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Giornata Mondiale contro la Desertificazione 2021

Giornata Mondiale contro la Desertificazione 2021

Ricostruiamo meglio con suoli in salute

di Egidio Raimondi

Dal 1994 ogni 17 giugno si celebra la giornata mondiale della desertificazione e della siccità. Istituita dalle Nazioni Unite è strettamente connessa alla giornata dell’ambiente su cui abbiamo scritto il 5 giugno (https://fondazione-est-ovest.it/giornata-mondiale-ambiente-2021/) e quest’anno ruota intorno al tema “Ricostruiamo meglio con suoli in salute”.

Il tema è coerente con il decennio ONU 2021 – 2030 per il ripristino dell’ecosistema e con uno dei 17 goals dell’Agenda 2030, precisamente il n. 15 – vita sulla terra che, testualmente, si propone di “proteggere ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, e fermare la perdita di diversità biologica

La causa principale della desertificazione e della perdita di terreno fertile e sano, più che la crisi climatica, è l’attività umana, a conferma di quanto sosteniamo da tempo in condivisione con molte altre associazioni che osservano i fenomeni evolutivi della società, dell’economia e dell’ambiente, con cui abbiamo modo di confrontarci costantemente.

L’agricoltura industrializzata, che esaurisce il suolo sfruttandolo fino a renderlo arido,  gli allevamenti intensivi che distruggono foreste per avere i pascoli  necessari a nutrire migliaia di capi (emblematico il caso della foresta amazzonica) e che compattano il suolo alterando il microclima locale, la cattiva gestione delle risorse idriche, con deviazione di corsi d’acqua e alterazione degli equilibri nei reticoli idrici superficiali, l’abbattimento indiscriminato di alberi che trattengono il terreno in siti scoscesi e in ogni caso lo strato superficiale, l’attività edilizia selvaggia che, nonostante molti governi locali abbiano adottato strategia a consumo di suolo zero, continua a “mangiarne” al ritmo di 2 mq al secondo!

Secondo il rapporto ISPRA 2020, sui rilevamenti del 2019 in Italia il consumo di suolo, inteso come occupazione permanente, cresce più della popolazione. A fronte di 420.000 nuovi nati sono stati sigillati 57 km quadrati di suolo, cioè 57 milioni di mq, come se ogni neonato portasse con sè in culla 135 mq di cemento!

Ultima notazione, il consumo di suolo è maggiore nelle aree a maggior rischio idrogeologico e sismico, con la Sicilia maglia nera. Ma esistono anche realtà positive da emulare, come la Valle d’Aosta che nel 2019 ha impermeabilizzato solo 3 ettari di territorio, confermandosi regione italiana più vicina all’obiettivo consumo di suolo zero.

Il tema del suolo come “ultima risorsa” fu affrontato con contributi di altissimo livello scientifico nell’edizione 2012 dei Colloqui di Dobbiaco, a cui partecipai raccogliendo moltissimi stimoli e spunti di riflessione che cerco di riassumere e condividere qui.

Il punto di partenza è la constatazione che “il suolo produce beni e servizi essenziali per la nostra vita” e svolge varie funzioni essenziali:

  • produce biomassa sotto forma di cibo per il genere umano e gli animali,
  • svolge la funzione di filtro, massa di accumulo e ambiente di trasformazione fra atmosfera, falda acquifera e litosfera. Ad esempio filtra l’acqua piovana producendo acqua potabile che poi beviamo,
  • è la più grande riserva genetica del pianeta dato che ospita la maggioranza degli organismi viventi (per numero e massa) tra tutti quelli che popolano la Terra,
  • è la base fisica di tutte le infrastrutture umane: gli edifici in cui viviamo, le strade, gli impianti produttivi….
  • fornisce le materie prime minerali necessarie a realizzare le nostre infrastrutture: argille, sabbie, ghiaie….
  • è portatore di un patrimonio culturale perché custodisce innumerevoli testimonianze archeologiche e paleontologiche, proteggendole dall’erosione e conservando informazioni essenziali sulla storia del territorio e delle generazioni che lo hanno popolato.

Il dato più impressionante che è emerso è che per rigenerare un solo centimetro di suolo (come spessore) occorrono dai tre ai quattro secoli!!! e tremila anni per rigenerarne uno spessore sufficiente ai fini agricoli….

Quindi ogni volta che si libera del suolo, magari demolendo un edificio o un distributore di carburanti, oltre a bonificare il suolo, sappiamo che dovremo aspettare tutti quegli anni perchè ritorni com’era all’origine.

Esistono varie esperienze di rigenerazione di suoli inquinati, ad esempio attraverso l’impiego di piantagioni di canapa, notoriamente in grado di assorbire metalli pesanti, come nel caso di aree nei pressi dell’ILVA di Taranto. Si tratta di azioni che accelerano il processo ma vedremo dai risultati delle sperimentazioni  quali effetti reali si avranno, in termini temporali e di qualità del terreno. Rendere sani i terreni degradati, ad esempio attraverso il fitorisanamento appena accennato, oltre a ripristinare l’equilibrio locale e restituire i terreni all’uso agricolo, produce una serie di vantaggi, anche economici.

“Il ripristino del territorio può contribuire notevolmente alla ripresa economica post-COVID19 – ha dichiarato Ibrahim Thiaw, Segretario esecutivo dell’Convenzione ONU per Combattere la Desertificazione (UNCCD) – Investire nel ripristino della terra crea posti di lavoro e genera benefici economici e potrebbe fornire mezzi di sussistenza in un momento in cui si stanno perdendo centinaia di milioni di posti di lavoro. Le iniziative di ripristino intelligente del territorio sarebbero particolarmente utili per le donne e i giovani, che spesso sono gli ultimi a ricevere aiuti in tempi di crisi. Mentre entriamo nel decennio delle Nazioni Unite per il ripristino dell’ecosistema, abbiamo una reale possibilità di ricostruire meglio dalla pandemia di Covid-19. Se i paesi possono ripristinare i quasi 800 milioni di ettari di terra degradata che si sono impegnati a ripristinare entro il 2030, possiamo salvaguardare l’umanità e il nostro Pianeta dal pericolo incombente“.

Ancora una volta dobbiamo ammettere che la principale causa della desertificazione è l’attività umana e “Non possiamo continuare a concentrarci solo sulla crescita economica a scapito di tutto il resto; la nostra crescita economica dipende dal nostro Pianeta – ha affermato Volkan Bozkir – Dobbiamo trovare un equilibrio tra esigenze economiche, sociali e ambientali”.

E torniamo alla definizione di sostenibilità del Rapporto Brundtland, conosciuto anche come “Our common future”, pubblicato nel 1978!

Il tempo sta correndo veloce e noi siamo ancora troppo indietro, abbiamo fatto pochi passi nella direzione giusta e tanti nella direzione sbagliata. È ora di mettere in campo azioni che possano invertire questa tendenza, senza aspettare i governi e le leggi che emaneranno, ma agendo dal basso. È ora di continuare a parlare ma cominciare a fare!

Ognuno di noi può migliorare la situazione e contribuire ad invertire la rotta, con le proprie azioni e le proprie scelte quotidiane, nella propria vita personale e professionale, facendo parte di una rete planetaria che condivide dei valori e che agisce come una immensa coscienza collettiva, abbattendo tutti i confini, amministrativi, culturali, economici… 

il suolo in cattiva salute non ha confini e compromette il cibo che mangiamo, l’acqua che beviamo e l’aria che respiriamo.

Egidio Raimondi

Giornata Mondiale dell’Ambiente 2021

Giornata Mondiale dell'Ambiente 2021

Basta Ego-Sistemi, ripristiniamo gli Eco-Sistemi!

di Egidio Raimondi

Istituita nel 1972 dall’ONU, la giornata mondiale dell’ambiente quest’anno ha come tema il “Ripristino degli Ecosistemi”, danneggiati e compromessi da secoli di atteggiamento predatorio da parte del genere umano, che ha vissuto secondo il modello della crescita infinita in un sistema dalle risorse finite.

Dire che un sistema ha risorse finite non significa che queste siano destinate ad esaurirsi iesorabilmente, prima o poi, ma che bisogna calibrare l’uso delle risorse in modo che queste abbiano il tempo di rigenerarsi, in un processo circolare continuo, che regola appunto gli ecosistemi i equilibrio.

Di fronte alla contrapposizione tra consumo e risparmio delle risorse il termine corretto è proprio l’uso razionale di esse.

 

Nel deserto del Sahara ha senso risparmiare l’acqua… non la sabbia. Al contrario in una laguna ha senso risparmiare il terreno… non l’acqua. Lo stesso dicasi in un bosco rigoglioso, in cui ha senso risparmiare la radiazione solare…. non il legno.

In altre parole, se una risorsa è presente in abbondanza la posso utilizzare, a patto che mantenga l’equilibrio necessario a farla riprodurre nel tempo. Se invece è scarsa devo trovare alternative per non arrivare alla sua estinzione.

È quanto sta accadendo nei mari, a causa della pesca indiscriminata e spesso di frodo… nella foresta amazzonica per la deforestazione selvaggia, dovuta sia alla creazione di pascoli per gli allevamenti intensivi che al prelievo di legno pregiato. Ma è anche quello che accaduto per il petrolio, estraendo fino quasi all’esaurimento, in un paio di secoli o poco più tutto quello prodotto in milioni di anni dal nostro pianeta.

Molti pensano che tutto ciò sia inevitabile a causa dei fabbisogni crescenti di una popolazione mondiale in crescita esponenziale, che va nutrita e riscaldata garantendole condizioni di vita sempre migliori.

Appena si approfondisce però ci si accorge che non è proprio così e che la crescita demografica è un alibi dei grandi gruppi economici che mirano essenzialemnte al maggior profitto, creando sprechi e squilibri nella distribuzione delle risorse, con ulteriori ricadute in termini di rifiuti, inquinamento di aria suolo e acqua, conflitti sociali, malattie e crisi sanitarie, fino alle guerre!

Astenendoci dal giudizio politico sulle forme di organizzazione della società, dal socialismo al capitalismo al liberismo sfrenato, una cosa è certa: il modello è sbagliato, non funziona. I costi sono maggiori dei benefici.

Il modello di sviluppo dominante nel nostro unico pianeta può essere definito come un Ego-Sistema basato sul dominio egoistico del genere umano, che si pone al vertice della piramide del mondo animale e vegetale, per determinare con le sue scelte l’andamento della vita sulla Terra.

Il concetto di Eco-Sistema invece è ben diverso, basato com’è su un essere umano pari tra i pari, integrato con gli altri esseri viventi e in relazione armonica con essi, ciascuno con il proprio ruolo per lo sviluppo armonico della vita.

Ripristinare gli ecosistemi purtroppo non è cosa facile perchè il nostro pianeta, come ogni sistema complesso, ha un’inerzia intrinseca che richiede decine o centinaia di anni per ritornare all’equilibrio perduto. 

Il cambiamento climatico manifestatosi con l’innalzamento delle temperature medie, causa di una repentina accelerazione del processo di scioglimento dei ghiacci perenni, richiederà secoli per invertire la tendenza. Ammesso che si riesca a rallentare e poi fermare il processo con azioni efficaci che, per ora non si vedono. Di crisi climatica si parla sin dagli anni Cinquanta, al tempo del Club di Roma di Aurelio Peccei ma, in settant’anni non siamo stati capaci di fare nulla per evitarlo. Tutti gli impegni presi nei vari COP, a partire dal Protocollo di Kyoto, non solo sono stati insignificanti per la modesta entità, ma sono stati puntualmente disattesi dai governi in tutto il mondo, salvo poche rare eccezioni.

Ora che siamo ad un passo dal punto di non ritorno, secondo alcuni esperti superato già da anni, dobbiamo prendere atto del fatto che la politica dei piccoli passi non ha funzionato. Pertanto occorrono scelte radicali e immediate per rallentare il fenomeno nel breve periodo, arrestarlo nel medio e limitare i danni a lungo termine.

Sono le tesi finali dell’ultima edizione dei Colloqui di Dobbiaco, a cui ho partecipato apprezzandone come sempre l’altissima qualità del dibattito scientifico.

Ormai si ragiona solo in termini di adattamento e resilienza.

La situazione è tale che si profilano all’orizzonte alcuni rischi:

  • in prima istanza il rischio che la consapevolezza di non avere più tempo porti all’atteggiamento di abbandono della lotta, tipico di chi ormai è spacciato e non ha più nulla da perdere o da difendere;
  • in secondo luogo il rischio che la pandemia da COVID-19 assorba tutte le energie e il focus politico-economico-sociale, mettendo in secondo piano la crisi climatica, dimenticando paradossalmente che i due fenomeni sono strettamente connessi.

Sarà bene ribadire che la crisi climatica è la madre di tutte le crisi. Dai flussi migratori biblici a causa della desertificazione e salinizzazione delle acque, all’innalzamento dl livello dei mari, alla progressiva perdita della corrente del Golfo, alla morte di coralli e altre specie ittiche per l’innalzamento delle temperature degli oceani, all’aumento dell’inquinamento e degli impatti umani, sempre più ammassati in megalopoli, ormai metastasi urbane sfuggite ad ogni controllo, dal politico all’urbanista. Fenomeni questi ultimi che incrementano la crisi climatica in un circolo virtuoso che sta diventando sempre più pericoloso per la permanenza dell’uomo sul pianeta che, secondo alcuni esperti è vicino all’ennesima estinzione di massa, come quella che vide la fine dei dinosauri. Co una differenza sostanziale però: i dinosauri si estinsero per cause esogene, il meteorite, indipendenti dalla loro volontà… l’umanità invece si sta suicidando con le sue scelte sbagliate!

Abbandonando per un attimo la visione apocalittica, per assumere un atteggiamento più ottimista e fiducioso nel futuro basato sulla consapevolezza del problema, primo passo per la sua soluzione, domandiamoci cosa possiamo fare.

Innanzitutto è importante convenire sul fatto che ognuno di noi, nella sua vita quotidiana personale e professionale, può fare la sua parte e dare il suo contributo. Se si ragiona come coscienza collettiva, senza attribuire le responsabilità ad altri e senza abdicare al proprio dovere di singoli in relazione con il tutto, si possono ottenere importanti risultati in termini di miglioramento della situazione.

Innanzitutto occorre portare a termine rapidamente la transizione energetica dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili. Se l’età della pietra non è finita perchè è finita la pietra non vedo perchè si debba aspettare che finisca il petrolio!

Secondo impegno fondamentale è la riduzione dei rifiuti attraverso la trasformazione dei processi produttivi da lineari a circolari, imitando la natura.

In terzo luogo occorre ridurre le filiere e accorciare le distanze della distribuzione delle merci, ripristinando il regionalismo e il localismo, che valorizzi le identità territoriali e le competenze specifiche.

Ancora, riscoprire forme di produzione agricola e zootecnica a basso impatto, abolendo le logiche industriali intensive, basate sul massiccio impiego di sostanze chimiche di sintesi, dannose per gli alimenti, per l’aria, le falde idriche e i suoli.

Rivedere il rapporto città/campagna, non più come modelli contrapposti a cui ricorrere a seconda delle congiunture: in epoca di boom economico tutti i città e i epoca COVID tutti in campagna o nei borghi rurali! Serve una maggiore osmosi tra le due realtà, con più campagna in città (orti di prossimità, forestazione, reti ecologiche…) e più città in campagna (trasporto pubblico locale, infrastruttura web, presidi sanitari, scuole…)

Smettiamola di confondere l’ambiente con il paesaggio. Si tratta di due categorie molto diverse, che hanno bisogno di essere integrate e non lasciate contrapposte per posizioni ideologiche, che non portano a nessun risultato.

Mi spiego con un esempio. Se dobbiamo incrementare la produzione di energia da fonte rinnovabile dobbiamo trovare il modo di integrare nel paesaggio le pale eoliche e/o i campi fotovoltaici. Farlo è una sfida a cui non possiamo rinunciare, passando dai divieti vincolistici alle aperture totali spesso dovute a vuoti normativi. Dobbiamo trovare il modo di salvaguardare il paesaggio migliorando l’ambiente. Pensiamo agli acquedotti romani che attraversano vallate e luoghi di grande valore paesaggistico e ne sono entrati a far parte.

Che occorra soltanto aspettare dei secoli? Ai posteri l’ardua sentenza!

Egidio Raimondi

Un mare di guai

Un mare di guai

Riflessioni su Seaspiracy, ultimo documentario di Netflix

di Egidio Raimondi

Viene presentato come un documentario sulla pesca ma riguarda l’intero ecosistema marino che, come tutti gli altri ecosistemi su questo pianeta, è in pericolo. Ancora una volta dobbiamo ammettere che la specie umana non conosce i concetti di equilibrio, di armonia, di efficienza, di sistema…

I sapiens, autodefinitisi così in modo egoista e presuntuoso, continuano da secoli a depredare le risorse finite di un pianeta finito, esaurendo le disponibilità annuali in meno della metà del tempo.

Anche quest’anno l’overshot day, il giorno in cui sono state consumate tutte le risorse che avrebbero dovuto essere consumate nell’intero anno, è arrivato a maggio! e ogni anno lo anticipiamo di qualche giorno…

Seaspiracy parte dalla pesca nelle sue forme più indiscriminate e aberranti per snocciolare una serie di numeri e dati, accompagnati da immagini strazianti e da interviste ai protagonisti del settore, per dimostrare quanto sia diventata insostenibile una delle pratiche vecchie quanto l’uomo, a causa dell’adozione del modello industriale e rapace per raggiungere profitti sempre maggiori.

“Un film gia visto” è il caso di dire, in cui si ritrovano atteggiamenti, mentalità, abitudini, indifferenze varie che ormai dominano la stragrande maggioranza del nostro pianeta. 

Tutto dominato dalle logiche di brevissimo periodo e nella completa assenza di visioni di ampio respiro e di lungo termine. Un qui e ora noncurante di chi ci seguirà tra qualche decennio, dimenticando che saranno i nostri figli e nipoti.

Dalla pesca che riduce la biodiversità all’inquinamento dei mari il passo è breve, fenomeni spesso legati e interconnessi.

Le microplastiche ormai sono dovunque, anche nel pesce che finisce sulla nostra tavola e quindi nel nostro corpo.

Le critiche, anche feroci, del mainstream non si sono fatte attendere concentrandosi sui dati forniti dagli autori, accusati di non averli verificati a sufficienza e di aver diffuso informazioni distorte o addirittura false.

Per me questa è la conferma del fatto che il lavoro ha raggiunto l’obiettivo: scuotere un sistema dannoso, che segue un modello sbagliato e mette a rischio la sopravvivenza degli oceani e della stessa specie umana..

Un sistema che teme l’attivismo indipendente, coraggioso ed efficace che cresce sempre di più ed è difficile da contenere con le logiche di sempre, fin qui risultate efficaci e che da qualche anno paiono scricchiolare, anche grazie alla pervasività della rete web

Oggi funziona sempre meno dipingere come estremisti pericolosi e anacronistici romantici i membri di organizzazioni come Greenpeace, Seashepherd, presente nel documentario, e altre realtà dell’attivismo ambientalista che sanno bene di dover accelerare la loro azione perchè non c’è più tempo!

La prima reazione alla visione del film è di pancia! si pensa subito di smettere di nutrirsi di pesce (e di microplastiche) come quando si vedono le immagini degli allevamenti intensivi e si pensa di diventare vegetariani.

Poi, come sempre accade, l’effetto si diluisce e viene sovrastato dai carichi della vita quotidiana e si ritorna alle solite abitudini. E allora serve un nuovo documentario come questo, o come Antropocene o The social dilemma che non ci ha certo fatto buttar via i telefoni cellulari!

Non sto dicendo che non servano lavori come quelli citati, anzi, sono degli scossoni, dei pugni nello stomaco che raggiungono il cuore delle persone. Ma non basta. Occorre mantenere viva l’attenzione tra un film e l’altro, tenere vivo il dibattito nel quotidiano perchè solo così si possono tradurre le emozioni in azioni concrete, nel quotidiano.

Solo l’azione costante di tutti noi può dare seguito e voce, diffusa e continua, agli urli rappresentati da lavori artistici e di inchiesta come Seaspiracy che rimangono fonte di ispirazione per le buone pratiche e scelte sui territori.

Ed è per  questo che come Fondazione Est Ovest non perdiamo occasione di riprendere i temi e reiterare i contenuti e gli stimoli tra le persone, raggiungendone il maggior numero possibile, invitandole a guardare il docufilm e condividere commenti, idee, proposte operative per arginare la deriva e riprendere il timone delle nostre barche, per una navigazione ancora lunga, sicura piacevole e che abbia un senso.

Egidio Raimondi, Socio

Il legame tra foraging e benessere

Il legame tra foraging e benessere

Il Tarassaco è una preziosa pianta alimurgica utile alla naturale depurazione del nostro organismo

di Francesco Marino

Andar per erbe, una buona pratica, sopita da tempo, ma ritrovata negli ultimi anni che conia sotto terminologie nuove, come il foraging, una prospettiva di rispetto e tutela dei luoghi e dell’ambiente che si vive. La raccolta delle erbe spontanee rappresenta un esercizio utile al nostro benessere, al nostro spirito, riconcilia il nostro vivere con la dimensione naturale all’interno dell’ecosistema che ci ospita.

Questo si traduce in un esercizio didascalico utile alla salvaguardia della biodiversità di un territorio, e alla conoscenza di questo.
Si intepreta e riscopre così la storia di un luogo, della natura che lo caratterizza, dei popoli, dei loro antichi saperi e del loro caratteristico legame con le varie specie viventi, a partire dai vegetali.
La materia etnobotanica ci rivela con accurati strumenti questi insolubili legami tra l’uomo e la natura in tutta la loro sacralità, in un concetto che ci porta a riscoprire quei luoghi puliti e incontaminati dove, come avveniva per i nostri nonni, possiamo di nuovo riscoprire il piacere e i benefici del cibo selvatico.

Conoscere le piante ci ricollega a quel senso primogenio, la raccolta richiede tempo, ma sopratutto conoscenza.
Immergersi nella natura, e donare il giusto spazio ad ogni forma di vita, passando da quel fiore giallo che ieri nemmeno notavi e oggi chiami con il suo proprio nome.
Così in un rapporto giocoso che fin da piccoli ci accompagna, un gesto semplice quello del “soffiare via gli angioletti”promuovendo involontariamente una disseminazione antropocora di questo fiore simbolo della primavera, si fidelizza e si conosce il Tarassaco.

Taraxacum officinale Weber è una pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Compositae. Le prime notizie dell’uso medicinale di questa pianta provengono dalle descrizioni dei medici arabi del X e del XI secolo, ma è verosimile supporre che già i primi uomini del paleolitico ne facessero uso. Pisciacane, Piscialetto, le varie denominazione a livello popolare rendono manifeste la natura terapeutica della specie utilizzata come pianta officinale nella medicina tradizionale e alimurgica1 nei ricettari popolari.

Dall’azione depurativa e disintossicante per il nostro organismo, si utilizza in erboristeria e in fitoalimurgia tutta la pianta. A scopo terapeutico, per le proprietà coleretiche e colagoghe e ipocolesterolemizzanti, coadiuvanti della depurazione del nostro organismo viene impiegata la radice, trasformata nelle principali formulazioni erboristiche in compresse, tinture madri e tisane. Le molecole bioattive presenti nelle parti aeree di Taraxacum officinale Weber costituiscono il profilo metabolico della specie caratterizzato dalla presenza di composti quali: lattoni sesquiterpenici (tetraedro-ridentina, glucosidi del tarxsicolide e dell’acido taraxinico), alcool triterpenici (taraxasterolo, pseudotaraxasterolo), steroli, potassio, fruttosio e inulina. Le foglie ricche di flavoidi, vitamine e Sali di potassio favoriscono il drenaggio dei liquidi in eccesso.
A scopo alimurgico, si utilizza tutta la pianta, le foglie sono utili nella preparazione di misticanze di stagione o passate in padella, i boccioli vengono raccolti ancora chiusi e conservati sott’aceto a mon di capperi, la radice è adoperata nella preparazione del caffè. La comparsa in natura della specie riflette le funzioni utili e terapeutiche per la nostra salute, depurare il nostro organismo con le spontanee simboleggia un viaggio, che con la raccolta mima quel cammino, utile a rimettere in movimento il nostro organismo nelle novelle giornate primaverili e a coadiuvare le fisiologiche funzioni dei nostri organi, con il consumo. 

Il tutto in una visione che tiene conto delle buone regole di raccolta racchiuse in: visita a luoghi incontaminati, accurato studio delle specie da consumare e raccolta ponderata in un meccanismo che tenga cura della vera ricchezza di un territorio che è dato dalla Biodiversità.

Biografia
Francesco Marino
Erborista
Docente Formatore e Consulente in Erboristeria e Fitoterapia
Cultore dell’Etnobotanica
Raccoglitore e Trasformatore di Piante Officinali.

Bibliografia

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Il cielo in una stanza

Il cielo in una stanza

Abitare in ambienti sani ha un senso…anzi cinque!

di Egidio Raimondi

Da tanti anni ormai mi occupo di progettazione sostenibile, stili di vita sani e  strategie a basso impatto ambientale, con particolare attenzione agli ambienti confinati, chiusi, indoor che dir si voglia.

L’importanza di creare o rendere questi ambienti più sani, meno inquinati e dannosi per la salute umana, rispetto allo standard corrente risiede nel fatto che ci trascorriamo oltre l’80% del nostro tempo, quotidianamente!

Non si parla solo di casa infatti, ma di ufficio, fabbrica, scuola, cinema, teatro, palestra, discoteca, bar, ristorante, ambulatorio…

Ma come può una persona che non abbia particolari competenze tecniche e/o sensibilità distinguere un ambiente sano da uno insalubre, un materiale innocuo da uno tossico, una buona pratica da un comportamento impattante?

Cominciamo col dire che non è affatto cosa facile. 

Si tratta di liberarsi da decennali “incrostazioni”, che il potente marketing delle multinazionali del petrolio e della chimica di sintesi ci ha stratificato addosso, spacciandole come ritrovati miracolosi e soprattutto a buon mercato!

Paradossalmente oggi è provato che viviamo in ambienti che sono più inquinati e nocivi delle trafficate aree urbane e… non ne siamo consapevoli.

Basti pensare alle sostanze contenute, sotto forma di solventi, additivi, pigmenti, coloranti, reagenti, ecc… in vernici, collanti, sigillanti, impregnanti, cementi, malte, cere, finiture, resine… de cui oggi l’edilizia è letteralmente invasa!

Solo cinquant’anni fa i materiali dell’edilizia si contavano sulle dita delle  mani: mattoni, calce, cemento, legno, ferro, vetro, ceramica… Poi l’era del petrolio, con tutti i suoi derivati, e la chimica di sintesi hanno cominciato a sfornare molecole e polimeri dai laboratori delle multinazionali, disseminandoli capillarmente in ogni angolo del paese.
La logica che è passata è quella secondo cui chiunque, anche i meno esperti e meno pratici, potevano da allora diventare imbianchini, falegnami, fabbri, muratori…, imparando l’arte del fai da te, e applicando i prodotti “miracolosi” semplicemente leggendo e seguendo le istruzioni del produttore.

Risultato? incremento esponenziale delle patologie connesse ad inalazione di solventi e altre sostanze, o semplice esposizione, da parte degli operatori dell’edilizia e degli abitanti, riduzione della durata delle opere con invecchiamenti precoci dei manufatti, rifiuti speciali da smaltire a caro prezzo a fine vita utile! 

E così quello che sembrava a buon mercato ha presentato un salatissimo conto di costi indiretti, legati all’ambito sanitario, dei rifiuti e dell’ambiente in generale.

Per avere un’idea di quali pericoli si tratta vi invito a guardare il video che segue, in cui il professor Ernesto Burgio (ISDE – Medici per l’Ambiente) spiega alcuni degli effetti dell’inquinamento sull’uomo.

Ma allora che fare? Cosa può fare il cittadino medio per rimediare a questa situazione? Come può “salvare” se stesso e gli altri dai pericoli connessi agli ambienti insalubri?

Innanzitutto servono alcuni strumenti di base per poter “leggere” gli ambienti e capire se e come approfondire e, nel caso, intervenire per rimuovere o ridurre le criticità.

Fermo restando l’opportunità di rivolgersi a professionisti esperti, alcune piccole chiavi di lettura semplici, la riattivazione di sensibilità, una volta ancestrali ma ormai assopite, nozioni di base ed esempi di buone pratiche, possono essere un buon viatico per iniziare un percorso di crescita fisica e psichica, a vantaggio di tutta la comunità di riferimento.

L’incontro con la mia amica naturopata Simona Sottili (www.simonasottili.com) ha rafforzato in me la convinzione che questi temi andassero sdoganati dalle stanze dei tecnici e diffusi come antivirus di massa, tradotti in linguaggio semplice e arricchiti di esempi concreti.

Ma soprattutto, dalle nostre chiacchierate è emersa fortissima la necessità di riportare a una dimensione umana, e in armonia con la natura, tutto il tema dell’abitare e del vivere contemporaneo, riscoprendo vecchie sensibilità, abitudini e comportamenti.

Per far sì che tutto questo diventi realtà io e Simona abbiamo strutturato un’esperienza formativa (chiamarlo corso sarebbe riduttivo) di un fine settimana, in cui cercheremo di trasmettere questa sensibilità e fornire gli strumenti pratici per muoversi nel quotidiano e operare le proprie scelte con la necessaria consapevolezza e un minimo di competenza, quanto meno per porsi e porre le domande giuste all’ interlocutore di turno, in modo da ricevere le giuste risposte!

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

pastori del mare

Una serata con i Pastori del Mare alla Fondazione Est Ovest

Una serata con i Pastori del Mare alla Fondazione Est Ovest

Mercoledì 29 Luglio ore 19:00

Dopo il webinar (puoi vederlo cliccando qui) con Andrea Morello, presidente di Sea Shepherd Italia Onlus, del 18 Giugno 2020, dove abbiamo affrontato il tema dell’inquinamento dei Mari vi invitiamo al nostro prossimo incontro.

Mercoledì 29 Luglio alle ore 19:00 presso la sede della Fondazione Est Ovest in Via del Guarlone, 69 a Firenze incontreremo in presenza Cristina Mori, coordinatrice per la Toscana di Sea Shepherd.

Cristina ci racconterà delle campagne di Sea Shepherd portate a termine e di quelle in corso sulle nostre coste e nei nostri mari.

Sarà un’occasione imperdibile per un aperitivo di saluto prima delle vacanze estive.

Il contributo per l’aperitivo è di 5€.

Link dell’evento su Facebook:
https://www.facebook.com/events/307984330381095/

Compila il modulo sul sito per farci sapere che ci sarai:

Regolamento (UE) 2016/679. Utilizzando questo modulo accetti la memorizzazione e la gestione dei tuoi dati. I dati personali sono gestiti da Fondazione Est-Ovest ONLUS E.T.S. ai sensi della legge 196/2003. Non comunicheremo mai a terzi il tuo indirizzo e-mail. Ti invieremo la newsletter alla quale ti sei iscritto, e potremo periodicamente inviarti anche e-mail promozionali nostre e di terzi. Potrai disiscriverti dalla nostra mailing-list quando vorrai. "Clicca Qui" per leggere l'Informativa sulla Privacy.
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Quando “isolarsi” conviene

Quando "isolarsi" conviene

Cosa sapere per scegliere il sistema di isolamento Termico più adatto

di Egidio Raimondi

Il caldo torrido di questi giorni porta alla ribalta della sensibilità di ciascuno di noi, esperto o profano che sia, il tema dell’adattamento alle nuove condizioni climatiche.

È ormai un dato certo che in futuro avremo un clima sempre più estremo, privo di quelle stagioni intermedie che consentivano di adattarsi al cambio delle temperature e al sopraggiungere delle piogge, e ricco di manifestazioni violente, come nubifragi e tempeste di calore, con evidenti ripercussioni sul delicato equilibrio idrogeologico del nostro bel Paese.

La cosa su cui vorrei porre l’attenzione con queste note è che, non è solo il genere umano che subisce pesanti disagi nell’adattarsi forzoso a cambiamenti così repentini e intensi, ma si tratta di un fenomeno che riguarda anche l’ambiente costruito.

Se consideriamo gli edifici e i loro agglomerati, dal piccolo borgo all’intera città, come organismi viventi interessati da fenomeni chimico-fisici nel loro relazionarsi con il contesto in cui si trovano, è facile comprendere come anche l’edilizia è chiamata a dare delle risposte ai cambiamenti climatici.

L’edilizia tradizionale prima e l’architettura di qualità dopo hanno prodotto edifici che tenevano in debita considerazione il contesto climatico tipico del sito in cui venivano pensati. La storia è ricca di esempi di edifici ben orientati, con studiate soluzioni di protezione o guadagno solare, corretta esposizione, giusto rapporto con i venti dominanti e astute strategie per l’uso razionale delle risorse disponibili (acqua, suolo, energia, biomassa vegetale, materiali locali, ecc…).

Ed è così che sono nati archetipi come il trullo nella murgia pugliese, il dammuso a Pantelleria, la colonica in tutt’Italia, le case a corte, ecc… ed elementi tipologici caratterizzanti il linguaggio architettonico, come gli aggetti di gronda, i portici, i bow-window, le logge…

Lasciando ad altre sedi o altri post tutto ciò che riguarda la forma degli edifici, ritengo urgente una riflessione sui materiali da usare per costruire quelle che, tecnicamente, vengono definite strutture di frontiera o di involucro. Quelle strutture cioè che delimitano verso l’esterno gli spazi in cui si svolge la vita e che, come tali, sono climatizzati con il riscaldamento in inverno e il raffrescamento in estate, generalmente con l’ausilio di appositi impianti tecnologici.

Mi spiego meglio.

Ogni ambiente in cui si vive, va mantenuto in certe condizioni minime di comfort, fissate per legge, affinchè sia considerato salubre e vivibile.

Ogni ambiente è delimitato da pareti perimetrali, un pavimento e un soffitto, che confinano con altri spazi, analogamente abitati o esterni. A seconda delle condizioni specifiche, verso l’esterno e verso altri spazi non climatizzati o diversamente climatizzati, si ha una dispersione di energia che viene compensata immettendo nell’ambiente altra energia prodotta da impianti.

Si tratta del bilancio energetico di un edificio: la somma algebrica tra la quantità di energia dispersa, attraverso muri, solai, finestre e altro che vi dirò più avanti, e quella immessa per guadagno solare dalle finestre, per apporti gratuiti interni dovuti alle persone e alle altre sorgenti di calore (elettrodomestici, macchine di vario tipo, sistemi di illuminazione, ecc…).
La differenza tra quella immessa e quella dispersa è quasi sempre a vantaggio di quella dispersa per cui occorre compensare questo gap immettendo energia che porti il bilancio energetico allo zero, al pareggio di bilancio, per continuare nella metafora economica. 

Questa energia, sotto forma di calore in inverno e di fresco in estate, viene prodotta utilizzando varie possibili fonti, da quelle fossili (gas metano, gasolio, olio combustibile,…) a quelle rinnovabili (solare termico e fotovoltaico, biomassa legnosa e vegetale, vento, idroelettrico, termodinamico,…)

A questo punto occorre fissare bene un concetto: l’energia più pulita e meno costosa è quella non consumata !

L’amico Maurizio Pallante, giornalista e divulgatore, autore di numerosi libri, articoli e interventi sui media, rimane colui che ha saputo trovare la metafora più comprensibile per la gente, per spiegare il concetto appena espresso.

Pallante parla di secchio bucato. E cioè, se immagino il mio edificio come un secchio con la superficie esterna piena di buchi, posso riempirlo di qualsiasi liquido (l’energia prodotta da qualunque tipo di fonte, rinnovabile o fossile) ma non risolvo il mio problema: disperderò sempre il mio liquido e sarò costretto a riempire continuamente il mio secchio/edificio.

Se invece tappo prima quei buchi e poi riempio il secco, ecco che l’energia immessa (il liquido con cui avrò riempito il secchio) rimarrà al suo interno e non sarà dispersa.

Tutto questo per dire che la parte più importante, su cui porre l’attenzione ed intervenire, è l’involucro dell’edificio, ancor prima degli impianti, fermo restando che l’approccio dovrà essere di sistema.

E’ del tutto evidente che va calibrato, per ogni intervento, il giusto rapporto tra l’efficienza dell’edificio e quella dell’impianto, ragionando in termini di quello che le norme definiscono “sistema edificio-impianto”.

Ma rimandiamo le considerazioni sull’impianto ad un post che ho  scritto qui qualche tempo fa (lo trovate qui) e ad altri che scriverò in futuro, per tornare ora  all’involucro.

Un involucro ben isolato, nel rispondere meglio alle variazioni di temperatura tra interno ed esterno, garantisce il mantenimento di condizioni stabili negli ambienti che racchiude.

Se ad esempio ho l’aria ambiente ad una temperatura di 20 °C e le pareti verso l’esterno (non isolate) a 16 °C, il mio corpo che ha una temperatura mediamente di 36 °C, cederà calore per irraggiamento verso quelle pareti fredde. Il risultato sarà una sensazione di disagio e un basso livello di comfort.

Se invece avrò le pareti isolate, la temperatura della loro superficie interna sarà più vicina a quella dell’aria ambiente, che abbiamo detto essere a 20 °C, e quindi il mio corpo non avrà scambi per irraggiamento con queste superfici, dato che le temperature avranno una distribuzione più omogenea e uniforme in ambiente.

Per isolare termicamente un muro esterno si possono usare diversi sistemi e materiali, da scegliere a seconda della situazione specifica, da posizionare sulla faccia esterna del muro, o su quella verso l’interno oppure in un’intercapedine intermedia se esistente.

Ai fini della conservazione dell’energia e del fenomeno sopra descritto, la posizione ottimale è sulla faccia esterna del muro, realizzando quello che si definisce comunemente come isolamento a cappotto.

Tale sistema presenta anche il vantaggio di non ridurre la superficie calpestabile degli ambienti e di non avere impatti con il normale uso degli spazi in fase di cantiere, che si svolge tutto all’esterno dell’edificio.

Quando non è possibile lavorare sull’esterno, perchè il muro ha decorazioni o modanature, perchè si insiste su spazio pubblico, perchè si va sotto le distanza minime da codice civile o semplicemente perchè non tutti i condòmini sono della stessa idea, si può isolare dall’interno.

In tal caso si riducono, seppur di poco, le superfici delle stanze (e bisogna fare attenzione a non andare sotto i minimi di legge) e si hanno in casa i disagi tipici del cantiere edile.

Ma soprattutto, se si isola dall’interno, si rimane tra soffitto e pavimento e non si “placcano” le dispersioni di energia attraverso tali strutture orizzontali. 

Quelli che si definiscono “ponti termici”.

Se invece si lavora con un cappotto esterno, questo passa sopra tutto e fascia completamente ogni parte della superficie esterna, con un effetto isolante molto superiore.

Molta edilizia degli anni Settanta e Ottanta presenta pareti di involucro composite, realizzate con un elemento esterno (generalmente laterizio pieno o semipieno a vista) un tavolato interno in laterizio forato e, tra questi, un’intercapedine d’aria, di spessore variabile tra i 5 e i 20 cm, generalmente. Spesso all’interno di tale intercapedine si trova già dell’isolante, in pannelli o materassino, ma spesso sono intercapedini vuote.
In questo caso, una soluzione molto interessante può essere quella di riempirle con materiale sfuso, insufflato meccanicamente, come sughero granulare o fiocchi di cellulosa o schiume espandenti a base di polimeri sintetici.
È giunto il momento di entrare un po’ più nel merito della natura di questi materiali isolanti, analizzandone le caratteristiche in termini di prestazioni e di impatto sull’ambiente.

Sostanzialmente tutti i materiali possono essere divisi in due grandi famiglie: quelli di origine naturale e quelli derivati da processi chimici di sintesi o dal ciclo del petrolio.

Quelli sintetici sono i più diffusi perchè più reperibili e a costi inferiori, prodotti da multinazionali, generalmente come cascame di altre lavorazioni, è il caso della raffinazione del petrolio, o da polimerizzazione di molecole termoplastiche in laboratorio.

Si ottengono così pannelli rigidi di poliuretano, polistirene, polistirolo ecc… di varie dimensioni, spessori e densità che, per la loro leggerezza sono facilmente trasportabili, maneggevoli e pratici.

Le prestazioni variano a seconda delle caratteristiche chimico-fisiche e sono generalmente molto buone nel ciclo invernale.

D’altro canto, non avendo una massa importante, sono piuttosto inefficaci in estate nel rallentare il flusso termico dall’esterno verso l’interno.

Ma la loro problematica più grave rimane la scarsa, pressoche nulla direi, traspirabilità. Sono praticamente impermeabili al passaggio del vapore acqueo contenuto nell’aria ambiente, il che favorisce il manifestarsi del fenomeno della condensa, vera e propria “piaga” dell’edilizia contemporanea che sia stata sottoposta ad un intervento di efficientamento energetico.

E qui veniamo ad uno degli aspetti basilari dell’edilizia sana di qualità: il concetto di terza pelle.

Per similitudine con la nostra prima pelle, l’epidermide, e la seconda pelle, gli abiti, l’edificio sano deve comportarsi come una terza pelle. Deve cioè essere in grado di favorire lo scambio osmotico del vapore acqueo attraverso le proprie microporosità, in modo da poterlo assorbire quando è in eccesso e cedere nuovamente all’ambiente quando l’aria diventa secca. In tal modo si mantiene costante il livello di umiditò nell’aria, ai livelli fissati per garantire il comfort igrotermico (dal 50 al 60 %).

Un edificio con un cappotto in materiale sintetico, in cui siano stati sostituiti anche i vecchi serramenti con modelli altamente performanti e a tenuta d’aria, è molto probabile che si manifesti il fenomeno delle muffe, superficiali o interstiziali. Questo accade quando, per una non corretta progettazione o esecuzione degli interventi, si hanno superfici non isolate, generalmente angoli o zone di raccordo tra diversi materiali o spessori, che essendo più fredde, provocano la condensazione su di esse del vapore acqueo, che passa dallo stato aeriforme a quello liquido.

Sulla superficie umida proliferano rapidamente le spore fungine che si trovano in sospensione nell’aria ambiente, dando luogo a muffe ed efflorescenze. Oltre all’effetto estetico sgradevole questo costituisce serio pericolo per la salute umana, generando una serie di patologie che vanno dalle semplici allergie a problemi respiratori e infezioni delle vie aeree e delle mucose.

Con un materiale di origine naturale, come il sughero, la fibra di legno   o di altre specie vegetali, la lana di pecora, ecc…questo non accade in virtù della loro alta traspirabilità e permeabilità al vapore acqueo che limita la migrazione in ambiente delle particelle d’acqua alla ricerca di superfici fredde su cui depositarsi che possano essere terreno di coltura delle muffe.

I materiali naturali che ho citato hanno prestazioni di isolamento termico inferiori rispetto ai materiali sintetici ma, avendo maggiore massa, sono molto più efficaci in estate, generando uno sfasamento dell’onda termica di oltre 12 ore, se ben dimensionati nello spessore.

Ciò vuol dire che prima che il calore estivo attraversi il muro di involucro, diventa notte, la temperatura esterna scende rapidamente e il flusso termico si inverte, tornando verso l’esterno.

Questo è quanto accade nell’edilizia tradizionale, i cui archetipi sono i trulli o i dammusi, ma la cosa stupefacente è ciò che recenti studi dell’Università di Palermo hanno dimostrato analizzando con sofisticati software di calcolo termotecnico in regime dinamico, alcuni dammusi di Pantelleria.

Ebbene lo spessore dei muri esterni dei dammusi analizzati garantisce uno sfasamento dell’onda termica esattamente corrispondente alle ore di irraggiamento solare del giorno di massima insolazione dell’anno. Il fatto straordinario è che questo è frutto del sapere empirico in tempi in cui i software non esistevano!

Bene, dopo questa digressione siciliana torniamo a noi per trattare i punti deboli dei materiali naturali.
Innanzitutto, avendo proprietà di isolamento inferiori rispetto ai loro cugini sintetici, necessitano di maggiori spessori per raggiungere le prestazioni imposte dalle vigenti norme.

A questo si aggiunga il maggior costo e la minore reperibilità sul mercato, in tutte le estensioni di gamma, e si ha la spiegazione della loro minore diffusione.

Tuttavia, la crescente sensibilità ambientale e la ricerca di una maggiore qualità in edilizia come elemento di distinzione in un mercato sempre più competitivo e ristretto, stanno aprendo nuove prospettive di sviluppo per questi materiali che hanno il vantaggio di avere un limitatissimo impatto, sia sull’ambiente che sulla salute umana, se posti in opera nel modo corretto.

Concludo qui questa prima introduzione al tema dell’isolamento termico, rimandando ad altri articoli il tema dell’isolamento acustico e alcuni approfondimenti sulle problematiche e le criticità della posa in opera e su un  materiale straordinario come la lana vergine di pecora.

Stay tuned…

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

Come isolarsi davvero

Come “isolarsi” davvero

Come "isolarsi" davvero

I punti critici da considerare per avere un buon isolamento

di Egidio Raimondi

Nell’ultimo post ho fatto una carrellata introduttiva sul tema dell’isolamento termico degli edifici, considerando le varie tipologie possibili di materiali da utilizzare e le tecnologie più idonee, a seconda del risultato che si vuole ottenere.

Oggi voglio affrontare i punti critici di qualunque isolamento che, se non ben risolti, rischiano di vanificare gli effetti di tutta l’operazione e far buttare via i denari investiti, per non parlare di eventuali danni che possono insorgere a carico dell’edificio oggetto dell’intervento.

Il più importante e delicato, a mio avviso, rimane sempre il cosiddetto “foro muro”, cioè il perimetro di “confine” tra l’infisso esterno e la muratura in cui è inserito.

Il più importante e delicato, a mio avviso, rimane sempre il cosiddetto “foro muro”, cioè il perimetro di “confine” tra l’infisso esterno e la muratura in cui è inserito.

Qui si creano infatti, molto spesso, ponti termici dovuti a incomprensioni tra gli operatori o a scarsa consapevolezza del problema in termini di rapporto costo/beneficio.

Molto spesso infatti si sentono i rivenditori/installatori di serramenti chiedere al committente se vogliono il controtelaio o meno e, nella maggior parte dei casi, il committente sceglie di farne a meno per evitarne il costo.

Il problema è che il controtelaio non è stato concepito a caso ma, per l’appunto, per garantire la perfetta tenuta tra il serramento e il perimetro muraio dell’apertura in cui viene inserito. Una volta murato infatti garantisce un profilo regolare e dotato di apposite guarnizioni o altri sistemi che annullino ogni possibile discontinuità e quindi passaggio di aria che si porterebbe dietro anche il passaggio del calore, in uscita verso l’esterno in inverno, e viceversa in estate.

Se se ne fa a meno si ha un risparmio, che non è solo dovuto ad un componente in meno ma anche alla sua mancata installazione da parte della ditta incaricata della realizzazione delle opere murarie.

L’alternativa al controtelaio è spesso quella di usare schiume poliuretaniche ad espansione o nastri biadesivi, anch’essi espandenti in fase di installazione, che vadano a saturare ogni possibile spazio tra serramento e muratura.

Purtroppo però, questa seconda ipotesi non è sempre efficace, proprio per l’irregolarità della superficie muraria, lungo il perimetro del foro muro e quindi, spesso, non si risolve il problema illustrtao prima.

Il risultato è che si spendono migliaia di euro per serramenti a perfetta tenuta, con doppio o triplo vetro, con pellicola bassoemissiva, gas nobili nella intercapedine, guarnizioni multiple, i cui effetti sono miseramente vanificati dal fatto che tutt’intorno passa di tutto, non avendo sigillato il profilo perimetrale.

Il protocollo Casaclima tiene in grande considerazione questa tematica  tento da aver messo a punto un test di verifica specifico: il blower-door test. 

Consiste nel mettere in depressione l’immobile applicando una macchina che crea il vuoto ad una delle aperture dell’immobile. Quando gli ambienti sono alla pressione giusta si passa con una fiaccola o dei fumogeni sul perimetro di tutti i serramenti esterni e se si vede la fiamma o il fumo mossi da correnti d’aria si interviene a sigillare lo “spiffero”.

Per chi non aderisce al protocollo di certificazione Casaclima rimane la raccomnadazione di porre molta attenzione al tema e valutare bene se non sia il caso di spendere qualche denaro in più per non dover buttar via tutto l’investimento. 

Ancora una volta più che mai si tratta di spendere bene più che spendere poco!

Altro tema molto “scabroso” quando si deve ralizzare un cappotto esterno è proprio la qualità della superficie muraria su cui si andranno ad applicare i pannelli isolanti.

Innanzitutto occorre essere certi che lo strato di intonaco esistente sia ancora ben “aggrappato” alla muratura sottostante perchè è evidente che, se ci fisso sopra dei pannelli isolanti e questo subisce dei distacchi, mi si distaccano anche i pannelli. E’ opportuno quindi eseguire una accurata battitura della superficie intonacata e rimuovere le parti soggette a distacco, ripristinandole con intonaco nuovo, anche a toppe. In questo modo si potrà avere un piano sicuro su cui fissare il rivestimento a cappotto.

Altra situazione tipica è una superficie non perfettamente planare con varie scabrosità diffuse che possono rendere difficile la posa dell’isolante.

In questo caso si tratta di valutare l’entità di tali “rilievi” o lacune perchè potrebbero essere facilmente assorbiti dalla densità e dall’elasticità del materiale isolante.
Se si trattasse di fenomeni di entità importante occorrerà spicconare o raschiare via le escrescenze e, al contempo, rasare con apposito impasto le parti lacunose in modo da avere una sufficiente planarità atta a ricevere l’applicazione dell’isolante.

Una delle criticità più diffuse, e fonte di contenzioso, su questa materia è senz’altro la non sufficiente attenzione posta alle giunzioni tra elementi isolanti, soprattutto negli attacchi tra componenti verticali e tra questi e quelli orizzontali o inclinati.

Nei punti di contatto infatti vanno fatte le opportune sovrapposizioni e sigillature, che non lascino fessure e punti di discontinuità, attraverso i quali si possano avere dispersioni termiche.

È tipico infatti che proprio negli angoli, che rimangono freddi, vada a concentrarsi il vapor d’acqua in sospensione nell’aria ambiente e condensi allo stato liquido, favorendo l’insorgere di muffe e fenomeni simili, con effetti negativi non solo per l’estetica ma anche per la salute di chi in quegli ambienti ci vive.

Ultima criticità, ma non per importanza, le modalità di posa dell’isolamento termico che non sempre rispondono alle prescrizioni e alle specifiche fornite dal produttore che, per altro, investe molte risorse per la formazione delle maestranze specializzate.

Ogni sistema infatti ha le sue modalità applicative, che prevedono un numero preciso e una precisa disposizione dei fissaggi meccanici, un’idonea preparazione del sottofondo o del piano di posa, delle specifiche caratteristiche dei collanti da adottare e dei tempi da rispettare, affinche tutto sia realizzato al meglio e ne possa essere garantita la durata nel tempo oltre alle prestazioni termofisiche di progetto.

Dato che i primi interventi di coibentazione risalgono a una decina di anni fa, visto che le prime leggi sono del 2005 e del 2006, con modifiche e implementazioni ancora in corso, a livello regionale e nazionale in recepimento di direttive europee, si può fare un bilancio sulla bontà di quanto realizzato.

Non dispongo di dati ufficiali ma non sono poche le notizie di contenzioso tra committenti e imprese per distacchi di intere aree coibentate, per affioramento delle giunzioni e dei fissaggi, e per errori di realizzazione, che vengono facilmente evidenziati con una semplice termocamera.
Trovo che sia particolarmente importante limitare al minimo fisiologico le criticità sin qui descritte perchè purtroppo hanno un effetto boomerang molto dannoso per la diffusione di tali sistemi.
Occorre sempre di più che gli interventi di coibentazione siano considerati delle buone pratiche, necessariamente basate su un nuovo paradigma culturale, la cui diffusione appare più che mai urgente e improcrastinabile, alla luce delle emissioni che ogni giorno rilasciamo nella nostra atmosfera e che generano quei cambiamenti climatici i cui effetti devastanti e costosi, da tutti i punti di vista, sono sotto gli occhi di tutti.

Nel prossimo post farò alcune considerazioni generali sull’isolamento acustico, che è strettamente legata all’isolamento termico e direi che trova maggiore sensibilità presso la gente.

Stay tuned…

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

impianto riscaldamento radiante cover

L’Impianto di Riscaldamento Radiante. Quale scegliere?

L'Impianto di Riscaldamento Radiante

Quale scegliere?

di Egidio Raimondi

Con qualche anno di ritardo rispetto all’Europa centro-settentrionale questa tipologia di impianti di riscaldamento comincia ad essere diffusa anche alle nostre latitudini, ma spesso presenta alcuni problemi dovuti anche alla scarsa conoscenza da parte dell’utenza. Con questo articolo cercherò di colmare la lacuna.

Partiamo da alcuni concetti base di fisica tecnica.

La trasmissione del calore avviene sempre dal corpo più caldo a quello più freddo e secondo tre modalità: conduzione, convezione, irraggiamento (lontano ricordo del liceo scientifico o di alcune facoltà universitarie). Nel caso di un impianto di riscaldamento il corpo più caldo è il corpo scaldante in ambiente (il termosifone per capirci) e il corpo più freddo è l’aria ambiente. Lo scambio avviene fino a quando si raggiunge un equilibrio tra le temperature dei due corpi o, nel caso del riscaldamento domestico, quando si raggiunge la temperatura impostata sul termostato (generalmente 20°C). Nello scambio coesistono tutte e tre le modalità di trasmissione del calore ma, a seconda del tipo di impianto scelto, una delle tre prevale sulle altre. E’ così che con un radiatore avrò una componente prevalentemente convettiva coadiuvata da una parte radiante mentre, con un ventilconvettore (detto anche fan-coil) avrò una netta prevalenza della parte convettiva e componenti trascurabili delle altre due. Con un riscaldamento radiante invece avrò la prevalenza della componente di irraggiamento, con quote irrilevanti delle altre due.

Ed ecco il principale vantaggio di questa tipologia di impianti. L’assenza di moti convettivi in ambiente (cioè il fatto che non si ha il movimento dell’aria che, calda, sale verso l’altro e, raffreddatasi, scende verso il basso) significa che non vengono distribuite e fatte circolare tutte quelle particelle che troviamo in sospensione nell’aria degli ambienti chiusi, e che possono entrare nel nostro corpo, per inalazione, ingestione o contatto (edificio malato? no grazie!). Polvere, pollini e particelle portate dall’esterno, capelli, particelle organiche da desquamazione della pelle, forfora, pelo di animali domestici, fumo di sigaretta, grassi ed emissioni dalla cottura dei cibi, emissioni dall’impiego di detersivi, solventi e altre sostanze contenute negli arredi, nelle pitture murali, nelle finiture del parquet, ecc…. (i cosiddetti VOC).

I moti convettivi in ambiente non si generano perché la temperatura della superficie radiante non può superare i 29°C (per normativa) e quindi non riesce a cambiare la densità, e quindi il peso, dell’aria facendola salire in alto e poi scendere verso il basso, ma la lascia inalterata e quindi stabile. Questo comporta una migliore distribuzione delle temperature, con maggiore comfort per le persone, e un risparmio energetico consistente perché si va a riscaldare solo il volume in cui vive la persona, lasciando al freddo i ragni!

La bassa temperatura della superficie radiante è la risposta alla principale obiezione che viene fatta a questo tipo di impianti, come “pericolosi” per l’apparato circolatorio delle gambe, memori delle esperienze fatte negli anni Sessanta e Settanta in cui però le temperature di mandata dell’acqua erano di 70°C (come quelle a cui lavorano i radiatori). Ma cosa è cambiato rispetto a quegli anni? L’innovazione è stata quella di mettere uno strato di isolante termico sotto le tubazioni in cui circola l’acqua calda, facendo in modo che l’impianto riscaldasse solo una unità immobiliare (attraverso il pavimento ad esempio) e non due unità come accadeva prima, quando i tubi erano affogati nella struttura del solaio che divideva due appartamenti (quello soprastante e quello sottostante).

Ma vediamo com’è fatto un impianto di riscaldamento radiante.

Tralasciando per un attimo la tipologia di caldaia che meglio si abbina ad esso, la caldaia a condensazione a cui dedicherò un post specifico, un impianto radiante è costituito, nella sua versione a pavimento, la più diffusa, da una rete di distribuzione del fluido vettore termico (acqua calda) disposta a serpentina, su uno strato di materiale isolante termico e affogata in un getto di calcestruzzo speciale. L’acqua calda che viene fatta circolare nelle serpentine riscalda il massetto in cemento che diventa il corpo scaldante dell’ambiente. Quindi, invece di un radiatore, tipicamente sotto la finestra, a scaldarmi la stanza ho tutta la superficie del pavimento. Questo mi permette di lavorare con temperature dell’acqua più basse, con conseguente risparmio di energia e minori emissioni in atmosfera.

Le serpentine sono fatte da circuiti unici, senza giunzioni, che partono e ritornano tutte da un collettore di distribuzione incassato a muro in una zona non visibile dell’unità immobiliare e, possibilmente, in posizione baricentrica rispetto ad essa. Il tubo che si stende per fare le serpentine è generalmente in materiale plastico (polietilene reticolato) ma può essere anche in rame (ha una maggiore conducibilità termica ma anche un maggior costo). L’isolante termico sotto la serpentina è generalmente polistirene ma può essere anche sughero o fibra di legno. Gli spessori dell’isolante e il diametro del tubo, oltre al “passo” (distanza tra i tubi della serpentina) è determinato dal calcolo termotecnico che tiene conto delle dispersioni dell’edificio, degli apporti gratuiti e delle temperature che si vogliono ottenere. Generalmente un impianto radiante ha una resa al mq di 80/100 Watt e quindi non è adatto ad edifici con troppe dispersioni termiche, a meno che non lo si integri con porzioni a parete o altri corpi scaldanti.

Un impianto radiante può essere a pavimento, a parete o a soffitto e la scelta dipende dalle specifiche contingenze. Ad esempio, se devo consolidare il solaio di calpestio e rifare i pavimenti posso prendere in considerazione la soluzione a pavimento. Se ho dei pavimenti di pregio posso valutare quella a soffitto, con l’avvertenza che, generalmente, le rese sono garantite fino ai 3,5 m di altezza. Se ho ambienti molto vasti posso fare dei tratti a parete per eliminare le dispersioni dai muri e migliorare il comfort in ambiente, grazie ad una idonea temperatura operante.

La temperatura operante è la grandezza di riferimento per valutare il comfort di un ambiente ed è ottenuta calcolando la media tra la temperatura dell’aria e le temperature degli elementi che delimitano l’ambiente (pareti, soffitto, pavimento, finestre ecc…) ponderate sulle rispettive superfici. Per capire meglio in concetto basti pensare che spesso ho 20°C in ambiente ma ho le pareti esterne che sono a 16°C e quindi il mio corpo tende a scambiare calore con esse, generando una sensazione di discomfort. Lo stesso può accadere con il pavimento freddo o le finestre, se non hanno il vetrocamera o il telaio a taglio termico…. Quanto più alta è la temperatura delle superfici che delimitano il mio ambiente tanto minori saranno i miei scambi termici con esse e tanto maggiore sarà il mio comfort. Con il riscaldamento radiante ho una migliore distribuzione delle temperature, oltre che nell’ambiente, anche sulle superfici che lo delimitano.

Un impianto radiante può climatizzare un ambiente in inverno (riscaldamento) e in estate (raffrescamento) facendo circolare nelle serpentine fluido caldo o freddo, con alcuni accorgimenti in estate dovuti alla necessità di deumidificare per evitare la formazione di condensa sulle tubazioni annegate nel massetto o nell’intonaco del soffitto.

Negli ultimi anni le aziende produttrici hanno sviluppato e immesso sul mercato soluzioni a basso spessore che possono essere installate su pavimenti esistenti (con spessori totali di ingombro fino a un minimo di 18 mm + il nuovo pavimento), sistemi a secco per interventi più rapidi, puliti e con minor carico sulle strutture esistenti, oltre a sistemi “prefabbricati” e modulari per installazioni a soffitto o a parete composti da pannelli sandwich che comprendono l’isolante, la serpentina e la finitura (cartongesso), da posare e collegare in serie mediante appositi connettori.

Un particolare riguardo meritano i sistemi capillari, che ultimamente stanno vivendo una grande espansione, perché lavorano con temperature di mandata molto basse (28°C per il riscaldamento e 18°C per il raffrescamento), con evidenti vantaggi in termini di efficienza energetica della centrale termica. Essendo prevalentemente a soffitto, affogati nello spessore dell’ intonaco (1,5 cm) e avendo una sezione ridotta dei tubi (2,5 mm di diametro) con un ridotto contenuto di acqua, raggiungono velocemente la temperatura di regime e possono essere anche condotti ad intermittenza anziché in continuo.

Questo riduce la principale criticità di questi sistemi, dovuta al gap “culturale” dell’utenza e alla non sufficiente e corretta informazione da parte degli operatori del settore. Abituate infatti ad accendere il riscaldamento in alcune ore della giornata e tenerlo spento in altre (conduzione intermittente) le persone hanno difficoltà ad accettare il fatto che un impianto radiante debba restare sempre “acceso” perché lavora sull’inerzia del cassetto che deve rimanere caldo e, se si raffredda, necessita di molte ore per tornare alla temperatura di regime. In realtà, una volta portato il massetto alla temperatura di progetto, l’impianto si spegne per riaccendersi appena il cassetto parie qualche grado e riportarlo in temperatura in pochi minuti. Quindi è un sistema efficiente con bassi consumi ma in contraddizione apparente con il fatto che “resta sempre acceso”. Il risultato è che gli utenti, se non bene educati a questo sistema, agiscono continuamente sui termostati ambiente per abbassare o alzare le temperature (nei termostati digitali indicate anche con i decimali di °C) mandando in crisi il sistema di regolazione e ottenendo il malfunzionamento dell’impianto che, avendo un’elevata inerzia termica, ha tempi di reazione lenti che non corrispondono alle aspettative degli utenti, abituati prevalentemente ai sistemi a radiatori. Il risultato? chiamano l’architetto che gli ha consigliato questo sistema innovativo, che però “non funziona”!!

Pertanto, il consiglio più grande che mi sento di dare, a difesa della categoria, è quello di documentarsi al meglio prima di scegliere un sistema radiante, che è comunque il migliore in termini di efficienza e comfort, e di affidarsi al professionista e alle ditte produttrici e installatrici giuste, che sappiano valutare la compatibilità con il tipo di edificio e la tipologia di lavori prevista, progettando il migliore impianto possibile per la specifica situazione. Diffidare di chi propone ricette preconfezionate e standard perché sono ad alto rischio di insuccesso, soprattutto per gli interventi in edifici esistenti.

Egidio Raimondi, Green Your Mood!

Il Fotovoltaico che sarà

Il Fotovoltaico che sarà

Il Fotovoltaico che sarà

Considerazioni su una tecnologia che sembra esaurita ma ha ancora tanto sviluppo davanti

- terza parte -

di Egidio Raimondi

Con questo ultimo post chiudo la trilogia di articoli sulla tecnologia fotovoltaica per la produzione di energia elettrica.

Dopo aver descritto lo stato dell’arte nel presente e parlato del passato, con alcuni cenni storici, vi parlo del futuro di questa tecnologia che appare molto roseo anzi…direi azzurro!

Una prima considerazione da fare riguarda la scala disciplinare in cui è stato affrontato e sviluppato il tema del fotovoltaico.

L’inizio lo si deve agli scienziati che, scoperto il fenomeno fisico, hanno svolto le ricerche e gli approfondimenti necessari a rendere la tecnologia disponibile per le applicazioni pratiche. Hanno percorso cioè tutto lo spazio che serve per portare a termine la ricerca pura, con adeguati risultati, per poi passare alla ricerca applicata, con le sperimentazioni sul campo e le implementazioni e correttivi, fino agli affinamenti che hanno portato a rendere la tecnologia matura, compresa la competitività sul mercato del consumatore finale.

Dopo gli scienziati è stata la volta degli ingegneri che si sono preoccupati di dare forma e consistenza ai componenti da utilizzare per produrre energia con sistemi affidabili, semplici da produrre e da installare, garantiti nel tempo alle usure di ogni genere.

Sono nati così i moduli, gli inverter, le strutture di supporto per i vari utilizzi, i materiali più performanti, i kit di assemblaggio, i dispositivi di sicurezza, la modularità dimensionale, le tipologie (rigide, flessibili, semirigide, vetro/vetro…), le tipologie di connessione, i moduli monoinverter.

Poi è arrivato il turno degli architetti che sono stati chiamati, perfino dallo stesso decreto legge, a lavorare sull’integrazione dei moduli  nell’edificio o nel paesaggio.

Sono nati allora i moduli con le celle colorate, prevalentemente di rosso per l’integrazione con i tetti in laterizio, o di verde per l’integrazione paesaggistica.

Sono stati pensati impieghi in verticale, come rivestimento di edifici in facciata continua, anche ventilata. Sono nate forme architettoniche che nascevano proprio dalla disposizione, orientamento e inclinazione dei moduli (ad es. le plus energie haus nel quartiere di Vauban a Friburgo.

Sono nate le serre fotovoltaiche con esempi molto riusciti come l’atrio distributivo dell’ospedale pediatrico Meyer a Firenze o alcune soluzioni del quartiere Bed Zed (Beddington Zero Emission DIstrict) a Londra.

Tuttavia, a mio parere, non è ancora stato fatto il salto di qualità che la tecnologia meriterebbe, nel senso che tutti i tentativi di integrazione sono stati realizzati sempre impiegando il modulo. Non è stato mai messo in discussione il componente standard, salvo alcuni rarissimi esempi, molto particolari, in cui si è lavorato sulla cella e non sul modulo.

Considerare la cella alla stregua di un pixel è un passaggio rapido e semplice ma richiede grandi superfici a disposizione, meglio se vetrate in modo da ottenere suggestivi effetti di captazione e schermatura della radiazione solare.

Insomma, credo che sia giunto il momento dei designer di cimentarsi con questi sistemi per innovare davvero una tecnologia che, dal punto di vista estetico, vive una certa stagnazione creativa. Quando dico designer mi riferisco a coloro che si occupano di disegno industriale e non ai “fenomeni” del gesto che creano progetti one shot disegnando con un pennarello una nuvola ricalcando su parabrezza dell’auto quella che vedono guidando (ricorderete un famoso spot pubblicitario di qualche anno fa…)

C’è un altro filone di ricerca e approfondimento su cui lavorare per innovare la tecnologia fotovoltaica ed è quello del materiale stesso.

In particolare si sta lavorando da anni su componenti a matrice organica, sotto forma di gel o film, che consentono di superare il limite morfologico e dimensionale della cella.

Si tratta di materia semitrasparente o traslucida (più aumenta la trasparenza minore è la resa in conversione dell’energia solare in elettrica) interposta tra due lastre di materiale trasparente, vetro o policarbonato, per realizzare superfici piane di varie dimensioni, ma uniformi e non scandite dal ritmo della singola cella.

Se al materiale esterno, di contenimento del gel fotovoltaico, in lastra rigida si sostituisce un materiale flessibile come il PVC o altro polimero ecco che si ottiene un elemento fotovoltaico flessibile che supera il colore nerobluastro del silicio amorfo.

I materiali organici hanno anche l’ulteriore vantaggio di essere più facilmente reperibili, meno costosi del silicio, migliori da smaltire a fine vita. Insomma più sostenibili dei materiali attualmente impiegati.

Le prime sperimentazioni sono state fatte con la polpa di mirtillo e altri frutti o con alghe, fino a giungere alle più recenti celle a sensibilizzatore organico o DSSC (Dye-Sensitized Solar Cell).

Chiamato anche fotovoltaico di terza generazione, appartiene alla famiglia dei sistemi a film sottile ed offre risultati interessanti, come documentato da un ricerca dell’Università di Siena, i cui membri del team affermano che «Tra le celle solari più innovative, le tecnologie DSSC rappresentano un’alternativa percorribile rispetto ai sistemi tradizionali, sia per vantaggio economico sia per metodologie costruttive eco-friendly, che permettono un migliore riciclo degli elementi, con minore impatto ambientale».

Da una valutazione comparativa con altre tecnologie fotovoltaiche, condotta dal team senese, si deduce che «le caratteristiche strutturali e di funzionamento rendano le DSSC più vantaggiose sia per minori costi di smaltimento che per un ridotto impatto ambientale».

Le celle DSSC, note anche come celle di Graetzel, dal nome del ricercatore che le creò nel 1991, riproducono il principio della fotosintesi che avviene nelle cellule degli organismi vegetali.

Una cella è costituita  da due vetri conduttori separati da uno strato poroso di biossido di titanio, un materiale semiconduttore che viene impregnato di colorante naturale, e da una soluzione elettrolitica. I vetri fungono da fotoanodo e fotocatodo, mentre il colorante trasferisce elettroni al biossido di titanio in seguito all’assorbimento di fotoni, dando origine ad una coppia lacuna-elettrone, similmente a quanto avviene nei  dispositivi a semiconduttore; l’elettrolita, invece, serve per rendere continuo il processo di scambio di elettroni, generando, quindi, una corrente elettrica. Le celle assumono vari colori diversi (dal rosso all’arancio, dal giallo al verde) a seconda delle sostanze organiche utilizzate: tra le più usate abbiamo le antocianine, estratte dal succo di more o lamponi.

Le rese sono ancora basse ma il risultato estetico è davvero interessante.

Tra gli impieghi più recenti possiamo citare il padiglione dell’Austria all’Expo di Milano: una facciata del padiglione di 90 m2 era realizzata con celle capaci di produrre circa 24 kWh al giorno di energia.

Ma l’impiego a più vasta scala e dall’effetto più riuscito è senz’altro La facciata ovest del SwissTech Convention Center nel campus dell’école polytechnique federale di Losanna.  Una parete di 300 m2 di vetro trasparente e colorato in cui la luce solare che entra crea giochi di luce sorprendenti all’interno della sala. Costituita da 1400 moduli solari di dimensioni 35 x 50 cm, oltre a schermare in parte gli ambienti interni dalla luce solare produce circa 2000 kWh di energia all’anno!

Per chiunque fosse interessato a saperne di più l’invito è sempre a scrivermi qui sotto nei commenti o direttamente alla e-mail egidio@egidioraimondi.com

Buon fotovoltaico a colori a tutti!

Egidio Raimondi, Green Your Mood!