrontarli singolarmente nelle pillole che seguono, in questi giorni, in modo che ciascuno possa sfruttare l’opportunità dello stare a casa per analizzare la propria situazione abitativa e valutare le opportune modifiche migliorative.

Pillola n.6 - Contaminanti di origine biologica

Il corpo umano e gli animali domestici possono emettere composti chimici, i bioeffluenti, che generalmente non raggiungono concentrazioni dannose per la salute. Ma il sovraffollamento, in assenza di adeguata ventilazione, può portare alla percezione sgradevole dell’aria e a concentrazioni di CO2 che ne peggiorano la qualità, rendendola “viziata”.

Altri contaminanti biologici derivano dalla desquamazione della pelle e dall’emissione di micro goccioline di saliva con il parlare, la respirazione, la tosse e lo starnuto… che rimangono sospese in aria per un certo tempo e possono veicolare agenti infettivi di varia tipologia. Anche gli animali domestici contribuiscono con perdita di pelo, forfora, saliva, urina…. oltre a tutto quello che raccolgono all’esterno e portano in casa, non avendo le scarpe!

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

Di che Legno sei?

Di che Legno sei?

Tutto quello che occorre sapere per fare la scelta giusta

di Egidio Raimondi

Ogni giorno di più si sente parlare di edilizia in legno ma, leggendo gli articoli o ascoltando i discorsi della gente, si percepiscono una serie di “equivoci” e malintesi su cui occorre fare chiarezza.

 Innanzitutto stupisce non poco il fatto che spesso, anche i telegiornali nazionali, parlino di “casette” di legno. Forse vittime di quella che io chiamo la sindrome dei tre porcellini, in cui il lupo distruggeva con un soffio la casa di legno dei poveri malcapitati, che si salvava solo costruendo una casa di mattoni! Purtroppo, sotto sotto, negli italiani è ancora forte la convinzione che in mattoni (o in cemento armato) sia meglio. Sappiamo bene che non è cosi, o almeno non in assoluto. Lo spiegherò più avanti.
Altro falso mito da sfatare è che “le case di legno costano poco”. Su questo faccio subito chiarezza. Se io paragono una casa in legno ad una in muratura, che abbia uguali prestazioni in termini di resistenza al terremoto, di efficienza energetica e di comfort abitativo, allora posso senz’altro affermare che quella in legno costa meno. Ma se faccio un confronto tra una casa in legno, che di default ha alte prestazioni, con una in muratura convenzionale, quella di legno costa di più. Il costo di costruzione medio, di riferimento, di una casa in legno si aggira intorno ai 1.600,00 €/mq a cui vanno aggiunte le opere di fondazione e la rete di smaltimento liquami e acque reflue (le fosse biologiche), da realizzare prima del montaggio del sistema prefabbricato.
Il costo varia anche in funzione della tipologia di sistema costruttivo in legno che si va a scegliere. Fondamentalmente esistono tre tipologie costruttive principali, alle quali possono essere ricondotte tutte le altre possibili varianti.

  • Il sistema puntiforme Pilastro/Trave con tamponamento
  • Il sistema a Setti Portanti, in pannelli a strati incrociati (X-Lam)
  • Il sistema a Platform-Frame o Ballon-Frame

Analizziamoli brevemente uno per uno.

Il sistema puntiforme pilastro/Trave è quello più simile al sistema a telaio in cemento armato o in acciaio. E’ costituito da una maglia spaziale di elementi portanti verticali (pilastri ) e orizzontali (travi), giuntati nei nodi mediante piastre metalliche imbullonate. I nodi, pilastro/trave e pilastro/fondazione sono appositamente studiati e realizzati in modo da essere incastri o cerniere, in funzione della loro resistenza statica e dinamica (dovuta all’eventuale azione sismica).

Una volta realizzata la maglia strutturale tridimensionale a telaio, si posano gli impalcati per realizzare i solai e i tamponamenti esterni. Successivamente si realizzano i tramezzi di divisione degli ambienti interni, si posano i serramenti, si installano gli impianti e si realizzano le finiture. Questo è il sistema che più si presta anche a soluzioni miste, ad esempio legno/acciaio, facendo attenzione a non vanificare i vantaggi di aver scelto un sistema leggero, di rapida realizzazione, elastico e di alta qualità abitativa.

Il legno lamellare è realizzato assemblando tavolette di piccole dimensioni e spessore, giuntate tra loro con giunti a pettine, e assemblate in strati successivi incollati tra loro. Questo consente di avere tavolette selezionate e assolutamente prive di nodi, cipollature e altri “difetti” naturali del legno, tenute insieme da colle ad alta resistenza per realizzare elementi anche di grandi dimensioni e, usando stampi e centine, anche di forma curvilinea. Tipicamente si tratta di elementi per coprire grandi luci, in edilizia speciale come quella industriale o sportiva. O per lo meno, la tecnologia è nata per questi impieghi, poi si è diffusa anche per applicazioni più standard. Gli elementi strutturali in legno lamellare arrivano ad avere resistenze superiori a quella dell’acciaio, con rigidezze che consentono di avere minori deformazioni su grandi luci, anche se spesso hanno sezioni maggiori.

Una delle “critiche” che viene fatta al legno lamellare riguarda la grande quantità di colle che viene impiegata, con particolare riferimento alle emissioni di solventi e altri composti organici volatili in esse contenuti. Si tratta di colle sintetiche a base poliuretanica o fenolica e, anche se esiste una continua ricerca volta a ridurre tali componenti, non c’è ancora la possibilità di impiegare colle “naturali”, con componenti di origine vegetale o animale, che abbiano le stesse prestazioni, in termini di resistenza meccanica e di durata nel tempo. Una linea di ricerca riguarda le colle a base di caseina o di resine vegetali ma ancora siamo lontani dai risultati sperati, anche perché tali sostanze fanno gola agli insetti xilofagi (mangiatori di legno) come tarli, coleotteri, lepidotteri …

Il sistema a setti portanti in pannelli a strati incrociati incollati, dato comunemente X-Lam o Crosslam è quello su cui si sta investendo di più negli ultimi anni. Come tutti, ha pregi e difetti.

Il pregio maggiore è che i pannelli sono realizzati con legno che può non deve essere di altissima qualità, poiché è ridotto in assi che vengono incollati in strati successivi, con orientamento incrociato tra strato e strato. Quindi, alla fine, si ottiene un elemento che non ha più le reazioni imprevedibili dell’elemento naturale legno, ma è un componente tecnologico di cui si possono calcolare le prestazioni statiche, in tutte le direzioni e in tutte le condizioni. Il fatto che sia realizzato con legno “povero” apre il mercato alle produzioni boschive tipiche delle medie altitudini e consente un contenimento dei costi di produzione. A questo proposito, forse non tutti sanno che la Toscana è la regione italiana più boscosa, in valore assoluto, ma non ha boschi che crescono a quote superiori ai 2000 m. Quindi ha legname adatto alla produzione di pannelli a strati incrociati, come la douglasia, e sta creando una filiera legno edilizia in tal senso, con investimenti di soggetti privati e un cospicuo sostegno pubblico.

Altro pregio di questo sistema è il fatto che si avvicina più di tutti alla logica della struttura in muratura portante e quindi, culturalmente, è più accettato dagli operatori dell’edilizia.

Tra i difetti si annovera innanzitutto l’impossibilità di fare varianti in corso d’opera e la necessità di prevedere ogni minimo dettaglio in fase di progetto esecutivo, dai fori per il passaggio degli impianti, alle aperture per porte e finestre, agli incastri per qualsiasi altro componente, alle fresature per le piastre di fissaggio tra gli elementi. Voglio specificare che questo è considerato un “difetto” rispetto all’approccio convenzionale dell’edilizia, che considera le varianti in corso d’opera come la normalità.

Altro difetto, su cui esiste un dibattito serrato tra gli addetti ai lavori, è il fatto che gli strati incrociati (sempre in numero dispari, da 3 a 12 generalmente) sono tenuti insieme da film di collanti, sempre sintetici come per il legno lamellare da poco descritto, che limiterebbero fortemente la traspirabilità dell’edificio. Oltre ad emettere in ambiente i solventi e le altre sostanze derivate da chimica di sintesi contenute nelle colle stesse.

Negli ultimi anni la ricerca ha prodotto sistemi in cui gli strati sono assemblati a secco e tenuti insieme da perni metallici o, addirittura, da viti trasversali in faggio, eliminando del tutto le colle!

L’ultimo sistema costruttivo è quello più noto ai più, grazie alla cinematografia americana. Sì, proprio così. Si tratta della tecnologia con cui sono costruite le case americane, nella tipica tipologia residenziale a due piani, con garage annesso e giardino con pratino ben tenuto. Il sistema Platform-frame si basa su una fitta rete di regoli in legno massello (di sezione quadrata intorno agli 8 cm) posti a distanza reciproca intorno ai 50 cm, sia in verticale che in orizzontale. Ovviamente vengono riquadrate le finestre e le porte, con telai sempre in legno massello e poi vengono tamponati sulle due facce, interna ed esterna, con legno a doghe o a pannelli. All’interno, nell’intercapedine, vengono inseriti gli impianti e dei materiali isolanti, per lo più sotto forma di materassini flessibili (lana di roccia o di vetro o altro…).

Questo sistema può essere usato anche per realizzare i tamponamenti negli edifici con struttura portante pilastro/trave (la prima che ho descritto) ma in quel caso gli elementi vengono messi a distanza maggiore tra loro e il reticolo è meno fitto.

La tecnologia a Platform-Frame è meno costosa di quella a setti portanti, prevede minor impiego di materiale e maggior impiego di mano d’opera. Possiamo dire che si tratta di carpenteria in opera e non di prefabbricazione industrializzata. Gli elementi possono essere tagliati a misura direttamente in cantiere, vengono fissati con unioni chiodate, avvitate o clip sparate ad aria compressa e non necessitano di gru o macchine operatrici come nel caso dei grandi setti portanti. Anche l’incidenza del trasporto e movimentazione è minore, trattandosi di trasportare elementi piccoli e leggeri che non prevedono mai il ricorso a trasporti eccezionali.
Ovviamente non è un sistema adatto a realizzare edifici oltre i due-tre piani di altezza.

Viste le tre principali tipologie di sistemi costruttivi facciamo ora alcune considerazioni generali sulle costruzioni in legno.

Innanzitutto hanno il grosso vantaggio di essere leggeri ed elastici, caratteristiche ideali per un comportamento antisismico (vedi il video della prova sismica nell’ambito del Progetto Sofie del CNR IVALSA https://egidioraimondi.com/costruire-senza-acqua/)  

Analogamente, hanno eccellenti prestazioni in termini di resistenza al fuoco. Può sembrare un paradosso ma, per sua natura, il legno tende a formare uno strato di cenere superficiale che lo rende autoestinguente o comunque ne rallenta la combustione. Caratteristica fondamentale per consentire la fuga in caso di incendio! Al contrario l’acciaio, raggiunto il punto di fusione, collassa repentinamente (chi non ha negli occhi l’immagine delle torri gemelle che si accasciano su se stesse in pochi minuti?)

Direi che il pregio maggiore dell’edilizia in legno è la certezza di tempi e costi di realizzazione, il che la rende appetibile per le opere pubbliche, notoriamente afflitte dalle varianti in corso d’opera, dalle revisioni prezzi, dagli incrementi stratosferici dei costi preventivati e dall’allungamento dei tempi, per non parlare dei casi limite che hanno riempito il nostro territorio di cattedrali nel deserto incompiute. La diffusione di tali sistemi infatti ha avuto un picco nella realizzazione di scuole, palestre, e altre opere pubbliche, con qualche esempio virtuoso di edilizia residenziale pubblica, con Firenze all’avanguardia.

Tutto questo attribuisce un grande valore al progetto, restituendogli la centralità che aveva perso nel corso degli anni, a favore delle decisioni prese in cantiere e a scapito della qualità. Occorre che tutti gli operatori del settore facciano uno sforzo per cambiare paradigma, imparando che progettando nei minimi dettagli si parte dopo ma si arriva prima, senza imprevisti e con la qualità preventivata. Si tratta di una grande opportunità per i progettisti, che non sempre la colgono e delegano all’impresa fornitrice lo studio dei dettagli costruttivi e dei particolari costruttivi, trovandosi poi fuori gioco nella fase di cantiere, indeboliti più che mai nel loro ruolo di direttori dei lavori.

Molta attenzione deve essere posta, nella fase di progetto e di realizzazione, alla cura di alcuni aspetti che per l’edilizia in legno posso essere catastrofici. In particolare, il legno non teme l’acqua ma il ristagno di acqua. Pertanto le guaine impermeabilizzanti, i punti di attacco a terra, le parti esposte all’acqua meteorica o all’umidità devono essere trattate secondo metodi che non corrispondono a quelli dell’edilizia convenzionale. Quindi occorre rivolgersi a progettisti esperti e aziende produttrici ed esecutrici che abbiano esperienza e competenza, al fine di evitare che l’edificio o alcune sue parti si deteriorino in breve tempo, come portato in evidenza dalle cronache e dalle inchieste aperte a carico di alcuni degli edifici costruiti dopo il sisma d’Abruzzo.

Ultima considerazione quella della finitura superficiale degli elementi in legno. Questi possono essere trattati con rasature e/o pannelli in cartongesso o gessofibra che li rendono simili agli edifici in muratura. Oppure possono essere lasciati a vista con finitura naturale. Qui subentra l’aspetto culturale che rende socialmente ed esteticamente accettabili nei paesi nordici elementi invecchiati, scuri, striati a seconda delle diverse esposizioni agli agenti atmosferici. Alle nostre latitudini invece si pretende che il legno rimanga nella sua forma e nel suo colore per sempre, dimenticando che si tratta di un materiale naturale e “vivo”, che reagisce alle diverse condizioni microclimatiche all’intorno.

Ma questo si potrà superare solo col tempo…

Non ho dimenticato il comfort indoor degli spazi realizzati con sistemi costruttivi in legno, che  è elevatissimo, caratterizzato soprattutto dalla salubrità dell’aria garantita dalla traspirabilità e dal comportamento igroscopico del materiale (assorbe l’umidità in eccesso e la cede quando l’aria ambiente è secca). Ovviamente molto dipende dal tipo di impianto di climatizzazione, dal tipo di serramenti esterni, dalle finiture superficiali e dall’insieme di fattori che compongono un sistema edificio-impianto complesso. Entrerò nel merito di questo in alcuni dei prossimi post.

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

Come “sentirsi” isolati

Come "sentirsi" isolati

Quello che va saputo sull’isolamento acustico per non accontantarsi del “sentito dire”.

di Egidio Raimondi

Vorrei fare chiarezza sul tema dell’acustica in edilizia che, negli ultimi anni, è stato fonte di numerosi contenziosi risoltisi nelle aule dei tribunali, con seri dolori per alcuni dei protagonisti.

La causa generale, a parte casi specifici, è il combinato disposto di una accresciuta sensibilità della gente verso il comfort acustico, di una normativa articolata e complessa, di una prassi di cantiere spesso poco sensibile all’argomento.

Innanzitutto cominciamo col dire l’onda acustica, e quindi il suono (o il rumore) si trasmette attraverso un mezzo fisico, un materiale. In edilizia quindi si trasmette attraverso i mattoni, il cemento, il legno, il vetro, l’acciaio…l’aria.

Sì l’aria. Nel vuoto il suono non si trasmette, per cui quando vedete un film di fantascienza in cui si sentono i boati delle esplosioni nello spazio, sappiate che ci stanno prendendo per i fondelli. Del resto accade anche di sentire lo stridere delle gomme anegli inseguimenti della auto sulla sabbia o sullo sterrato!

Ma torniamo a noi. Più un materiale è denso, compatto, con un peso specifico maggiore e più trasmette l’onda acustica. 

Il cemento armato o l’acciaio conducono più del legno, di un tessuto o dell’aria.

Ci sono quindi materiali che riflettono l’onda acustica e altri che la trasmettono, altri ancora che la assorbono, dissipandone l’energia sotto altre forme (termica, cinetica…)

Ma non finisce qui. Le onde sonore hanno una determinata frequenza e una lunghezza d’onda e i materiali si comportano in modi diversi al variare di tali grandezze. Alcune onde vengono assorbite, altre no e viceversa.

Le principali problematiche legate all’acustica ambientale riguardano il proteggersi da fonti di rumore esterne all’ambiente e garantire il comfort acustico all’interno dell’ambiente, evitando fenomeni come il riverbero, l’eco, ecc…

I suoni che si possono diffondere in ambiente sono schematicamente distinti in due categorie: i suoni aerei e i suoni impattivi.

Per capirci, sono suoni aerei il parlato, la musica, la tv, il jet che ci sorvola, l’autostrada che scorre vicino, ecc… sono invece suoni impattivi il calpestio delle scarpe col tacco, le macchine cha fanno delle lavorazioni ritmiche, il tapis-roulant del vicino che fa fitness in casa…

Per tentare di gestire questa complessità tutti gli attori del settore hanno cercato di dare il loro contributo.

Il legislatore ha emanato leggi che prescrivono valori massimi di emissione sonora per le sorgenti e valori minimi di abbattimento dell’onda acustica per i componenti edilizi, come muri, solai, finestre, ecc… usando come unità di misura il decibel (dBA).

Il progettista tiene conto della norma nell’elaborazione del progetto e si impegna, in fase di presentazione presso gli uffici competenti, al rispetto dei valori citati, massimi o minimi che siano.

Le imprese che realizzano i lavori sono tenute al rispetto di quanto progettato e descritto dal progettista, assumendosi la loro quota di responsabilità.

Il direttore dei lavori ha il compito di vigilare affinchè in cantiere non si verifichino quelle scelte dettate da poca consapevolezza, fretta o superficialità, che possono vanificare quanto previsto dal progetto. Cito a mero titolo di esempio, il caso più diffuso: la scatola di derivazione o i passaggi impiantistici in genere, nel muro esterno o in quello di confine con altro alloggio che, riducendo la sezione resistente dell’elemento creano formidabili ponti acustici. Ma più avanti vedremo nel dettaglio la casistica più diffusa.

produttori di materiali investono in ricerca e sviluppo di soluzioni sempre più performanti, meno ingombranti e con un miglior rapporto costo/prestazione.

Al termine dei lavori la legge impone che sia certificata la prestazione acustica, in relazione a quanto dichiarato in fase di progetto. In altre parole si deve confermare che il valore di progetto è stato raggiunto o superato in logica migliorativa. Per far questo occorre aver seguito bene tutte le fasi del cantiere ed essere certi che i lavori sono stati realizzati a dovere, come da progetto e a regola d’arte.

Se non si ha tale certezza, e oggi accade molto spesso, si fanno eseguire le prove acustiche strumentali da tecnici specializzati che certificano appunto la prestazione dell’immobile e delle sue singole parti.

Si tratta di un costo aggiuntivo che però è diventato buona prassi perchè mette al riparo le imprese, il progettista e direttore dei lavori, i committenti da eventuali azioni legali risarcitorie da parte di chi, diventato proprietario dell’immobile, facesse eseguire a sue spese tali prove e rilevasse la non conformità alla norma.

Siccome solitamente si tratta di riduzione del valore dell’immobile, con relativo risarcimento del danno per varie decine di migliaia di euro, risulta evidente che spenderne poche migliaia per le prove, ed eventualmente le correzioni acustiche, sia l’opzione migliore per tutti.

Rimane buona norma però seguire bene i lavori perchè non sempre si possono attuare correzioni efficaci.

A mero titolo di esempio, ai fini di una migliore comprensione del fenomeno dell’isolamento dai suoni impattivi, basti pensare che la misura principale e creare una discontinuità tra i materiali che compongono il solaio che divide i due ambienti in questione, quello in cui si trova la sorgente sonora e quello in cui il suono viene trasmesso. I solai sono fatti da strati, tipicamente dal basso verso l’alto, che prevedono l’intonaco del soffitto dell’ambiente sottostante, la struttura del solaio (laterocemento, legno, longarine e tavelloni, ecc…) il massetto porta-impianti, il pavimento con o senza sottofondo a seconda della tecnica di posa usata.

Ebbene tra il massetto e il pavimento si inserisce uno strato di discontinuità che rende il pavimento “flottante”, cioè scollegato dal resto della struttura. Si tratta generalmente di materie plastiche cellulari, applicate in fogli che vengono srotolati, sovrapposti e giuntati secondo le indicazioni del produttore, ma soprattutto risvoltati sui muri perimetrali e coperti dallo zoccolino battiscopa, in modo che quest’ultimo non appoggi sul pavimento ma sia solo fissato al muro. Se non si fa attenzione a quest’ultimo particolare e si rende lo zoccolino solidale con il pavimento, anche solo stuccando la fuga tra loro, si rischia di vanificare l’effetto dello strato di discontinuità inserito.

Ovviamente le casistiche sono innumerevoli e ne cito alcune, tra le più frequenti.

Nell’isolare una parete che divide ambienti contigui, di diverse unità immobiliari, tipicamente nel caso in cui si realizzano frazionamenti in più unità di immobili di maggiori dimensioni, si inserisce uno strato di materiale isolante tra due “tavolati” di laterizio. Il pacchetto, fatto di più strati (intonaco, laterizio, lama d’aria, isolante, lama d’aria, laterizio, intonaco) garantisce l’isolamento di legge. Se però in questa parete inserisco delle tracce per il passaggio degli impianti, delle scatole di derivazione o delle semplici scatole portafrutti dell’impianto elettrico, ecco che ho annullato l’effetto dell’isolamento perchè ho creato un ponte acustico che, alla prova strumentale, quasi sicuramente comporterà valori fuori dai limiti di legge.

Questo significa che andranno pensati e progettati anche i passaggi degli impianti e non lasciarli al caso o all’iniziativa degli operatori in cantiere che possono non aver presente la problematica acustica, non avendo la visione globale del progetto ma, giustamente, solo la visione parziale, legata alla loro parte di opera.

Per ridurre invece il riverbero in ambienti di grandi dimensioni, delimitati da superfici che riflettono l’onda acustica (muri, finestre, soffitti, pavimenti…) si opera inserendo in ambiente materiali fonoassorbenti, come tessuti (tende, rivestimenti, tappeti…) imbottiti (divani, poltrone, letti…) fino a buffles posti in punti strategici rispetto alla sorgente sonora, di forme e dimensioni idonee ad assorbire l’onda e attenuarne la riflessione. Ovviamente quando si tratta di edifici speciali come gli auditorium o i teatri si agisce anche sulla forma delle pareti stesse che racchiudono l’ambiente, caratterizzandone anche l’estetica in ragione della funzione specifica a cui sono destinati.

Con questi semplici esempi ho inteso solo dare un minimo l’idea delle strategie di intervento che si adottano nelle tre principali situazioni, ma non mi stancherò mai di ripetere che l’acustica è materia complessa e che le situazioni sono sempre diverse e non standardizzabili. Perciò l’invito è sempre quello di rivolgersi ad esperti competenti che possano indicare l’intervento più adatto, senza improvvisare per evitare inutili sprechi di risorse e incorrere nelle sanzioni previste dalla legge per mancata osservanza delle prescrizioni in materia, fermo restando il rischio di contenzioso civilistico con gli interlocutori nel mercato.

Con questo post chiudo per ora la trattazione sui temi dell’isolamento ma, essendo ancora vastissimi, ci tornerò su prima o poi, in particolare con approfondimenti specifici sui singoli materiali da impiegare.

Ovviamente ogni commento, osservazione o richiesta di chiarimenti che vorrete fare qui sotto, sarà ben accetto e trattato con cura, data la delicatezza dell’argomento.

A “risentirci” presto!

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

House Anatomy

House Anatomy

House Anatomy

Perchè un edificio è come un organismo vivente

di Egidio Raimondi

Ho sempre pensato che il nostro mondo può essere ricondotto a pochi fondamentali modelli, che ne facilitano la comprensione e suggeriscono metodologie e strategie di evoluzione e sviluppo, oltre che di cura e salvaguardia.

È ormai opinione diffusa che la città possa essere considerata un organismo vivente, e la cosa è molto facile da argomentare.
Le strade, che spesso si chiamano proprio arterie, garantiscono i flussi di persone e merci, e quindi di quelle sostanze nutrienti che alimentano l’organismo, proprio come accade nel sangue.
Le reti di trasporto e trasmissione delle informazioni possono essere paragonate senza alcuna incertezza al sistema nervoso di un organismo vivente. Lo stesso vale per le reti di distribuzione dell’energia elettrica.

Per quanto riguarda invece le reti di distribuzione di gas e acqua, altro non sono che il nostro apparato digerente, che si completa con le reti di smaltimento dei rifiuti e dei reflui, siano essi solidi, liquidi o gassosi.
Gli edifici possono essere paragonati alle cellule che si riproducono moltiplicandosi rapidamente, dando luogo alla crescita dell’organismo e alla sua rigenerazione.
I parchi e le aree verdi sono i polmoni che danno ossigeno a tutto il sistema.
Spingendo oltre la similitudine, si può arrivare ad individuare le stesse patologie che affliggono la vita degli organismi viventi.

E così, il traffico diventa il colesterolo che intasa le arterie, lo sprawl urbano è la metastasi cancerogena che cresce fuori controllo, le discariche sono accumulo di scorie che possono infettarsi pericolosamente, l’inquinamento dell’aria è la causa di danni all’apparato respiratorio, come nel caso di un fumatore incallito…
Quindi alla città può venire a mancare l’energia per vivere in salute, per carenza di risorse preziose e vitali come il suolo, il verde, l’aria e l’acqua pulita, gli spazi, le infrastrutture…

Scendendo di scala arriviamo all’edificio.

Applicando la stessa similitudine, troviamo le parti strutturali che sono lo scheletro (quello in cemento armato spesso lo si chiama proprio scheletro), poi abbiamo i muri di tamponamento e cioè i nostri tessuti muscolari, sempre più spesso rivestiti con cappotti di isolamento termico, uno strato di “grasso” sottocutaneo, poi abbiamo gli intonaci, i rivestimenti e le finiture che altro non sono che la pelle dell’edificio.
Se pensiamo agli impianti, abbiamo di nuovo il sistema nervoso (impianto elettrico e domotico), l’apparato digerente (caldaia e impianto termico), l’apparato circolatorio (idrosanitario).
Le finestre sono occhi, naso e bocca dato che consentono di vedere all’esterno e “respirare” attraverso la ventilazione.
Come in un organismo vivente, affichè un edificio goda di buona salute, occorre che ogni sua parte sia mantenuta in perfetta efficienza, con  analisi e check-up periodici (verifiche, assistenze ed ispezioni), allenamenti ed esercizio (manutenzioni ordinarie), interventi chirurgici (ristrutturazioni e restauri).

Questi interventi e queste buone abitudini varieranno in frequenza ed intensità in modo proporzionale alla vita dell’edificio. Un organismo giovane cresce senza aver bisogno di particolare supporto, mentre uno più agè merita maggiore attenzione e cura, fino ad arrivare alla sostituzione di parti ammalorate.
Poi ci sono i traumi da incidenti, che necessitano di grandi interventi e terapie invasive.
I terremoti, le alluvioni, le frane, le eruzioni vulcaniche, gli attentati terroristici, gli atti vandalici, gli incidenti stradali e ferroviari, i blackout, il crollo di edifici o ponti…
Infine c’è l’errore del “medico” che è intervenuto sull’organismo e la trascuratezza nel tempo dovuta alla superficiale sottovalutazione di segnali premonitori.

Ma qual è il messaggio che si ricava dal considerare valido e plausibile questo paragone?

Che per intervenire su un organismo vivente bisogna avere un approccio sistemico e considerarlo non come una somma di parti distinte ma come un tutto in cui ogni singola parte è in stretta relazione con le altre. Dalla condizione di una parte dipende la condizione di tutte le altre e la qualità della vita, con le relative prestazioni, dell’organismo stesso.

Con questo bisogna accettare anche che, come tutti gli organismi viventi, anche questo possa un giorno morire, giungendo alla fine del suo ciclo di vita. 

Molti di noi sanno come fare ma occorre aumentare la consapevolezza di massa su questi temi, diffondere il nuovo paradigma in maniera capillare, raggiungendo il maggior numero di persone, come se si trattasse della diffusione di un virus benefico, che possa aiutare a migliorare la qualità dei nostri edifici, delle nostre città e dei nostri territori, che si trovano a misurarsi con le importanti sfide epocali dei flussi migratori, dei cambiamenti climatici, dell’instabilità economica e geopolitica, della globalizzazione…
Fino ad ora in Italia di questi temi se ne è parlato e ampiamente dibattuto ma è giunta l’ora di passare dalla parole ai fatti, mettendo in campo azioni concrete, ognuno per le sue possibilità, il suo ruolo, le sue competenze, le sue responsabilità.

Dunque, buona vita a tutti!

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

L’Olocene è finito… siamo nell’Antropocene

L’Olocene è finito… siamo nell’Antropocene

di Egidio Raimondi

Dopo 12 milioni di anni siamo nell’era determinata dall’uomo.

È da poco uscito nelle sale il film-documentario che illustra il lavoro di un gruppo di scienziati impegnati a dimostrare che ormai la vita del nostro pianeta è influenzata e determinata dalle azioni umane. Vale a dire che i segni lasciati dall’uomo saranno indelebili e, un ipotetico geologo che decidesse di fare carotaggi e scavare nel suolo terrestre tra qualche millennio, troverebbe i segni del passaggio dell’uomo!
Si potrebbe sintetizzare nella frase: l’impronta umana cambia la geologia.
La tesi di geologi e scienziati del gruppo di lavoro Antropocene è che oggi ci troviamo a vivere una nuova era geologica collocata dopo l’Olocene, che ormai può considerarsi concluso, che può essere definita come l’età dell’uomo.
Gli impatti dell’attività vitale umana sulla terra vengono elencati con immagini straordinarie (uno degli autori è un fotografo paesaggista) e descritti con dovizia di particolari e abbondanza di dati numerici.
Unica nota negativa, a mio parere, la voce narrante. Troppo triste, sommessa, affranta. Un tema così grave se lo si affronta con uno spirito negativo significa sconfitta sicura. Significa rinuncia a ogni forma di speranza. Molto meglio l’appello accorato e il tono di rimprovero di Greta alle Nazioni Unite!

Gli scienziati del gruppo Antropocene individuano una data precisa in cui ci sarebbe stato il passaggio dall’Olocene: il 1965. La motivazione è che in quell’anno c’è stato il maggior numero di esplosioni nucleari sulla terra….
Ma torniamo agli impatti che cercherò di sintetizzare, elencandoli anch’io come nel film.

Bracconaggio. Il film comincia con la scena di un enorme sequestro di zanne di elefanti in Africa che vengono disposte a formare delle pire cupoliformi e poi date alle fiamme. Un valore di miliardi di dollari sul mercato degli oggetti di avorio. La stessa scena torna a chiudere il film, evidenziando una circolarità che è propria della natura e che l’uomo deve recuperare nei suoi processi… se non vuole mandare in fumo tutto ciò che ha costruito.

Estrazione. Le miniere e le cave disseminate per il globo offrono le immagini più suggestive. Si devastano intere regioni, demolendo case e sfrattando gli abitanti, annientando interi ecosistemi, inquinando irrimediabilmente territori vasti come stati, per estrarre lignite, nichel, marmo, potassio, petrolio, gas naturale…

Cambiamenti climatici. Il surriscaldamento globale provoca l’innalzamanto del livello dei mari e l’uomo costruisce barriere frangiflutti in cemento lunghe centinaia di chilometri, che poi non reggeranno agli tsunami. Si sciolgono i ghiacciai e si alterano le stagioni, incrementando il numero fenomeni climatici estremi, che provocano danni da centinaia di milioni e costano vite umane.

Acidificazione dei mari. Gli inquinanti che finiscono in mare sotto varie forme provocano l’acidificazione che sta uccidendo le barriere coralline, con la perdita di intere specie floro-faunistiche, molte delle quali ormai estinte.

Rifiuti. Migliaia di individui vaganti tra i rifiuti di discariche grandi come regioni, che hanno sempre vissuto lì a rufolare tra la spazzatura per estrarre plastica o altre materie da vendere al mercato del riciclo per pochi miserabili spiccioli. Generazioni di zombie che mai nessuno è riuscito ad immaginare, regista o scrittore di fantasy che dir si voglia.

I luoghi sono i più disparati nel pianeta, dall’Africa alla Siberia, dalla Cina all’Australia, dalla Russia al deserto del Cile. Ma la cosa che stupisce è che ci siamo anche noi: l’Europa e in particolare la Germania, dove demoliscono case e addirittura una chiesa per estrarre la lignite.

E ci siamo anche noi: l’Italia, ben rappresentata dalle cave di marmo di Carrara e dall’acqua alta di Venezia!

Il messaggio dunque pare essere che “ci siamo dentro tutti… nessuno escluso”. Siamo allo stesso tempo vittime e carnefici. Subiamo i danni dovuti ai comportamenti sbagliati, a tratti assurdi, che noi stessi continuiamo a tenere!

Il film, pluripremiato, è solo una parte di un progetto più ampio che comprende anche una mostra, a conclusione di una trilogia di mostre fotografiche iniziata nel 2006.

Un egregio lavoro di sensibilizzazione quello fatto dal gruppo di scienziati e dallo staff di artisti e film maker. 

Ma cosa possiamo fare ancora? come possiamo fermare il processo di autoestinzione del genere umano sul pianeta? possiamo invertire il trend? dobbiamo solo adattarci in una logica di resilienza?

Io non ho una risposta… ma una cosa è certa: è urgente fare qualcosa e dobbiamo farlo tutti noi, ciascuno di noi è chiamato a prendersi la sua quota di responsabilità e rispondere con qualcosa che possa compensare i danni fatti, da noi o da chi ci ha preceduto… non importa.

Non abbiamo il tempo di fare processi e trovare i colpevoli. Dobbiamo agire subito e inoculare l’antidoto. Dobbiamo fermare il processo che negli ultimi anni ha subito un’accelerazione impressionante e, siccome questi fenomeni hanno un’inerzia enorme, dobbiamo essere consapevoli che se agiamo oggi… vedremo gli effetti tra molti anni, se non decenni.

Concludo con uno slogan che rubo ad un’altra tematica ma che trovo efficace anche qui: Se non ora… quando?”

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

Alla Degenerazione Urbana si risponde con la Rigenerazione Umana

Alla Degenerazione Urbana si risponde con la Rigenerazione Umana

di Egidio Raimondi

Un gioco di parole per affermare l’urgenza di rimettere l’uomo al centro del processo di produzione degli spazi di vita.

 

Il 28 febbraio scorso ho partecipato all’inaugurazione della mostra Lucien Kroll, tutto è paesaggio, un’architettura abitata, allestita a cura di Vittfrida Mitterer e Patrizia Colletta presso la Casa dell’Architettura di Roma.  Organizzata dalla Fondazione Bioarchitettura, in collaborazione con Casa dell’Architettura di Roma, Citè de l’Architecture et du patrimonio di Parigi e Ordine degli Architetti PPC di Roma, sarà visitabile fino al 16 marzo prossimo.

Ho conosciuto Lucien Kroll nei primi anni del 2000, in occasione del Master in Bioarchitettura che frequentai tra Bologna e Roma, sotto la guida entusiasmante del compianto Ugo Sasso e, ogni volta che passa da queste parti, corro a salutarlo e ringraziarlo per essere stato uno dei maestri che hanno cambiato il mio modo di vedere l’architettura, la società, la vita.

Lucien Kroll ti affascina mostrandoti immagini di affollate riunioni in cui gli abitanti dei grand-ensemble, nella banlieue di una qualsivoglia metropoli francese, partecipano alla progettazione attiva dei loro spazi di vita e di relazione. Una cosa assolutamente straordinaria per noi che siamo abituati a “sanguinose” assemblee condominiali che non portano a nulla o, al massimo, a sofferte decisioni a colpi di maggioranze sulle quote millesimali di proprietà. E lui con leggerezza, usando pezzi di gommapiuma e di cartone, pennarelli e matite e forbici, aiuta queste persone a ritrovarsi e ad esprimere le loro vere istanze, i loro bisogni e i loro sogni, affinché il progettista possa accoglierli tra gli input di progetto e immaginare un’opera che possa essere sentita propria e “amata” da coloro che la vivranno. Purtroppo ancora assistiamo a dibattiti in cui progettisti, persino accademici, si oppongono alla progettazione partecipata sostenendo che il progetto lo deve fare il progettista. Quanta superficialità e quanta miopia….

La grande conoscenza e il profondo rispetto per la società porta Kroll a criticare e smontare le simmetrie, le regole rigide, le forme immutabili e indifferenziate che portano a spazi urbani e architetture totalizzanti e militari, fondamentalmente ostili per chi le deve vivere. I suoi progetti mirano a rompere la linearità, a creare spazi frammentati e differenziati, apparentemente spontanei e casuali, colorati, frastagliati, capaci di dare emozioni disvelando scorci sempre nuovi ed evitando la ripetitività seriale e la monotonia. Si creano così spazi la cui definizione e destinazione d’uso sono mutevoli nel tempo, consentono varie interpretazioni e declinazioni, per adattamenti, rimaneggiamenti, modifiche…. In una parola ciò che accade nei centri storici delle città antiche!

Quei centri storici che, a causa di errate politiche amministrative e assenza di visione strategica, si sono svuotati progressivamente negli anni per poi vederseli apparire, falsi e ricostruiti in improbabili simulazioni al vero, nei centri commerciali. Perché alla fine è quello il tipo di spazio che le persone vogliono!

Ma il paradosso rimane: si abbandonano i centri storici autentici e si ricostruiscono le loro copie, i loro simulacri, nei nuovi spazi di aggregazione, i centri commerciali….

Ecco, questa per me è la Degenerazione Urbana e, aggiungerei, territoriale a cui stiamo assistendo da decenni, senza riuscire ad invertire il trend e pagando prezzi carissimi in termini qualità ambientale e sociale dei territori.

La risposta di Kroll alla città indifferenziata, anonima, rigida, fredda, alienante, a tratti invivibile è…. l’Umanizzazione. Un processo di partecipazione alle scelte, di riappropriazione degli spazi, di trasformazione attiva di essi, di personalizzazione, di azioni spontanee che fanno di una città una comunità e non un insieme di strade ed edifici.

Una delle frasi che Kroll ripete spesso è: “non esiste architettura senza le persone”. E la dimostrazione più riuscita di questo assunto Kroll la dette in occasione di un’edizione, non ricordo quale, della Biennale di Architettura di Venezia. Io ed alcuni amici andammo a visitare la biennale e ad incontrare Lucien Kroll che, insieme ad Ugo Sasso, avrebbe dato vita ad un dibattito estemporaneo. Il tutto si svolgeva nel padiglione belga nei giardini della Biennale.

Ebbene Kroll, che era stato incaricato dell’allestimento, aveva superato se stesso. Aveva preso una ventina di studenti dei suoi corsi, li aveva messi al lavoro per costruire strutture in tubi innocenti e pannelli un’impalcatura che attraversava tutto il padiglione e ospitava una grande cucina e tavoli da pranzo al piano terra, camere da letto e spazi di relazione e relax agli impalcati superiori, fino ad arrivare ad una piattaforma belvedere che sbucava dal tetto del padiglione e spaziava a 360 gradi su tutta l’area dell’esposizione. Ma la cosa straordinaria era che quegli studenti vissero nel padiglione belga per tutta la durata della Biennale. Kroll aveva creato l’architettura abitata!!!

All’architettura mancavano le persone e lui ce le aveva messe, con un’operazione di una forza straordinaria per tutti coloro che, come me, avessero avuto l’opportunità di vivere quell’esperienza anche solo per poche ore. Parlammo di architettura e del suo equilibrio con l’ambiente e con l’uomo, mangiando insalata fatta al momento dagli studenti che ci ospitavano, lì insieme a noi, e bevendo vino appena spillato da damigiane ben posizionate sulle impalcature. Indimenticabile!

Il valore che emerse quel giorno fu il senso di comunità che si respirava e che faceva di un edificio statico e neutro, concepito per esporre qualcosa, un edificio vivo e pieno di energia positiva. Era quello stesso senso di comunità che si respira nei borghi, nelle piazzette, nelle unità di vicinato, così frequenti e “normali” prima che arrivasse l’architettura seriale e l’edilizia industrializzata a standardizzare e omogeneizzare tutto, togliendo identità ai luoghi e rendendoli anonimi.

È da qui che bisogna ripartire per “riparare all’errore” (altra espressione di Kroll) e per recuperare quei valori sociali e umani su cui si basa la vita di una città, concepita come organismo vivente e vivibile. Insieme di vite e di relazioni umane e non cumuli di edifici, stanze e non metri cubi, spazi e non standard urbanistici… Si deve ripartire dalle persone, dal restituire loro dignità e identità perdute, facendole sentire esseri unici e non numeri su una planimetria catastale, portatori di idee e non quote millesimali…..

Ecco cosa intendo come Rigenerazione Umana ed è questo il compito delle future generazioni che vorranno migliorare la qualità della vita nelle città. Non penso solo agli architetti-urbanisti ma anche agli amministratori, ai produttori di materiali e componenti per l’edilizia, l’arredo urbano e le infrastrutture, agli operatori finanziari, alle istituzioni culturali, agli stessi cittadini, singolarmente o in forme organizzate di associazionismo attivo.

Il lavoro da fare è tanto e complesso, la strada lunga e tortuosa ma, per chiudere con l’ennesima frase di Lucien Kroll, A camminare di impara… camminando!

Bon Voyage!

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

edificio malato

Edificio Malato?…No grazie!

Edificio Malato?…No grazie!

Cos’è la Sick Building Syndrome?

di Egidio Raimondi

Quando si può considerare “malato” un edificio? Quali sono i sintomi? E soprattutto, quali le terapie?

Non essendo l’edificio un essere animato, bisogna riferirsi agli esseri viventi che lo abitano e considerarli soggetti spia, cartine di tornasole, sentinelle. In altre parole, dall’analisi delle patologie e dei malesseri degli abitanti è possibile risalire alle cause, e quindi alle situazioni di criticità ambientali da rimuovere.

Ovviamente non è che si debba aspettare che qualcuno abbia dei malesseri per intervenire ma è possibile effettuare delle analisi ambientali, visive e strumentali, più o meno invasive, a seconda della problematica che si vuole affrontare. I risultati delle analisi danno un quadro “clinico” generale sullo stato di salute dell’edificio, in base al quale è possibile “progettare” una terapia di intervento.

Ma perchè è importante vivere in ambienti sani? La risposta è che, con particolare riferimento agli ambienti chiusi, comunemente detti indoor, vi trascorriamo, mediamente, oltre l’80% del nostro tempo.

Eh sì, proprio così. Prova a pensare alla tua giornata tipo e ai luoghi in cui la trascorri: la casa, l’ufficio, la fabbrica o comunque il luogo di lavoro, la scuola, la palestra o la piscina, il bar, il ristorante, il pub, la discoteca, il teatro, il cinema, l’albergo….. Ebbene, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha stimato che nel mondo occidentale il tempo trascorso in questi ambienti è di oltre l’80% della giornata!

Ma vediamo quali sono le possibili tematiche, legate alla salute, riscontrabili negli edifici.

  • Qualità igro-termica, che dipende dalla temperatura e dell’umidità in ambiente;
  • Qualità dell’aria, che dipende dalle sostanze in sospensione nell’aria ambiente;
  • Campi elettromagnetici, che dipendono dalle emissioni ad alta e a bassa frequenza;
  • Qualità visivo-percettiva, che dipende dall’illuminazione, dai colori, dalle forme, dalle visuali verso l’esterno.

Ognuno di questi aspetti merita uno o più articoli di approfondimento ma è utile anticipare qualche concetto di base per un primo inquadramento.

La temperatura e l’umidità presenti in un ambiente chiuso influenzano notevolmente la qualità della vita e dipendono da come sono costruite le strutture che delimitano l’ambiente (muri, pavimenti, soffitti), dalla tipologia di serramenti esterni e dal tipo di impianto di riscaldamento. Molto dipende anche dall’uso che si fa dell’ambiente, in base alle abitudini e alle consuetudini di chi lo abita.

In generale, una persona ha una temperatura corporea di 36°C ed ha uno scambio termico con l’aria e con le superfici che delimitano l’ambiente in cui vive. Pertanto, se la temperatura degli elementi che lo circondano è troppo bassa disperde calore ed ha la sensazione di freddo. Al contrario, se è circondato da temperature più alte, non disperde e la sensazione è di caldo, con conseguente eccesso di sudorazione.

 

 

Per essere salubre un ambiente deve essere correttamente e uniformemente riscaldato o raffrescato, deve avere un buon ricambio d’aria a seconda della destinazione d’uso (una casa è diversa da una scuola o da un cinema…), una buona esposizione al sole nell’arco della giornata e deve avere un livello di umidità compreso tra il 40% e il 65% in funzione della temperatura.

Immagino che ti sia capitato spesso di entrare in una stanza con dentro tante persone (a scuola, in ufficio, in palestra…) e sentire il bisogno di aprire la finestra perchè l’aria era viziata. La qualità dell’aria ambiente è uno degli aspetti più sottovalutati e sta assumento caratteri sempre più problematici con la diffusione di sistemi per il risparmio energetico (serramenti a tenuta, pareti e tetti fortemente isolati, ecc…). Il punto è che non siamo pienamente consapevoli delle sostanze che possono essere in sospensione nell’aria e che possono entrare nel nostro corpo, per inalazione, ingestione o contatto. Polvere, pollini e particelle portate dall’esterno, capelli, particelle organiche da desquamazione della pelle, forfora, pelo di animali domestici, fumo di sigaretta, grassi ed emissioni dalla cottura dei cibi, emissioni dall’impiego di detersivi, solventi e altre sostanze contenute negli arredi, nelle pitture murali, nelle finiture del parquet, ecc…. (i cosiddetti VOC).

Tutte queste sostanze, a seconda del tipo di impianto di riscaldamento presente in ambiente, vengono messe più o meno in movimento, favorendone o meno l’assunzione da parte delle persone. Un segnale evidente della presenza di particelle in sospensione sono i “baffi” neri in prossimità dei radiatori o negli angoli delle stanze. Altro non sono che le polveri che, carbonizzate per le alte temperature in prossimità dei radiatori, vanno a depositarsi nelle immediate vicinanze. Quelle che non si depositano, con molta probabilità, si depositano nel nostro corpo, nelle nostre mucose, nei nostri polmoni e nelle altre vie respiratorie, nel sangue….

Ed è così che spesso le analisi ambientali rivelano livelli di inquinamento in ambienti interni più alti di quelli rilevati in una strada trafficata!

Dedicherò molti articoli all’approfondimento di queste problematiche e alle soluzioni che possono essere adottate per ridurle o eliminarle.

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

50 sfumature di… verde

50 sfumature di… verde

Non c’è un solo modo per essere… green!

di Egidio Raimondi

La scrittrice inglese E.L.James ha pensato alle sfumature di Rosso, di Nero e di Grigio e molti ne sono stati letteralmente rapiti, facendo diventare il libro un bestseller e il film un campione di incassi.

Confesso che non ho letto nessuno dei libri e non ho visto il film ma il titolo mi è sembrato perfetto, con il mio adattamento, a sintetizzare quello che penso in merito all’essere green oggi. Se poi consideri che ho appena compiuto 50 anni, capisci che non avevo scampo!

Veniamo al punto. Oggi si fa un gran parlare di Green, dalla Green economy ai Green jobs, ai prodotti Green, al vivere Green…. Purtroppo, mentre da noi in Italia si parla, in altre parti dell’Europa e del mondo si agisce. Quelle che altrove sono solide realtà da noi rimangono enuciati, buone intenzioni e… spesso, Green washing.

Non che manchino gli esempi virtuosi, ed è di questi che vi racconterò nei miei post futuri, ma purtroppo regna ancora una disinformazione e una confusione che, alla fine, danneggiano chi cerca di fare le cose sul serio e diventano boomerang che sortiscono effetti opposti a quelli auspicati, nella società e nel mercato.

 

Un solo esempio per tutti. Le pitture all’acqua sono ecologiche e non fanno male alla saluteNiente di più falso! Il fatto che il solvente, ingrediente fondamentale delle pitture, non sia derivato da sintesi chimica ma sia semplice acqua, comporta che sia accompagnato da sostanze antifungine e antimuffa, ovviamente prodotte da sintesi chimica. Ci sono poche semplici regole in natura: una di queste è che dove c’è acqua ferma e al chiuso c’è muffa!

E la cosa più grave della mistificazione che molti grandi produttori reiterano da anni è che, quando si apre un barattolo di vernice con solventi sintetici (e maleodoranti) si tiene il naso lontano o si usano delle protezioni. Quando invece si apre un barattolo di vernice ecologica all’acqua se ne respirano tranquillamente gli effluvi, inalando quegli additivi di cui sopra.

Ma allora le vernici ecologiche non esistono? Certo che esistono, sono quelle che hanno come solventi terpeni di agrumi e olii derivati da sostanze vegetali, disponibili sul mercato a prezzi accessibili e che non creano nessun danno a chi vive negli ambienti in cui sono state applicate, e soprattutto a chi le usa per decenni, otto ore al giorno, 5 o 6 giorni a settimana: l’imbianchino, gli addetti ai tintometri e tutti gli operatori della filiera, fino allo smaltimento. Ma questo merita ampia trattazione e l’avrà su questo blog.

Tornando al tema del post vorrei sottolineare come non è corretto, anzi è fuorviante, pensare che ci sia un solo modo per essere Green… una sola unica via, una ricetta da seguire. Sono sempre stato allergico agli estremismi ma in architettura, edilizia, urbanistica e design il compromesso e l’ottimizzazione sono l’unica via possibile, dopo che gli estremismi hanno prodotto danni irreparabili di cui ancora oggi paghiamo il prezzo.

 

La parola chiave è Ottimizzazione Green. Non esistono ricette infallibili, valide per ogni situazione. Ogni volta occorre un’analisi approfondita su cui basare le scelte più corrette, in un’ottica di ottimizzazione costi/benefici.

Questo è tanto più vero se si considera che oggi si lavora sulla rigenerazione e la riqualificazione dell’esistente, piuttosto che sulla produzione di nuovi pezzi di città e nuovi edifici. Ovviamente il design fa eccezione.

E’ facile comprendere come, se devo ristrutturare un appartamento, devo prima capire bene con che materiali è stato costruito, e quali di essi posso sostituire, migliorare, integrare con tecniche e materie ecosostenibili e biocompatibili. Devo capire che grado di sostenibilità, che sfumatura di Green, posso ottenere con un intervento che non preveda necessariamente di radere al suolo tutto l’edificio, per poi ricostruirlo in logica Green. In una parola devo ottimizzare l’esistente con il nuovo che aggiungo e con costi sostenibili. Non dimentichiamo che il concetto di sostenibilità fu declinato, fin dall’inizio, nei tre ambiti: ambientale, sociale ed economico.

Per ogni intervento, ogni azione, ogni buona abitudine che, inevitabilmente, dovrà misurarsi con il passato e con il presente, potrà essere progettato un futuro in ottica più Green, secondo una logica di progressiva riconversione e miglioramento nel tempo, che porti ad un mondo migliore in cui possiamo ritrovare quell’equilibrio, perso negli ultimi decenni, tra ambiente naturale e ambiente artificiale, con l’uomo al centro!

 

Egidio Raimondi, Green Your Mood!