Non scherziamo con il fuoco!

Riflessioni su un triste primato

di Egidio Raimondi

L’estate che stiamo vivendo è particolarmente “calda” dal punto di vista dell’emergenza incendi. Erano anni che non registravamo un così alto numero di eventi e una tale estensione di patrimonio boschivo andato in fumo. In Europa siamo secondi solo alla Grecia. Dal 01 gennaio al 14 agosto in Italia è andata in fumo una superficie di 120.166 ettari, grande quasi quanto la citta di Roma”. Abbiamo il primato europeo anche per numero di incendi divampati, davanti alla Spagna. Quelli di grandi dimensioni, oltre i 30 ettari, sono 472(fonte: ANSA su dati forniti dall’European Forest Fire Information Sistem della Commissione Europea). Come distribuzione geografica la maggiore concentrazione è al Sud dove, secondo una ricerca ISMEA, circa il 35% delle colline è abbandonato e il 20% semiabbandonato, privo di presidio sul territorio da parte delle comunità locali. Tra le cause principali rimane senz’altro l’azione dolosa dei piromani ma, date le temperature elevatissime, ben oltre la media stagionale, anche il fattore colposo di cittadini incauti ha un peso rilevante. Sempre più spesso infatti si registrano inneschi dovuti a cicche di sigaretta, vetri abbandonati che generano combustione di foglie secche per effetto lente e altri fenomeni dovuti a comportamenti scorretti e/o superficiali.

La correlazione tra incendi e alte temperature dovute alla crisi climatica è evidente se si osserva la mappa dei roghi diffusa dalla NASA (Fire Information for Resource Management System). Oltre all’Italia e alla Grecia, già citate, troviamo incendi in Turchia, California, Australia, Siberia, Amazzonia, Africa (Zambia, Angola, Congo, Malawi e Madagascar), India, Siberia, Cina, Malesia, Indonesia…

È indubbio che si dovrà acquisire una nuova sensibilità verso il fenomeno, che può essere ricompreso tra gli eventi estremi causati dalla crisi climatica, al pari delle trombe d’aria e delle grandinate che scaricano a terra palle di ghiaccio devastanti. È altrettanto indubbio che si debba agire in logica di adattamento a questi fenomeni e quindi operare per prevenirli, piuttosto che per arginarli, cosa sempre più difficile per la loro entità.

Ed è per questo che inveire contro la mancanza di canadair o la loro gestione privata è fuorviante. Quando siamo all’impiego dei canadair abbiamo già perso! L’incendio si è già sviluppato e siamo già alla drammatica emergenza. Certo più aerei aiuterebbero a domarlo prima e a salvare qualche ettaro ma il vero lavoro è da fare prima che l’incendio si inneschi. Serve un lavoro di prevenzione e di presidio sul territorio, con uomini sul campo nelle zone critiche (le conosciamo), nelle giornate critiche per condizioni atmosferiche ideali al rapido propagarsi di un incendio (alte temperature e venti favorevoli). Servono uomini e mezzi che battano il territorio sia da terra che con droni e altri sistemi di monitoraggio territoriale, e a questo non giova certo il ridimensionamento del Corpo Forestale dello Stato accorpato qualche anno fa con l’Arma dei Carabinieri. 

In un’intervista a L’Avvenire Tonino Perna, ex presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte, in fiamme proprio in questi giorni, racconta di un modello di governance che provò ad attuare vent’anni fa, con scarso successo ma che oggi sembra un’occasione persa. Si trattava di affidare i boschi a soggetti del terzo settore, attraverso un bando pubblico, con un contratto che prevedeva un contributo del 50% all’inizio e un ulteriore 50% a fine stagione a patto che fosse bruciato non più dell’1% del territorio affidato. Da 1000 ettari bruciati all’anno si passò a 100 – 150 ! Un successo che arrivo fino a Bruxelles, dove Tonino Perna fu invitato a raccontare l’esperienza positiva. Il progetto durò una decina d’anni e il modello fu riproposto anche nel Parco del Pollino, dove rimase in essere qualche anno di più, ma poi non ebbe seguito. Serve anche il completamento degli strumenti attuativi di una legge che, in assenza di ciò, è inefficace.

La legge quadro in materia di incendi boschivi del 21 novembre 2000 n. 353 prevede che “le zone boscate ed i pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco non possono avere una destinazione diversa da quella preesistente all’incendio per almeno quindici anni”. Ma la stessa legge prevede che “entro novanta giorni” i Comuni provvedano a censire mediante apposito catasto le aree interessate da incendi. E qui veniamo alla nota dolente: sono pochissimi i comuni che hanno censito tali aree e il catasto incendi è praticamente inesistente!

Quindi, di fatto, è ancora possibile cambiare destinazione ad aree incendiate e non censite, mantenendo viva una delle motivazioni che spingono i mandanti dei piromani a far appiccare il fuoco. Accanto a questa, che rimane ancora la motivazione principale, troviamo gli interessi locali, come la creazione di nuovi pascoli, le liti tra confinanti con vendette incrociate, a volte anche di stampo mafioso. Non marginale è l’azione di attacco ai parchi, cioè la reazione di coloro che si oppongono all’istituzione di aree protette, viste erroneamente come ostacolo allo sviluppo e all’economia locali. Infine non possiamo non considerare le cause fortuite dovute a imperizia e superficialità, dall’accensione di fuochi per abbruciamento di sterpaglie ai barbecue e falò improvvisati, oltre alla cicca di sigaretta non spenta e altri comportamenti maldestri. Un’ultima nota doverosa va fatta sull’attività di repressione dei piromani, colpevoli di gravissimi ecoreati, che spesso comportano perdite di vite umane e sempre la perdita di animali selvatici o da allevamenti.

Ricci, scoiattoli, cervi, caprioli, volpi, ghiri, passeri, capinere, falchi, tartarughe, salamandre, lucertole… Sono stimati in oltre 20 milioni gli animali selvatici arsi vivi in Italia dall’inizio dell’estate, soprattutto al Sud. In Sardegna invece ha suscitato emozione e innescato una commovente gara di solidarietà per salvare i capi di bestiame, ovini, bovini ed equini, insidiati dalle fiamme che a luglio hanno distrutto un inestimabile patrimonio zootecnico e colturale per un’estensione di 20.000 ettari. Le immagini degli allevatori provenienti da altre zone, anche lontane, con camion carichi di foraggio hanno fatto il giro dei Tg e del web.

Proprio in seguito a questo disastro la comunità dei botanici sardi ha diffuso un comunicato che pone l’accento sulle modalità di recupero ambientale post-roghi, che offre molti spunti di riflessione. Nel documento si cerca di dare un contributo scientifico per valutare le criticità e le opportunità al fine di ottenere un risultato sostenibile e duraturo dal punto di vista socio-economico ed ecologico. In particolare ci si concentra sull’opportunità di rimboschimento ripiantando 100 milioni di nuovi alberi, temendo che siano messe a dimora specie non autoctone, ricordando alcuni interventi realizzati in seguito ai disastrosi incendi del 1983 e del 1994, che alla fine hanno aumentato il dissesto idrogeologico delle aree interessate. Si auspica invece che vengano impiegate risorse per favorire il naturale processo ecologico di rinascita di nuovi getti dagli arbusti bruciati che in gran parte conservano ancora l’apparato radicale. Nel giro di poche settimane, secondo i botanici, si realizzerebbe la ricolonizzazione della montagna da parte della vegetazione, secondo un processo naturale e duraturo. Si chiede di aiutare tale processo naturale, che genera una copertura diversificata di specie, tra arbusti e alberi d’alto fusto, molto più resilienti alla diffusione degli incendi rispetto a coperture uniformi e monospecie. Ulteriore invito dei botanici sardi è al coinvolgimento dei privati nel processo partecipativo volto a ricreare il mosaico agro-silvo-pastorale che possa prevenire e resistere meglio ad eventi futuri, in un trasferimento di conoscenze dalla comunità scientifica, all’ente pubblico, al proprietario terriero privato, che possa dar vita ad una rete di custodi della biodiversità.

Accanto alla solidarietà, che emerge in occasione di ogni calamità, occorre però un’azione investigativa efficace che porti a trovare i responsabili dei roghi e infliggere pene severe per i piromani. Nei casi in cui le indagini sono state condotte con determinazione e strumenti idonei il risultato non si è fatto attendere. Emblematico il caso dell’Isola d’Elba in cui, dopo una stagione di incendi che periodicamente si registravano ogni estate, i piromani furono catturati grazie a indagini effettuate a partire dal DNA rilevato sulle cicche di sigaretta usate per gli inneschi! La ricaduta immediata fu la drastica riduzione degli incendi negli anni a seguire.

Chiudo queste riflessioni con un invito al legislatore a riflettere anche sulla prassi di affidare il servizio di spegnimento incendi a soggetti terzi, di diritto privato. Senza volersi avventurare in insinuazioni fuori luogo, è quanto meno una singolare coincidenza che laddove le Regioni affidano a società terze il servizio antincendio, partono i roghi. Certo non si tratta di una prova ma il sospetto può essere legittimo perché queste società vivono se ci sono gli incendi. Mi limito a dire che forse qualcosa andrebbe rivista, anche in considerazione dell’impatto economico che la gestione dell’emergenza ha sulle casse dello Stato. Secondo uno studio di Coldiretti su dati EFFIS, gli incendi di grandi dimensioni sono cresciuti del +256% rispetto alla media 2008-2020, per un costo complessivo di circa un miliardo di euro, fra opere di spegnimento, bonifica e ricostruzione/ripristino. Ma ai costi immediati vanno aggiunti anche quelli di lungo periodo per il ripristino dell’ecosistema forestale e la ripresa delle attività umane, attività che si distendono mediamente in un arco di tempo di 15 anni!

È dovere di tutti, dal legislatore al semplice cittadino, fare in modo che l’immenso patrimonio in termini di biodiversità, paesaggio e clima non vada in fumo!

Egidio Raimondi