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Leggi l’etichetta dei prodotti alimentari? Parte 1

Leggi l’etichetta dei prodotti alimentari?

Tante informazioni per acquistare con consapevolezza

di Armando Sarti

Parte Prima: scadenza, ingredienti e tabella nutrizionale

Introduzione

I produttori del cibo trattato dall’industria e la grande distribuzione utilizzano da tempo accorgimenti e tecniche specifiche per indurre il cliente ad acquistare i loro prodotti. Nei supermercati ogni aspetto che riguarda come è strutturato l’ambiente, la luce, l’eventuale musica o messaggi di sottofondo, il percorso dei clienti, la posizione in alto o in basso dei vari prodotti negli scaffali e nei frigoriferi, è stato studiato con cura per poter vendere di più e per favorire l’acquisto di alcune tipologie di prodotti, in genere quelli che rendono di più.
Non a caso le strategie di marketing costituiscono una voce importante nel bilancio di queste aziende. Non entriamo qui in una disamina sui meccanismi alla base della scelta da parte del consumatore di uno specifico prodotto o del perché abbiamo preferito quel prodotto rispetto ad un altro con contenuto simile.
Per i prodotti sfusi possiamo farci un’idea sull’aspetto e sulla freschezza degli alimenti e anche interagire con il venditore, ma per quelli preconfezionati dovremmo sempre dare un’occhiata all’etichetta, una vera e propria carta d’identità del prodotto. I dati riportati ci permettono di capire qualcosa di più su cosa stiamo valutando, in modo che corrisponda, il più possibile, cosa desideriamo con quello che poi acquistiamo.
Il contenuto delle etichette è soggetto a specifiche normative; in questa nota sono riportate solo alcune osservazioni pratiche.

Data di scadenza

La data di scadenza è per molti l’unico dato preso in considerazione. Ovviamente è preferibile acquistare prodotti preparati o confezionati di recente, particolarmente quando il tempo di scadenza è breve, cioè giorni o settimane. Da notare che negli scaffali le confezioni a scadenza più ravvicinata sono posti generalmente davanti a quelle più recenti.
L’indicazione può essere perentoria, “da consumarsi entro…”, o più blanda, “preferibilmente entro…”, in relazione all’importanza del tempo di conservazione dello specifico prodotto. Per alcuni prodotti, come le uova o il latte fresco, la scadenza è stabilita per legge, mentre per altri è di pertinenza del produttore. Spesso per gli alimenti che si conservano per lungo tempo, la scadenza si riferisce più ad aspetti organolettici, come la fragranza e il sapore, che alla sicurezza sul consumo del prodotto. 

È in corso una revisione normativa che allunghi le scadenze di tanti prodotti, per evitare sprechi di generi alimentari. D’altra parte i produttori non hanno in genere interesse ad allungare i temi di scadenza, in modo da sostituire con i nuovi lotti gli alimenti confezionati che non si possono più vendere.
Di fatto molti consumatori, compreso chi scrive, utilizzano comunque dei prodotti scaduti, se da breve tempo, fidandosi dell’aspetto e dell’eventuale assaggio, per evitare sprechi ingiustificati.
Per alcuni prodotti chiusi in modo ermetico in barattoli o bottiglie è spesso consigliato di mantenere l’alimento in frigorifero dopo l’apertura della confezione, se non è subito utilizzato tutto e di consumarlo entro pochi giorni.

Lista degli ingredienti

Veniamo a un altro aspetto fondamentale dell’etichetta, la lista degli ingredienti. Da notare che gli ingredienti devono essere consultabili da parte dell’acquirente, sotto forma di cartelli o libretti sfogliabili, anche per i prodotti sfusi dei negozi e dei banchi di vendita.
Un’informazione fondamentale: le materie prime utilizzate per il prodotto devono essere elencate in ordine decrescente rispetto alla quantità utilizzata al momento della preparazione.  Quindi leggere, ad esempio, zucchero come primo ingrediente, ci informa che quel prodotto è a base per prima cosa di zucchero (per molte merendine è così, verificate). 
Solo per alcuni prodotti, per i quali non è facile stabilire l’esatta composizione specifica, ad esempio un minestrone, si trova l’elenco alfabetico con la dicitura finale “…in proporzione variabile”.

È sempre consigliabile confrontare la congruenza fra la denominazione del prodotto e la quantità dell’ingrediente chiave. Ad esempio se il prodotto è: “Grissini all’olio extravergine d’oliva” e poi negli ingredienti l’olio extravergine, ben più pregiato, compare nella lista dopo “margarina”, “strutto”, “grasso vegetale idrogenato”, “mono e digliceridi degli acidi grassi” e “olio d’oliva”, la denominazione del prodotto risulta ingannevole, anche se non illegale.

Talvolta accanto ai vari ingredienti della lista è posta tra parentesi la percentuale di un componente essenziale in rapporto all’intera composizione, soprattutto se il produttore vuole evidenziare un particolare ingrediente caratterizzante.  Ad esempio per la crostata di pere: “pere 55%”, dove si può pensare che la quantità effettiva di pere sia un dato rilevante riguardo alla qualità.

Anche per le materie prime composte, come le salse, devono essere elencati tra parentesi i singoli ingredienti costitutivi, cominciando con quelli presenti in maggior quantità e poi via via con quelli presenti in percentuali minori.

Tra gli ingredienti rientrano anche gli aromi. Una precisazione importante: quando troviamo scritto genericamente “aromi” significa che si tratta di aromi artificiali, prodotti in laboratorio. Diversamente, se compare la dicitura “aromi naturali” si tratta di essenze, estratti, concentrati e succhi ottenuti da materie vegetali. Come è immaginabile è meglio preferire quei prodotti che contengono aromi naturali, per ridurre la quantità di prodotti chimici nella nostra alimentazione (conservanti, coloranti e altre sostanze chimiche saranno trattati in un prossimo articolo).

Alcune regole generali sono utili per interpretare bene la lista degli ingredienti:

  • più sono gli ingredienti e più probabile è che il prodotto sia stato processato pesantemente dall’industria; quindi leggere pochi ingredienti può essere l’indicazione di un prodotto poco trattato;
  • le etichette ricche di informazioni nutrizionali, oltre a quelle imposte dalla legge, come la provenienza, la specificazione della materia prima (es. “olio extravergine d’oliva” invece del generico “olio d’oliva”), certificazioni ulteriori, ricette e numero verde per i clienti, individuano spesso un prodotto di qualità. Il produttore è ovviamente responsabile della veridicità delle informazioni;
  • controllare il peso sgocciolato e non solo quello totale per gli alimenti contenuti in olio, aceto o altri liquidi;
  • la lista deve riportare i dati reali dell’alimento mentre l’immagine e la descrizione della confezione possono essere fuorvianti, soprattutto se contiene indicazioni precise, ad esempio, “dietetico”, o “naturale”, oppure i vari senza, “senza zucchero”, “senza grassi” e così via;
  • attenzione a denominazioni che possono trarre in inganno. Se tra gli ingredienti compare “sciroppo di glucosio”, “sciroppo di fruttosio”, “maltosio”, “amido di mais”, “sciroppo di cereali”, l’alimento contiene indirettamente dello zucchero. Queste sostanze infatti hanno un indice glicemicomolto alto (per il significato vedi in questo blog: “Calorie e Glicemia (qualche pillola di Fisiologia). Come dimagrire, ridurre la fame e limitare il picco di glucosio nel sangue”), che le rende del tutto simili allo zucchero e anche più nocive (fruttosio).
  • Diffidare dei prodotti confezionati con scritte sensazionali, troppi colori, plastica e imballaggi raffinati. Spesso questi accorgimenti nascondono la bassa qualità dell’alimento e pongono problemi ambientali per lo smaltimento dei rifiuti. Gli imballaggi più semplici e riciclabili, al contrario, depongono bene.

Tabella nutrizionale

Nell’etichetta è presente molto spesso anche la tabella nutrizionale. In questa scheda, separata dalla lista degli ingredienti, è visibile l’apporto calorico dell’alimento in toto in kilocalorie (kcal) o kilojoule (kj) e di seguito la composizione per quantità dei macronutrienti, cioè carboidrati, proteine e grassi, delle fibre ed eventualmente di alcuni micronutrienti caratterizzanti il prodotto (vitamine, sostanze protettive).

Le quantità sono rapportate in genere a 100 grammi di prodotto oppure a 100 millilitri (ml). La quantità deve comunque essere specificata se si fa riferimento a un peso o un volume diverso. 

A volte sono riportati i dati anche “per porzione”, soprattutto per gli alimenti confezionati in parti divisibili, in modo da rendere più comprensibile l’apporto di calorie e nutrienti per la consumazione.

I carboidrati sono indicati come totali e poi compare la dicitura “di cui zuccheri” per differenziare i carboidrati complessi da quelli semplici; per approfondire la conoscenza sui carboidrati si può vedere un altro articolo di questo blog: “Calorie e Glicemia (qualche pillola di Fisiologia). Come dimagrire, ridurre la fame e limitare il picco di glucosio nel sangue”.

Anche i grassi sono riportati come totale e come quantità di grassi saturi. I grassi saturi, prevalenti negli alimenti di origine animale e negli oli tropicali (palma e cocco), sono messi da tempo in relazione con il rischio cardiovascolare, perché favoriscono la deposizione di grasso nei vasi sanguigni arteriosi ed è quindi consigliabile limitarne il consumo. In linea generale Un’alta percentuale di acidi grassi polinsaturi e monoinsaturi, al contrario, è da considerare come un dato di qualità nutrizionale.

Le proteine sono l’altro macronutriente che deve sempre essere indicato. In qualche caso, per prodotti specifici, può essere indicata, oltre alla quantità di proteine, anche la quantità di alcuni singoli aminoacidi (i “mattoni” che costituiscono le proteine), soprattutto di quelli essenziali, cioè quelli che l’organismo umano non può sintetizzare e deve assumere necessariamente con gli alimenti. Dato il consumo in eccesso di prodotti animali, tipico della dieta occidentale attuale, la quantità di proteine assunte risulta in eccesso per la maggior parte delle persone e comporta rischi di tossicità. L’apporto raccomandato consiste in circa 0,8 grammi per Kg al giorno per gli adulti sani. Una quantità maggiore è indicata per i bambini, gli anziani e per le donne durante la gravidanza e l’allattamento. Le proteine di origine vegetale, presenti soprattutto nei legumi, cereali e frutta secca in guscio, possono sostituire in larga parte quelle di origine animale, a tutto vantaggio della salute e della sostenibilità dell’ambiente.

Il contenuto di fibre riveste un interesse particolare. L’apparato intestinale umano non riesce a digerirle, ma per la flora batterica, il microbiota, le fibre rappresentano un nutrimento essenziale,  in grado di selezionare e far prevalere le specie batteriche favorevoli per il benessere fisico e mentale. 

Si consiglia un apporto di fibre di almeno 25-30 grammi al giorno per gli adulti. Secondo altri autori sarebbe preferibile un apporto di 45 grammi al giorno.

Un altro dato riportato sempre nella tabella nutrizionale è il contenuto di sale. È bene prenderne nota perché anche l’eccesso di sale comporta rischi consistenti. Per saperne di più si può vedere un articolo specifico in questo blog: “Il sale della vita e il sale nella zucca…”.

Alcune altre sostanze possono essere segnalate nella tabella se risultano particolarmente favorevoli dal lato nutrizionale e se sono presenti in quantità non trascurabile nell’alimento specifico. Ad esempio per le passate di pomodoro può essere segnalata la quantità di licopene, un carotenoide con potente attività antiossidante. Oppure, per il pesce può essere riportato il contenuto di Omega3, cioè di un tipo particolare di acidi grassi polinsaturi che svolge tutta una serie di azioni favorevoli per la salute.

Continua nella Parte Seconda…

Armando Sarti, Medico

già direttore, Dipartimento d’Emergenza e Terapia Intensiva Azienda Sanitaria di Firenze

pandemia evoluzione medicina

La Pandemia e l’Evoluzione della Medicina

La Pandemia e l'Evoluzione della Medicina

Com’è nata la ventilazione meccanica e la moderna Terapia Intensiva

di Armando Sarti

Nei tempi che stiamo vivendo della pandemia da Covid-19 tanti ormai conoscono parole come “ventilatori”, “assistenza respiratoria a pressione positiva” e “intubazione tracheale”, cioè alcune fra le tecniche fondamentali della moderna terapia intensiva. Ogni giorno si conta il numero dei ricoveri nei reparti di Rianimazione e Terapia Intensiva, come parametro importante per seguire quanti pazienti hanno contratto l’infezione in modo grave e più in generale l’evoluzione della pandemia.  

La storia della medicina permette di ricordare com’è nato il concetto di terapia intensiva e, in seguito come si sono diffusi i reparti in grado di supportare le funzioni vitali dei malati, quali la respirazione e la circolazione del sangue, nell’attesa che i trattamenti medici e chirurgici concomitanti potessero permettere di guarire questi pazienti.

Nel corso dell’epidemia di poliomielite, alla metà del secolo scorso, Copenaghen si trovò al centro di un’area particolarmente colpita dal virus. Un numero impressionante di pazienti, in buona parte bambini e adolescenti, giungeva in ospedale in condizioni critiche perché l’infezione aveva attaccato la parte del sistema nervoso che collega il cervello al midollo spinale, compromettendo così la capacità di respirare a causa della paralisi muscolare.

All’epoca l’unico trattamento utilizzabile era il “polmone d’acciaio”, una tecnica che creando una pressione negativa all’esterno del torace lo espande facendo così entrare l’aria nei polmoni.

Il trattamento però non risultava molto efficace e comunque le unità disponibili erano molto scarse, mentre nell’Agosto del 1952, all’ospedale Blegdam di Copenhagen, arrivavano tante decine di pazienti con difficoltà respiratoria ogni giorno. Il personale medico e infermieristico, di gran lunga insufficiente per il numero dei ricoveri, si affannava nel prestare soccorso. La mortalità, per questi pazienti sfiorava il 90%.

Era in corso un’evidente sproporzione tra le necessità cliniche dei pazienti e la capacità di risposta sanitaria dell’ospedale, in particolare per i pazienti più gravi, esattamente come è avvenuto in varie città italiane nei giorni passati, e come è tuttora in corso nel mondo a causa del coronavirus.

A una riunione d’emergenza dell’ospedale Blegdam partecipò un anestesista, Bjørn Ibsen. Il giovane dottore danese, da poco rientrato da uno stage a Boston per specializzarsi presso un prestigioso centro medico statunitense, ebbe l’idea che avrebbe rivoluzionato il corso della pratica medica per i malati acuti.

Propose d’invertire il concetto del polmone d’acciaio e di pompare l’aria direttamente nei polmoni dei malati: la ventilazione a pressione positiva. All’epoca questa tecnica, mediante rudimentali apparecchi, era applicata per poco tempo solo durante gli interventi chirurgici più impegnativi.

Ibsen propose di ventilare i pazienti tramite un’incisione praticata nel collo fino alla trachea (tracheostomia) e una cannula che metteva in comunicazione le vie aeree del paziente con un pallone di gomma, compresso a mano e rifornito in continuo di aria e ossigeno.

Ibsen fortunatamente fu autorizzato a mettere in pratica la sua idea con le sue stesse mani e il giorno dopo, il 26 Agosto 1952, una ragazzina di 12 anni fu mantenuta in vita con questa tecnica.

La prima paziente fu così trattata con successo e la tecnica fu applicata subito a tutti i pazienti che non potevano respirare. Il problema era mettere due mani a disposizione per tanti malati e così fu organizzata in brevissimo tempo, in uno spazio dedicato, l’unità di terapia continua di ventilazione manuale, in turni di 6 ore, reclutando oltre ai medici disponibili, tutti gli studenti di medicina e di odontoiatria. In questo modo fu possibile assistere i tanti pazienti che non potevano respirare autonomamente. Gli studenti erano istruiti su quanto e con quale frequenza dovevano comprimere il pallone per portare l’aria nei polmoni dei malati.

La mortalità si ridusse in breve tempo, da quasi il 90% a meno di un terzo dei pazienti assistiti con questa tecnica manuale, in ambienti attrezzati specificamente per questa esigenza.

Era nata così la terapia intensiva, da una brillante e rischiosa idea di un giovane anestesista e dalla pronta risposta di un ospedale che nel suo insieme aveva reagito all’emergenza e riunito le idee e le forze, in stretta collaborazione, per guadagnare il tempo necessario alla risoluzione dell’infezione, assistendo così i pazienti che altrimenti sarebbero morti in breve tempo. Centinaia di pazienti furono salvati.

Fu un’intuizione geniale, che ha rivoluzionato il trattamento dei malati in condizioni critiche e instabili. Un esempio di ingegno e pronta reazione di fronte a una crisi di sistema. Era così possibile mantenere in vita i pazienti, del tutto coscienti, che non potevano respirare, in modo sicuro e prolungato nel tempo.

Proprio a Copenaghen, pochi mesi dopo, il Dr. Ibsen creò il primo reparto specializzato di Rianimazione e Terapia Intensiva. Oggi questi reparti, che necessitano di medici e infermieri formati in modo specifico e di una grande dotazione tecnologica, sono diffusi come sappiamo in tutto il mondo. Da una pratica utilizzata in sala operatoria la ventilazione meccanica è attualmente un trattamento essenziale ampiamente utilizzato nelle Terapie Intensive.

Le mani dei medici e studenti di Copenhagen furono rapidamente sostituite da macchine specificamente costruite per la ventilazione artificiale. Nel tempo sono state realizzate attrezzature per la ventilazione meccanica via via più sofisticate e adatte a supportare la respirazione in modo raffinato, seguendo le esigenze di ogni singolo malato che necessita di ventilazione assistita. I moderni ventilatori e i monitor delle funzioni vitali permettono di avvertire e registrare l’attività spontanea del paziente e di supportare l’immissione di aria e ossigeno nei polmoni con tante diverse modalità secondo le esigenze di ogni singolo malato.

Il 26 Agosto del 1952, il ‘Bjørn Ibsen day’, rappresenta così una pietra miliare della storia della medicina, che acquista una drammatica attualità proprio adesso, con il mondo intero che lotta con i letti disponibili di terapia intensiva per ventilare i polmoni dei pazienti più gravi.

Dalla storia al presente. Da questa pandemia dobbiamo necessariamente ricavare qualcosa di positivo per il futuro. I posti letto nelle Terapie Intensive e Subintensive, adeguatamente supportati da strumentazioni tecnologiche e personale formato, non devono essere ridotti per le ristrettezze economiche, ma al contrario incrementati, per far fronte ad esigenze improvvise. Un evento inaspettato, peraltro prevedibile dai veri esperti, non deve più trovarci così impreparati.

Più in generale riconosciamo che i servizi sanitari nazionali sono fondamentali per rispondere a pandemie come quella in atto, che, è bene ricordare, sono sempre possibili, possono ripetersi e sono più probabili nel mondo attuale, sovraffollato e facilmente collegato in poche ore da un capo all’altro.
Per sostenere il servizio sanitario nazionale non basta ringraziare pubblicamente e chiamare “eroi” gli operatori sanitari. C’è il rischio che finita l’emergenza tutto torni come prima. Si tratta di fare delle scelte, come individui e come paese, nell’allocazione delle risorse.

Non nascondiamoci dietro a un dito. Per noi Italiani in particolare vuol dire in primo luogo pagare le tasse e poi pretendere dalla politica un utilizzo appropriato del denaro pubblico. Tutti devono contribuire secondo le proprie possibilità, come dice la Costituzione della Repubblica.

Se niente cambia, con l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei costi della medicina, non sarà più possibile garantire ad ogni persona, in un futuro vicino, le migliori possibilità di guarigione.

È anche indispensabile finanziare adeguatamente i necessari interventi di prevenzione, con i sani stili di vita, una maggiore attenzione al ripristino della qualità dell’ambiente e una corretta alimentazione. Campagne di promozione della salute, riducendo i costi dell’assistenza sanitaria e riabilitativa per le malattie croniche, permetterebbero di salvare tante vite umane e avrebbero anche una ricaduta sociale importante per il contenimento della spesa sanitaria.

Armando Sarti, Medico

già direttore, Dipartimento d’Emergenza e Terapia Intensiva Azienda Sanitaria di Firenze

La Pandemia, ripartenza e speranza

La Pandemia

Ripartenza e speranza

di Armando Sarti

Da settimane reclusi a casa. Fra internet e ricette di cucina, telefono, WhatsApp e televisione per gli aggiornamenti dei contagi (come sarà andata oggi?), con qualche felice e prolungata sosta in terrazza. Siamo rimasti ordinatamente in fila nei pressi dei supermercati, con l’atteggiamento serio e compassato di chi è consapevole. Due chili in più, per i piaceri compensatori della tavola e la sedentarietà, nonostante qualche esercizio di ginnastica davanti al PC o alla TV. Qualche cane, da tempo abituato alla casa, che non scodinzola alla vista del guinzaglio, annoiato per le troppe richieste di passeggiatina da parte del padrone.

E ora? Si riparte con molta speranza, idee un po’ confuse. Per altri il dramma. Per chi non riesce a intravedere un futuro, per chi sta perdendo il lavoro o per chi non sa cosa fare per i propri dipendenti. Per tutti un po’ di paura, per la possibile nuova impennata dei contagi.

Comunque avanti con la ripresa, ma molte cose non saranno più come prima, almeno per parecchi mesi.

In questi due mesi molte considerazioni, varie sensazioni e riflessioni maturate sul divano, con tanto tempo a disposizione. Fra le tante, la domanda secondo me più importante: che cosa è successo? E soprattutto, qualcosa cambierà?

Che cosa è successo e cosa è cambiato?

Secondo me è cambiata soprattutto la nostra assurda sensazione di onnipotenza. Il ridimensionamento e l’accettazione della nostra fragilità. Un mondo “virato”. Abbiamo dato troppo per scontato. Ci siamo ritrovati improvvisamente piccoli, impauriti e perplessi di fronte a un minuscolo virus, trasmesso da animali selvaggi senza più patria, che ci ha messo in ginocchio. Ha causato tante morti, spesso senza neanche poter confortare i nostri cari, ha fatto traballare tragicamente i nostri sistemi sanitari e ha messo in crisi, di colpo, la globalizzazione e le economie dell’intero pianeta. Tanto dolore, per chi ha perso una persona cara e per chi è morto nell’inevitabile confusione di un letto d’ospedale o rimanendo a casa propria.
Ma anche una quantità sconcertante di esseri umani che si ritrova improvvisamente senza un lavoro e senza una prospettiva di vita accettabile.

Per i più fortunati un riposo forzato e casalingo nel corso di questa primavera piena di sole, come non si vedeva da anni. Uno stacco brutale dalle proprie abitudini, dall’affetto dei propri cari, dalle passeggiate all’aria aperta, dai contatti sociali e culturali, dagli aperitivi e le cene in pizzeria o al ristorante, dalle giornate passate nei centri commerciali. Niente palestra e sauna. Sfollati in casa. Fra presunti complotti, bollettini quotidiani, notizie continue, opinioni di ogni tipo e fake news, ne abbiamo sentite di tutti i colori.
Bisogna dire che nell’insieme gli Italiani sono stati all’altezza. Non è mancato il rispetto per le tante limitazioni, forse proprio perché lo “tsunami” mediatico ci ha fatto sentire uniti da un destino comune, che in parte dipendeva proprio dal nostro comportamento. Reclusi, ma anche un po’protagonisti.

Questo virus ci ha forzato a pensare e ripensare. Ci ha obbligato a rivedere l’ordine delle priorità, cosa conta davvero, le proprie risorse interiori, ci ha messo un po’ a nudo e ha quindi rappresentato anche un vero e proprio test su noi stessi con la macchina della verità.

Dentro di noi, anche senza essere catastrofisti, è impossibile non avvertire che il virus sia stato in qualche modo un grido d’allarme, come una ribellione verso gli umani. Abbiamo maledetto la Terra. Percepiamo una sorta di reazione della natura, costantemente attaccata da comportamenti lontani dal senso più profondo della vita su questo pianeta.  Tra cinico egoismo, corruzione diffusa, deforestazione, inquinamento delle menti e dell’ambiente, stili di vita assurdi e deleteri, un’economia basata sul profitto di pochi a danno di molti e sfruttamento delle risorse, sempre più limitate, del pianeta. Come se non esistesse un futuro, come se non avessimo il dovere di consegnare ai nostri figli un mondo ancora vivibile.

C’è stato imposto uno stop alla frenesia, alla bramosia del superfluo, ai troppi viaggi fatti per non fermarci a pensare, allo stress che contraddistingue le nostre giornate con la necessità, spesso indotta, di avere e fare sempre di più.
Molti scienziati, forti di dati inoppugnabili, mettono in stretta correlazione l’inquinamento, la cattiva alimentazione, il riscaldamento globale, il cambiamento climatico e la devastazione dell’ambiente con l’insorgenza e la diffusione di nuove epidemie, soprattutto di virus, per i quali spesso non abbiamo armi di difesa efficaci.
La biodiversità è pesantemente ridotta e sappiamo che la varietà è salute per la natura. Gli animali selvatici non hanno più spazio per vivere, abbiamo stravolto il loro habitat e lo riduciamo sempre di più per coltivare soia e mais, mentre quelli allevati in modo forzato con l’agricoltura chimica sono in pessime condizioni di salute, creando così le condizioni favorevoli perché la fauna diventi veicolo della trasmissione di virus, che altrimenti non attaccherebbero facilmente gli umani.

Inoltre, le precarie condizioni di salute di tanta parte della popolazione, prevenibili in buona parte con una sana alimentazione e con stili di vita adeguati, risultano cruciali per la diffusione delle epidemie e spesso si associano al pesante inquinamento atmosferico delle nostre metropoli, che facilita con i veleni nell’aria e le polveri sottili le infezioni respiratorie e gli esiti più gravi delle malattie diffusibili.

Il rischio del diffondersi di gravi epidemie, ancora più concreto nel mondo attuale globalizzato, era stato peraltro previsto da tempo. Dopo i focolai di epidemia dal virus della SARS molti scienziati avevano evidenziato con dati alla mano quanto il rischio di ulteriori epidemie, in particolare di coronavirus, fosse concreto e come avremmo dovuto prepararci per fronteggiare la diffusione planetaria di infezioni virali.

Nel 2014 l’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama, partendo dai dati relativi alle epidemie del virus influenzale H1N1 e delle aree africane colpite dal virus Ebola, aveva chiarito perché servivano più fondi per la Sanità, “…per prepararsi di fronte al rischio di una malattia trasmissibile per via aerea che si rivelerà anche mortale…” Osservando come sono andate le cose, l’ammonimento, profetico possiamo dire oggi, rivolto non solo agli USA, ma al mondo intero, non sembra proprio che sia stato recepito.

Solo i sistemi sanitari nazionali, che hanno il benessere di tutti e non il profitto di pochi come stella polare, possono garantire quell’insieme di interventi di prevenzione e cura in rete, anche e soprattutto a livello territoriale oltre che ospedaliero, necessari per fronteggiare le crisi sanitarie. Sono da sostenere e rafforzare, certamente da migliorare, ma non certo da ridimensionare.

Ci voleva questo virus per capirlo? Era proprio necessario il virus per fermarci e riflettere?

Che cosa cambierà?

Di sicuro dovremo abituarci alle code e alle mascherine, almeno per un po’ di tempo. Scordiamoci anche, per ora, di poter andare tranquillamente a teatro o al cinema o in uno stadio per un concerto di musica o un avvenimento sportivo.
Si spera che le politiche messe in atto per sostenere l’economia del nostro paese possano sostenere, per il tempo necessario, quelle attività produttive e sociali, come quelle culturali, il turismo e la ristorazione, che senza un aiuto concreto potrebbero non riprendersi mai più, con la cancellazione di migliaia di posti di lavoro. Si vedrà anche se l’Europa saprà rilanciarsi, superando egoismi di corto respiro, per far fronte alle ripercussioni economiche e sociali nel vecchio continente.
Cosa dovrebbe o potrà cambiare è in realtà più una speranza che una certezza.

Si parla di ritorno progressivo alla normalità. Sì, ma quale normalità? Vogliamo mettere a fuoco un modo diverso di concepire il nostro normale stile di vita?

Ad ogni livello, istituzionale, sociale, politico e personale non possiamo perdere l’occasione per una profonda revisione del nostro modo di vivere e di lavorare.

L’atmosfera più pulita ci permette oggi di vedere il pianeta, dall’alto dei satelliti, più nitido e a fuoco, come non lo si vedeva da decenni. Dovremmo prenderlo come un incoraggiamento e, con la rinnovata acuità visiva, reagire con uno scatto di dignità. C’è bisogno dell’impegno di tutti, ad ogni livello e in ogni modo.

Lasciamoci dietro tanti aspetti della normalità di prima. Lasciamoci dietro il consumismo inutile, l’eccesso di spostamenti non necessari, sostituiamo il più possibile l’automobile con la bicicletta, riscopriamo il piacere di camminare, mettiamo in atto una rivoluzione del nostro modo di alimentarci, riducendo drasticamente il consumo di alimenti industriali nocivi, carne e prodotti animali, poco sostenibili per il futuro del mondo, a favore dei vegetali, cereali, legumi, verdure, ortaggi e pesca sostenibile. Con una forte riduzione dell’allevamento animale forzato, a base di soia e mais, potremmo avere cibo disponibile per tutti nel mondo. Mangiamo di meno, ma in modo più salutare. Riassaporiamo il gusto vero della vita.
Evitiamo accuratamente ogni spreco.

Con il nostro comportamento, individuale e condiviso, se associato a politiche ecologiche da parte delle istituzioni nazionali e internazionali, possiamo davvero invertire la tendenza verso il punto di non ritorno. La nostra Terra non può più essere una mucca da mungere sempre più, nell’interesse di pochi, fino allo sfinimento. Bisogna imparare ad accontentarsi di quello che è davvero indispensabile per il benessere proprio e di tutti.

Il potere della nostra bocca è enorme, se scegliamo in tanti cosa metterci dentro. Come grande è la nostra potenziale capacità di riorientare l’economia con acquisti oculati, a tutto vantaggio dell’impresa etica e sana, ridimensionando nel tempo il potere brutale e cinico delle multinazionali che hanno il profitto come unico faro, a scapito del benessere di tutti. Un rallentamento controllato dell’economia dei prodotti interni lordi, a favore di un’economia sostenibile, quella del benessere, della giustizia sociale e della felicità degli esseri umani.

Nessuno pensa a una rinuncia alla tecnologia, soprattutto a quella davvero utile per l’umanità. Non certo un ritorno allo “stato di natura” di Rousseau, il mito del buon selvaggio, ma una progressiva ripresa dei valori che in questo mondo sono alla base di una vita il più possibile in armonia, che tenga conto del bene e delle esigenze di tutti e non della convenienza miope di pochi. Una spirale favorevole di etica, personale e sociale, che riduca le ingiustizie, l’elemento essenziale alla base delle oppressioni, delle migrazioni e dei conflitti.

Una profonda riflessione e riorganizzazione a livello individuale, sociale e istituzionale.

Portiamo a casa qualcosa di buono da questa esperienza, ancora in corso, che ha dato una scossa alle nostre vite. In questo senso questa ripartenza dopo la pandemia può rivelarsi un’occasione che non possiamo permetterci di perdere. Un Neo-Umanesimo che riporti al centro la bellezza, l’arte e l’elemento spirituale della vita, il bene e l’amore per sé stessi e per il prossimo.

Oppure non cambiamo niente, stiamo seduti e aspettiamo tranquilli il prossimo virus.

Armando Sarti, Medico

dimagrire perche diete alla lunga non funzionano

Dimagrire – Perché le diete alla lunga non funzionano?

Dimagrire

Perché le diete alla lunga non funzionano?

di Armando Sarti

La maggior parte degli adulti dei paesi occidentali ha seguito almeno una volta una dieta, o una modificazione del proprio regime alimentare, per ragioni mediche o per tentare di dimagrire. Le proposte dei medici e dei dietisti sono numerose e si diversificano molto. Per non parlare delle raccomandazioni e dei consigli derivanti dalle varie rubriche tramite il web, la TV o i giornali, che sono infinite. In questo eccesso di proposte diventa davvero difficile orientarsi.

Sfortunatamente, nonostante gli sforzi, il risultato della dieta è stato spesso transitorio e quasi sempre deludente nel lungo periodo, con ripercussioni negative per la salute e per la propria autostima.

Diciamo subito che non esistono pillole magiche. I vari integratori, supplementi e preparati specifici, a meno che non siano prescritti per precise indicazioni, sono efficaci soprattutto per chi li produce. Non esistono neanche scorciatoie particolari per evitare di ridurre la quantità dei pasti e fare più attività fisica. Le due cose sono sinergiche e sarà molto difficile perdere peso in modo sano (mantenendo cioè la massa magra muscolare) solo mangiando poco, così come sarà difficile dimagrire soltanto stando a lungo in palestra fino a sfinirsi.

La prima cosa è diffidare dalle diete miracolose che promettono la perdita di tanti chili in poco tempo.

Spesso si tratta di diete iperproteiche (con eccesso di proteine), caratterizzate dalla riduzione, fino all’eliminazione, dei carboidrati (pane e altri prodotti da forno, pasta, riso, patate). Un approccio che permette davvero nei primi giorni di perdere peso, ma si tratta soprattutto di una perdita di acqua corporea, che sarà reintegrata rapidamente con il ripristino di un’alimentazione equilibrata. Inoltre queste diete rapide, chetogeniche (la chetosi, caratterizzata dal tipico alito pungente, è prodotta dall’accumulo dei metaboliti della demolizione dei grassi corporei) a base di carne e pesce, se mantenute nel tempo, si rivelano pericolose e intossicanti, in particolare per la funzione del fegato e dei reni.

Gli studi di confronto fra le diete con riduzione dei grassi, rispetto a quelle con riduzione dei carboidrati, non mostrano alla lunga risultati molto diversi. Le persone non sono tutte uguali ed è bene rispettare nei limiti del possibile i gusti, le sensazioni e le abitudini alimentari di ognuno. Per questo le diete universali non vanno bene per tutti. Non è necessario neanche un estenuante conteggio delle calorie e un consumo dei soli alimenti, più o meno esotici, o preparati ritenuti non ingrassanti o addirittura dai presunti effetti dimagranti. Basta pesare una volta sola, per farsi un’idea, ad esempio, la pasta, per utilizzare la quantità necessaria. 60 grammi di pasta secca sono adatti per un adulto che non svolge attività fisica intensa e si presentano molto meglio nel piatto se associati con delle verdure.

La composizione di ogni pasto deve mantenere un certo equilibrio di macronutrienti (carboidrati, grassi e proteine), riducendo magari la quota di carboidrati nel tardo pomeriggio e alla sera.

Una mia nota generale sulla qualità dell’alimentazione per mantenersi in salute fisica e mentale, in base ai dati della scienza, c’è già in questo blog: “A cena con amici, parlando di cosa mangiare.

Qui voglio aggiungere qualche elemento sul rapporto tra mente e cibo e su un approccio equilibrato, senza schemi, calorie e tabelle, per un lento e progressivo dimagrimento in salute.

In linea generale il fallimento dei vari tentativi di dimagrimento con diete diverse, sia con riduzione di carboidrati che di grassi, deriva dal fatto che non è stata presa in esame la persona nel suo insieme, il proprio stile alimentare, verificando, a parte l’attività fisica, perché, cosa, quanto, come e quando il singolo porta il cibo alla bocca. Solo rivedendo il nostro rapporto con il cibo è possibile ottenere un risultato positivo e duraturo.

1. Perché

Non sempre si mangia per fame; spesso siamo attratti dal cibo in risposta agli stimoli continui della pubblicità, all’ansia, allo stress o alla noia, come consolazione, conforto e auto-gratificazione, per compensare tensione nervosa o depressione. 
È necessario riconsiderare il nostro rapporto con il cibo, comprendere il nostro stato d’animo e saper distinguere la fame vera, il classico sano “buco allo stomaco”, dal desiderio indotto di cibo, quello non generato da reali necessità metaboliche. Ci possono aiutare in questo senso l’alimentazione con cibo sano e naturale, la consapevolezza, il rilassamento mentale, le passeggiate, le tecniche di mindfulness, come la meditazione e lo yoga, e anche la rinnovata percezione delle sensazioni che il nostro organismo ci trasmette per mettere in atto questa distinzione.

2. Cosa

Gli alimenti veri, non trattati dall’industria multinazionale, in prevalenza vegetali devono costituire la base della nostra alimentazione, riducendo in modo drastico gli alimenti processati (merendine, snacks, patatine, caramelle, biscotti, dolciumi, crackers e pasti pronti), costantemente pubblicizzati, che inducono dipendenza, la carne rossa, i cibi grassi, lo zucchero, l’eccesso di alcol e il sale. Nessuna particolare limitazione al consumo di verdura, limitando però la quantità dei condimenti grassi. Privilegiare cereali integrali, legumi, ortaggi, frutta fresca e secca in guscio e pesce di piccola taglia.

3. Quanto

Di meno, rispetto a quanto siamo abituati. Siamo geneticamente programmati per tollerare bene il digiuno (l’uomo primitivo, con cui condividiamo tuttora il patrimonio genetico, non aveva a disposizione il frigorifero), ma trasformiamo rapidamente il cibo, assunto in eccesso, in grasso. Quindi il nostro organismo accumula facilmente, ma resiste al dimagrimento limitando i consumi energetici se mangiamo poco (indietro nel tempo rappresentava un vantaggio, per tollerare meglio il digiuno). Una buona norma generale è alzarsi da tavola quando si ha ancora un po’ di fame. Non si può prescindere da un po’ d’impegno e determinazione. Può confortare un po’ sapere che la sensazione di fame si associa ad uno stato di “attesa” dell’organismo che attiva i meccanismi di disintossicazione e di rinnovamento cellulare. Qualche boccone in più, per ogni pasto e per 365 giorni all’anno, porterà inevitabilmente a diversi chili in più sulla bilancia. Una buona regola è mettere nel piatto, e in tavola, solo la quantità stabilita di cibo. Naturalmente ogni tanto è accettabile, e salutare, qualche strappo alla regola per una cena con gli amici o per un’occasione particolare.

4. Come

Il pasto deve essere un rito piacevole e gratificante da espletare con calma, non davanti alla TV o al PC, allontanando anche il cellulare. Un senso di apprezzamento e riconoscenza, per quanto abbiamo a disposizione, è l’approccio giusto per mettersi a tavola. La quantità ridotta di cibo ci soddisferà di più se preparata, cucinata e presentata bene, abbondando con le verdure per disporre di un volume saziante adeguato. Iniziare con della verdura cruda o cotta riempie un po’ lo stomaco, riducendo il senso della fame attraverso tutta una serie di ormoni a partenza dalla bocca, dallo stomaco e dall’intestino. Per questo mangiare con calma e masticare bene, a lungo, ogni singolo boccone, invece di trangugiare, aumenterà il senso di sazietà. Condividere il pranzo in compagnia, se possibile, è sempre piacevole.

5. Quando

Quando abbiamo fame e non solo perché è l’ora giusta o qualcuno ci dice di mangiare. Saltare la colazione, o il pranzo, non è una buona abitudine perché il mattino e la prima parte della giornata sono le ore giuste per alimentarsi, essere efficienti e mantenersi attivi. Concentrare l’apporto nutrizionale della giornata all’ora di cena è sfortunatamente molto frequente per ragioni lavorative, ma non rispetta la funzione del nostro organismo. Il cibo assunto nelle ore serali sarà trasformato in grasso molto facilmente, data la normale riduzione del metabolismo a partire dal tardo pomeriggio. In accordo con la saggezza popolare è preferibile: “una colazione da re, un pranzo da principe e una cena da povero”. È dimostrato, con studi di crononutrizione, che a parità di calorie giornaliere ingerite è più facile dimagrire mangiando preferibilmente nella prima parte della giornata. Per perdere peso è quindi particolarmente utile ridurre progressivamente, nei giorni, l’entità della cena, almeno due o tre volte a settimana, per arrivare a un piatto di verdura con un po’ d’olio e, infine, per chi si è già abituato, a una tisana soltanto (digiuno intermittente).

Si dimagrisce in modo sano e duraturo, in definitiva, con la testa oltre che con la bocca. Senza aspettative estetiche irrealistiche, soprattutto se non siamo più giovanissimi. Il traguardo è la sensazione ritrovata di benessere mentale e la scioltezza del movimento e del pensiero, più che tanti chili in meno e un aspetto da ballerini. Ognuno deve realizzare, confrontandosi con il medico, in base alle proprie convinzioni, esperienze, preferenze e abitudini, la propria specifica dieta, o meglio il proprio progetto alimentare, associato necessariamente a giornate meno sedentarie. Solo in questo modo, con l’impegno e un’ampia revisione di noi stessi e del nostro stile di vita, riusciremo a liberarci dei nostri eccessi e delle nostre scorie, in un percorso di rinascita fisica, mentale e spirituale.

Armando Sarti, Medico

Coronavirus, evidenza scientifica e fake news

Coronavirus, evidenza scientifica e fake news

di Armando Sarti

In questi giorni siamo tutti bombardati, soprattutto tramite il web, da una mole consistente di notizie vere o presunte e aggiornamenti sui vari temi legati all’infezione del nuovo coronavirus, Covid-19. Fra le notizie ricorrenti si raccomanda l’assunzione di vitamina C ad alte dosi, l’aglio, l’acqua all’ozono, liquidi caldi, bere aceto… e così via, per rimanere immuni dall’infezione del virus.

Lasciamo da parte l’ipotesi “complottistica”, sostenuta indirettamente dalla diffusione del servizio del TGR del 2015, riguardo al rischio della diffusione di virus simili a quello che ha provocato la SARS, modificati dai ricercatori in Cina. Gli scienziati che conoscono a fondo queste metodiche di ricerca hanno chiarito che è molto facile, tramite l’esame delle sequenze del patrimonio genetico virale, distinguere un virus selvaggio, cioè evoluto spontaneamente nell’ambiente, da un virus ottenuto in laboratorio. Per quanto riguarda il Covid-19 gli studiosi concordano nel sostenere che questo virus ha un’origine naturale.

Molte delle raccomandazioni che si trovano in rete sono del tutto infondate e possono provocare comportamenti inopportuni, se non pericolosi.

La vitamina C è indispensabile per l’organismo umano, che non è capace di sintetizzarla e deve quindi assumerla con gli alimenti, anche per una valida risposta alle infezioni, ma c’è molta differenza nel mangiare frutta e verdura fresche, ricche della vitamina, rispetto all’assunzione di dosi eccessive da prendere come farmaco o integratore, per le quali non esiste alcuna prova di efficacia né preventiva né di cura per il nuovo coronavirus.

L’aglio ha tutta una serie di effetti favorevoli ben dimostrati per l’organismo, particolarmente per la circolazione del sangue e la regolazione della pressione arteriosa. In effetti presenta anche un’azione protettiva nei confronti di vari virus, ma non esiste al momento alcuna ricerca controllata che stabilisca l’efficacia per quanto riguarda il Covid-19. Certamente l’aglio in cucina migliora il gusto di tantissimi piatti e l’effetto indesiderato sull’alito, mangiandolo tutti insieme in famiglia, è meno probabile che disturbi gli altri, in questi tempi di segregazione casalinga.

Non risulta che le bevande calde abbiano azioni specifiche sul virus, ma un tè o una tisana risulta molto gradevole e confortante, sia per chi sta bene che per chi è affetto da raffreddore, mal di gola e tosse. Anche Il brodo caldo, sia vegetale che di pollo, è molto gradito nella stagione fredda e può avere un’azione antinfiammatoria secondo alcune ricerche.

È bene diffidare delle tante notizie fasulle che circolano ampiamente, attenersi alle fonti affidabili e controllate e consultare nel dubbio il proprio medico, per un’informazione corretta.

Quello che è sicuramente dimostrato è che uno stato nutrizionale favorevole e un’alimentazione equilibrata risultano importanti per fronteggiare le infezioni.
È noto che quasi la metà dei pazienti ricoverati negli ospedali presenta malnutrizione, per un apporto in difetto, o in eccesso, di nutrienti. Più spesso i pazienti sovrappeso sono malnutriti, a causa di un’alimentazione monotona, ricca di zucchero, sale e grassi industriali di cattiva qualità e povera di vegetali freschi e proteine ad alto valore biologico (pesce, cereali e legumi, frutta secca, uova), provocata dal consumo prevalente di prodotti trattati e conservati dell’industria multinazionale di alimenti.

L’obesità coesiste spesso con la malnutrizione e provoca uno stato di infiammazione cronica di tutto l’organismo che non può che peggiorare gli effetti infiammatori degli agenti infettivi, virus compresi. In effetti, il danno polmonare causato dal coronavirus attuale non dipende solo dall’aggressione virale, ma anche dalla violenta reazione immunitaria infiammatoria dell’organismo che finisce per danneggiare i vari organi.
Varie ricerche evidenziano l’importanza dell’apporto alimentare di vitamine, particolarmente la vitamina A, la vitamina C, la vitamina D, la vitamina E e tutte le vitamine del gruppo B, nella resistenza alle infezioni. Chi non ne assume in quantità sufficiente è più esposto all’aggressione dei microrganismi e presenta una risposta immunitaria meno efficace. Queste vitamine proteggono i tessuti dai danni causati dalle infezioni. Sull’importanza della vitamina D ho già scritto in questo blog. Un ruolo particolare sembra abbia la vitamina B3 (nota anche come vitamina PP), ben rappresentata nel pesce azzurro, nelle carni bianche, nelle arachidi e nei cerali integrali, per un effetto antinfiammatorio specifico nel polmone malato.
Fra gli altri fattori alimentari utili nella resistenza alle infezioni figurano lo zinco, il selenio e gli acidi grassi Omega3.
Lo zinco è presente soprattutto nelle vongole e cozze, nei semi oleosi, nei legumi, in vari vegetali, nelle carni e nel cacao. Il selenio si trova nei prodotti di origine animale, come il pesce, la carne e le uova, ma anche nei legumi, cereali integrali e nei funghi.

Il consumo di pesce azzurro risulta importante anche per l’apporto di acidi grassi Omega3, sostanze che l’organismo umano non è capace di sintetizzare dai precursori, soprattutto con l’età che avanza. Il pesce azzurro apporta quantità consistenti di Omega3 ed è pertanto consigliato un paio di volte alla settimana.
Un apporto di verdure, non meno di cinque porzioni al giorno, è consigliato da tutte le linee guida di nutrizione, anche per non far mancare le fibre alimentari, indispensabili per l’equilibrio della flora batterica intestinale, il microbiota. Sia le fibre insolubili dei cereali integrali e delle verdure, che quelle solubili, presenti soprattutto nella frutta, nell’avena e nei legumi, sono indispensabili per favorire la proliferazione intestinale dei germi protettivi, a scapito dei germi pericolosi per la salute.

I probiotici, tanto reclamizzati, possono rivelarsi utili se ben preparati, ma esercitano effetti transitori se non si provvede a fornire al microbiota protettivo, con l’alimentazione vegetale, le fibre nutritive necessarie per proliferare.

In definitiva un’alimentazione equilibrata e varia, ricca di frutta, verdure e ortaggi freschi, cereali integrali, legumi e pesce assicura l’assunzione di tutti i nutrienti necessari per stare in salute e aiuta certamente anche per far fronte ai rischi infettivi.

La pozione magica non esiste neanche per i coronavirus, ma molto si può ottenere in termini di resistenza all’infezione, o di rapida risoluzione senza aggravamenti, con uno stile di vita sano, che comprenda, oltre a un’adeguata alimentazione, anche l’esercizio fisico e una riduzione dello stress.

Per approfondire:

Armando Sarti, Medico

sale della vita sale nella zucca

Il sale della vita e il sale nella zucca

Il sale della vita e il sale nella zucca

di Armando Sarti

Il sale è deleterio per la pressione e per il cuore. Contrordine!

Non fa poi così male e anche troppo poco non va bene. Dipende, da cosa? Da tanti fattori.

Ma allora, in definitiva, quanto sale dovremmo assumere al giorno?

Come per molti altri aspetti riguardo all’alimentazione, l’informazione disponibile sui media sul corretto uso del sale da cucina nella nutrizione umana, il cloruro di sodio, confonde molto le idee. Si dice tutto e il contrario di tutto ed è davvero difficile farsi un’idea delle reali evidenze scientifiche quando si ascoltano gli esperti, veri o improvvisati, nel web, alla radio o in TV e si leggono varie teorie e interpretazioni discordanti nei quotidiani e nelle rubriche dei settimanali.
Il cloruro di sodio è indispensabile per la vita; su questo non c’è dubbio. Il problema è come dosarlo per l’equilibrio fisiologico dell’organismo e per mantenere un buono stato di salute. Orientarsi in base alle informazioni disponibili non è facile, neanche per gli addetti ai lavori.
Prima si considerava semplicemente che, assumendo più sale, aumentava la sete e l’acqua così ingerita diluiva il sangue, aumentandone il volume per mantenere la giusta concentrazione salina. Oggi sappiamo che è molto più complesso di così.
Ricerche recenti, pubblicate sul Journal of Clinical Investigation rivelano che in realtà con più sale non è detto che si beva di più e che l’acqua necessaria per il mantenimento della concentrazione nel sangue è endogena, cioè prodotta dall’organismo, principalmente dal gasso e dai muscoli, in risposta a variazioni ormonali e attivazione del sistema simpatico.

No solo; molto sale non ci farebbe necessariamente diventare più assetati, ma più affamati!

Questi meccanismi spiegano vari altri effetti collaterali, oltre a quelli cardio-vascolari, dell’eccesso di assunzione di sodio, come l’indebolimento delle ossa, la calcolosi renale e il rischio di diabete.
Ripetute misurazioni dell’assunzione giornaliera di sale nella popolazione europea, americana e asiatica rivelano che il cloruro di sodio è in evidente eccesso per la quasi totalità delle persone (10 grammi al giorno e oltre).
Certamente quando i nostri geni si sono definiti, nel corso dell’evoluzione, il sale era ben poco disponibile per la maggior parte degli esseri umani primitivi. Gli alimenti vegetali ed animali, comunque, contengono già quantità sufficienti per le esigenze dell’organismo umano.

La letteratura scientifica indica da tempo con tutta una serie di studi epidemiologici e clinici, ripetuti nel tempo e in contesti diversi, che un eccesso di sale nella dieta si riflette in un incremento dei valori della pressione arteriosa, sia massima che minima, e in un aumento del rischio cardiovascolare e della mortalità da infarto, ictus scompenso cardiaco. È molto improbabile che tanti studi controllati e le successive meta-analisi, (cioè studi che mettono insieme una grande mole di dati di decine di ricerche diverse, elaborandoli con sofisticate tecniche statistiche su uno stesso quesito scientifico), producano informazioni senza significato.

Si sa però che la risposta individuale al carico di sodio varia molto da soggetto a soggetto, tanto che oggi si parla di salt-responders e non-responders. In altri termini l’eccesso dell’assunzione quotidiana di sale aumenta la pressione arteriosa e i rischi conseguenti in una parte, ma non in tutta la popolazione. Definire chi è responder, e chi non lo è, non è attuabile a priori. Si potrebbe stabilire solo nell’ambito di studi clinici controllati, variando l’assunzione di sale e seguendone gli effetti. Comunque fra i fattori noti che aumentano la probabilità di essere responder, e quindi di subire l’aumento dei valori pressori e gli effetti indesiderati dell’eccessivo uso di sale, figurano l’età avanzata, avere già la pressione alta (in trattamento e non), soffrire di malattie renali, essere afro-americani, essere nati di basso peso e, per le donne, aver sofferto di pre-eclampsia durante la gravidanza.

È facile pensare che gli afro-americani abbiano meccanismi genetici particolarmente efficaci per la conservazione del sodio nell’organismo, dato che la vita in Africa è caratterizzata dal clima caldo che comporta un aumento della sudorazione e una consistente perdita di sali e liquidi.
Questa categoria di persone, i responders, farebbe senz’altro bene a limitare l’assunzione di sale o quantomeno a controllare gli effetti sulla pressione arteriosa dell’eccessivo consumo (ripetute misurazioni o Holter pressorio di 24 ore da ripetere dopo la dieta ricca o povera di sale).

Non bisogna dimenticare, però che anche troppo poco sale risulta dannoso per la salute. Al di sotto dei 2.5 grammi al giorno si osserva un aumento della pressione arteriosa e del rischio cardio-vascolare, oltre ad alterazioni idro-saline e del sistema nervoso autonomo.
Gli effetti nocivi dell’eccesso di sale non si limitano comunque alla pressione arteriosa e alle malattie del cuore. Sono disponibili dati controllati che correlano l’aumento dell’assunzione di cloruro di sodio al rischio di obesità, ad alcuni tipi di tumore (stomaco e rene), alla calcolosi urinaria e al peggioramento della funzione renale, cerebrale e vascolare.

Uno studio pubblicato in questi giorni evidenzia anche una ridotta risposta immunitaria contro le infezioni delle vie urinarie con una dieta ad alto contenuto di sodio. L’azione indesiderata del sale sembra essere a carico di specifiche cellule della risposta immunitaria e ad un’alterazione dell’equilibrio ormonale.
Per la grande maggioranza degli esperti qualificati non sussistono molti dubbi sul fatto che una riduzione del sale con gli alimenti possa essere in grado di apportare consistenti benefici per la maggior parte della popolazione. Anche pochi millimetri di mercurio di riduzione dei valori della pressione arteriosa, che sembrano trascurabili, hanno evidenti ripercussioni per la riduzione delle complicanze vascolari (emorragie cerebrali, ischemie cerebrali, infarti).
La salute in generale della popolazione, oltre che l’incidenza delle malattie cardio-vascolari (prima causa di morte insieme ai tumori nell’Occidente) con conseguente disabilità fisica e mentale ne risentirebbe in modo significativo.

La riduzione del sale assunto con la dieta, secondo uno studio recente pubblicato sulla prestigiosa rivista PLoS One, potrebbe produrre inoltre un risparmio molto consistente per l’economia dei paesi occidentali, dell’ordine dei miliardi di Euro ogni anno, in base ai ridotti costi dell’assistenza sanitaria, riabilitativa e sociale per i problemi di salute che il sale in eccesso comporta.

La quantità di sale non è comunque l’unico fattore in gioco per il rischio d’ipertensione. Risulta evidente dalla ricerca che oltre al sodio entrano in gioco anche gli altri minerali assunti con il cibo e le bevande. In particolare la qualità delle proteine e dei grassi ingeriti e la quantità di potassio, calcio e magnesio. Più potassio è assunto con gli alimenti e migliore è l’equilibrio della circolazione, con pressione arteriosa mantenuta nella norma, e ridotti effetti indesiderati dell’eccesso di sodio. Anche per il calcio e il magnesio si osservano effetti positivi per la circolazione del sangue.
Anche in questa prospettiva, un’alimentazione prevalentemente vegetale, ricca di verdura, ortaggi, frutta fresca e secca in seme (noci, mandorle, nocciole, pinoli, pistacchi) cereali integrali e legumi, tutte fonti essenziali di potassio, magnesio e calcio, rappresenta un fattore fondamentale per il miglioramento della circolazione del sangue ai vari organi e della salute in generale.

È interessante notare infatti che, con un approccio di tipo macrobiotico all’alimentazione, che non prevede drastiche riduzioni di sale, ma riduce allo stesso tempo il rischio cardio-vascolare, non si osserva un incremento dei valori della pressione arteriosa, ma una diminuzione o il mantenimento dei valori normali, probabilmente perché la netta prevalenza di cereali, verdure e legumi apporta significative quantità di potassio, magnesio e calcio.

In termini più “macrobiotici” si può dire d’altro canto che il sale permette di equilibrare il bilanciamento yin-yang dei vari alimenti.

Il cosiddetto junk food (merendine, snacks, salatini, patatine, carni processate, etc.) e il cibo industriale delle multinazionali già preparato, impacchettato o in scatola, estremamente carico di sale (oltre che di zucchero e grassi nocivi) rappresenta la fonte principale dell’eccessiva assunzione di cloruro di sodio con la dieta occidentale. Questo apporto di sale con il cibo industriale risulta più significativo di quello aggiunto con la cottura o il condimento degli alimenti non trattati.

Anche i salumi e varie salse e barattoli di cibo conservato sovraccaricano l’organismo di cloruro di sodio.

La maggior parte delle attuali raccomandazioni scientifiche, redatte in base a revisioni di studi attendibili effettuata dalla Cochrane, consiglia per i soggetti in salute di ridurre l’assunzione di sale, dagli attuali 10-12 grammi in media della popolazione occidentale ai 5 grammi al giorno. Cioè, in pratica, mantenere un’alimentazione non eccessiva, prevalentemente vegetale, togliendo la saliera dalla tavola e utilizzando per la cottura e il condimento una quantità minima di sale. In termini generali si tratta, per l’alimentazione quotidiana, di utilizzare prodotti freschi e preparati personalmente, se possibile.
L’apporto è da ridurre ancora, a circa 3 grammi, se la pressione arteriosa è già alterata e il rischio cardio-vascolare aumentato. In questo caso anche sostituti del sale, meno ricchi di sodio, possono rivelarsi utili.

D’altra parte bisogna considerare che senza sale il cibo non è in genere molto apprezzato, anche se è dimostrato che una progressiva riduzione nel tempo del sale in cucina permette di abituare il gusto senza avvertirne poi troppo la mancanza.
Per ottenere questa riduzione possono essere messe in atto varie altre strategie, oltre a una drastica riduzione del cibo trattato dall’industria e l’ovvia limitazione del sale utilizzato per la preparazione degli alimenti.

Basta avere un po’ di sale nella zucca.

Ad esempio è possibile migliorare il sapore del cibo fresco con spezie e piante aromatiche, limitando così il sale e i condimenti molto salati. Il limone, l’aceto di mele, i semi oleosi, l’aglio e il prezzemolo, ad esempio, si rivelano molto utili come condimenti. Gli alimenti conservati sotto sale, come i capperi, le olive e le acciughe, dovrebbero essere sciacquati prima del consumo. È anche opportuno leggere sempre il contenuto di sale nelle etichette del cibo preparato prima di acquistarlo.
Da considerare anche che l’esercizio fisico può risultare sinergico con la corretta alimentazione, per la sudorazione indotta dall’attività muscolare e quindi la dispersione di sale all’esterno dell’organismo. Solo in caso di sudorazione molto consistente, d’altra parte, (esercizio fisico intenso e prolungato al caldo, sauna e bagno turco) è indicato il ripristino dell’equilibrio idro-salino con acqua e bevande leggermente salate, che contengano però anche gli altri elettroliti essenziali, come il potassio, il calcio e il magnesio. L’ideale in questi casi sarebbe il brodo vegetale con aggiunta di un pizzico di sale o tisane vegetali e non le bevande specifiche reclamizzate per gli sportivi dall’industria.

Naturalmente una campagna informativa ben fatta in questo senso è improbabile che sia sostenuta dalle grandi multinazionali della produzione industriale del cibo e dovrebbe essere promossa dalle istituzioni nazionali e internazionali, supportate dalle comunità scientifiche e dagli enti senza fine di lucro, in favore delle scuole e della popolazione in generale. Gli effetti positivi per la salute sarebbero davvero consistenti. Sarebbero senza dubbio soldi spesi bene.

Per approfondire:

  • Farquhar W et al. Dietary Sodium and Health. Review. Journal of the American College of Cardiology 2015; 65:1042-50.
  • Data from the Conference “Experimental Biology 2017”, Chicago, USA, 22-26 April, 2017
  • Meier T et al. Healthcare Costs Associated with an Adequate Intake of Sugars, Salt and Saturated Fat in Germany: A Health Econometrical Analysis. PLoS One 2015, Sep 9; 10 (9): e0135990
  • Aburto NJ et al. Effect of lower sodium intake on health: systematic review and meta-analyses. BMJ 2013; 346: f1326
  • Kolata G. Why Everything we know about salt may be wrong. The New York Times. May 8, 2017.
  • Rakova N, et al. Increased salt consumption induces body water conservation and decreses fluid intake. J Clin Invest 2017; 127 (5): 1932-43
  • Jobin K et al. A high salt diet compromises antibacterial neutrophil responses through hormonal perturbation. Science Translational Medicine 2020; 12, 536, eaay3850
  • Fujita T. Mechanism of salt-sensitive hypertension: focus on adrenal and sympathetic nervous system. J Am Soc Nephrol 2014: 25 (6):1148-55
  • He FJ et al. School based education programme to reduce salt intake in children and their families (School-EduSalt): cluster randomised controlled trial. BMJ 2015; 18; 350: h770

Armando Sarti, Medico

lavato mani Ignaz Semmelweis

Hai lavato le mani? La storia di Ignaz Semmelweis

Hai lavato le mani?

La storia di Ignaz Semmelweis

di Armando Sarti

Lavarsi le mani, insieme ad evitare ogni contatto con gli altri, è la prima raccomandazione, valida per tutti, per limitare la circolazione e il contagio del virus COVID-19.  È una pratica indubbiamente indispensabile se si tiene conto di quante cose si toccano con le mani e di quanto spesso le nostre mani sono portate alla faccia, alla bocca e agli occhi. Quindi laviamo le mani spesso e sempre quando si va a tavola e quando si rientra a casa dopo la spesa. In quest’ultimo caso di nuovo dopo aver sistemato la spesa in frigorifero e nella dispensa.

Il lavaggio delle mani a scopo rituale o religioso è riportato in vari testi antichi, particolarmente della cultura islamica ed ebraica. La necessità, però di lavare le mani a scopo igienico è abbastanza recente; è sufficiente andare indietro di poco più di un secolo.

Ignaz Semmelweis

Prima della seconda parte del XIX secolo questa pratica non esisteva proprio, nemmeno in preparazione di un intervento chirurgico e, comprensibilmente, le infezioni susseguenti a pratiche chirurgiche o a ferite accidentali erano molto frequenti. Molto alta risultava anche l’incidenza della “febbre puerperale”, cioè dell’infezione delle donne subito dopo il parto, se avveniva in ambiente ospedaliero. All’epoca molto spesso i medici passavano dalla sala di dissezione anatomica dei cadaveri, o dal contatto con pazienti infetti, alla sala parto, senza alcuna precauzione.

Nel 1847 un giovane medico ungherese, Ignaz Semmelweis, osservò che anche i medici si infettavano facilmente se si ferivano accidentalmente nel corso di dissezioni di cadaveri o interventi chirurgici effettuati su pazienti già infetti.

Nel corso del suo tirocinio presso la prestigiosa clinica ostetrica di Vienna il giovane medico, ancora in formazione, intuì che proprio le mani dei medici potevano essere il veicolo del “principio infettante”, il miasma come si diceva allora (all’epoca i batteri non erano stati ancora scoperti), nei confronti delle partorienti. Per dimostrare che la sua supposizione potesse essere fondata il Dr. Semmelweiss convinse un gruppo di medici al lavaggio delle mani in una soluzione di acqua clorata prima di accedere alla sala parto. Il risultato fu sorprendente: si osservò una forte riduzione delle infezioni, dal 18% all’1%.

Nonostante la clamorosa evidenza della sperimentazione, la reazione dei medici più qualificati dell’ospedale di Vienna non fu affatto favorevole. Non si poteva accettare che proprio i medici, persone pulite, istruite e rispettabili, che salvano la vita dei pazienti, potessero essere responsabili con le loro mani della morte di tante donne.

La sua idea fu osteggiata fino al punto che Il giovane medico, amareggiato, perse il posto all’ospedale e cadde in una grave forma di depressione. La sua salute andò deteriorandosi sempre più e il geniale scopritore dell’importanza della pulizia delle mani in medicina morì a 47 anni in un’istituzione psichiatrica.

Poco prima della sua morte Louis Pasteur dimostrò l’esistenza dei germi patogeni e presto il lavaggio delle mani diventò una pratica essenziale della pratica chirurgica. All’inizio del XX secolo lavarsi le mani si diffuse come pratica igienica anche al difuori dell’attività medica.

Al giorno d’oggi la pratica è mandatoria negli ospedali e negli ambulatori ed è consigliata sempre, per tutti, per la prevenzione della trasmissione delle infezioni tramite le mani; l’efficacia non è in discussione (1).

Il modo migliore per onorare il Dr Semmelweis, e la sua geniale intuizione e dimostrazione scientifica, è mettere in atto questa pratica regolarmente, seguendo alla lettera le indicazioni costantemente ricordate dalle autorità sanitarie e dalla Protezione Civile. Da questo dipende la possibilità di limitare la diffusione del virus e di salvare la vita di tante persone, particolarmente di quelle più fragili.

Non dobbiamo invece “lavarci le mani”, come fece Pilato, riguardo alla nostra responsabilità individuale per ogni altra utile raccomandazione di prevenzione e accettare senza esitazione le restrizioni necessarie al fine di superare quanto prima è possibile, tutti insieme, la condizione di sofferenza che stiamo vivendo. Troppe persone escono tuttora di casa non per indubbia necessità, ma per noncuranza.

Riferimenti bibliografici:

  1. P. Saunders-Hastings et al. Review. Epidemics 20; (2017) pp 1–20

Armando Sarti, Medico

amici cucinare

Amici, torniamo a cucinare!

Amici, torniamo a cucinare!

di Armando Sarti

La maggior parte di noi dedica poco o pochissimo tempo alla preparazione casalinga dei propri pasti. Il tempo dedicato alla cucina, per tanti, consiste nei pochi minuti necessari per riscaldare nel micro onde un primo o un secondo preso di corsa alla rosticceria, o già preparato e confezionato in vaschetta. Oppure per sciacquare l’insalata o le carote in busta del supermercato e saltare in padella con un po’ d’olio e sale una fettina di carne o un petto di pollo. Con una birra la cena così è già pronta. Magari da completare con un dolcetto imbustato. Il pranzo poi non è ormai quasi più consumato a casa per una parte consistente della popolazione.

Tanti non sanno più o semplicemente non hanno voglia di cucinare. Se si chiede perché il più delle volte la risposta è: “manca il tempo”, ma spesso il poco tempo rimasto a disposizione lo passiamo davanti al PC, con il telefonino o alla televisione. Oppure la risposta è: “non so cucinare”. Un’ottima occasione per documentarsi, chiedere consigli o, meglio ancora, per seguire un corso di cucina alla Fondazione senza fini di lucro Est-Ovest.

In effetti cucinare è bellissimo. In queste settimane tormentate dal virus molti di noi non hanno più neanche l’alibi pronto della mancanza di tempo. I ristoranti e le pizzerie sono chiusi e comunque non bisogna uscire. E allora tiriamo fuori qualcosa di buono da questa segregazione casalinga. Una sana e piacevole alimentazione migliora l’umore e aiuta, peraltro, le nostre difese immunitarie.

Bisogna fare la spesa, certo, e in questi giorni questo sì che può rappresentare una perdita di tempo in lunghe code nei pressi di supermercati, ma è possibile anche riscoprire i vantaggi della spesa al di fuori della grande distribuzione, dall’ortolano o nella pescheria.

Spesso è possibile improvvisare anche con quello che abbiamo dimenticato in un angolo del frigorifero.

Cucinare è bello perché ci riporta in contatto diretto con il cibo vero, che non è solo il necessario nutrimento. La preparazione di un piatto è un atto d’amore per la vita, suscita emozioni e ricordi e assume significati profondi. C’è chi ha detto che si cucina pensando sempre a qualcuno, anche a noi stessi, altrimenti si fa solo da mangiare.

L’atto del mangiare ci accompagna per tutta la vita, ha implicazioni che spaziano dalla salute, all’economia, alla giustizia sociale e alla sostenibilità dell’ambiente in cui viviamo.

Mangiare insieme poi rappresenta un atto d’amicizia, un collante sociale oltre che un elemento fondamentale della convivialità e dell’amicizia. Quando si vuole esprimere l’amicizia si invitano gli amici a casa nostra, non al ristorante, e si cucina per loro.

La necessità della raccolta, della preparazione, della conservazione e della cottura del cibo ha da sempre aguzzato l’ingegno ed è stato alla base dell’evoluzione dell’umanità. L’alimentazione come necessità primaria e allo stesso tempo propulsore del nascere della cultura, intesa come l’insieme di conoscenze, scoperte, abilità, invenzioni, riti, arte e pensiero speculativo. Ogni grande civiltà antica è fiorita attorno alla coltivazione e al consumo prevalente di un cereale. L’orzo e il grano per i popoli della Valle tra i due fiumi e le popolazioni del Mediterraneo, il riso in Oriente, il miglio e il sorgo in Africa e il mais per le popolazioni americane pre-colombiane.

Io sono convinto che tante fra le più importanti idee e decisioni che hanno influito in modo determinante nella storia dell’umanità siano nate proprio attorno al fuoco o seduti in una tavola imbandita, con dei buoni piatti da degustare nel corso della conversazione.

Il cibo non deve mai essere sprecato. Quello che rimane si riutilizza sempre. Grande rispetto per il cibo, cibo vero intendo, proveniente dalla terra. Prima di mettersi ai fornelli tutto inizia con il contatto del cibo, che va guardato, toccato e annusato, dando poi il via a una sequenza già nota, sperimentata nel tempo o anche all’improvvisazione per la preparazione della ricetta o dell’idea che abbiamo in mente, liberando l’estro e la fantasia. Divertendosi.

Come per tutte le arti per cucinare bene bisogna impegnarsi, ma cosa c’è di più piacevole del pulire, preparare, affettare, sminuzzare, condire, rimestare e osservare il contenuto del tegame, della padella o della pentola che acquista sapore nel sobbollire e che sprigiona odori intensi, sensazioni ancestrali, il ricordo di un proprio caro che non c’è più, o l’attesa impaziente del poter offrire a chi si vuole bene il risultato della nostra azione.

A me piace molto cucinare ascoltando buona musica. La musica potenzia il sentimento del contesto. Preparare un piatto gustoso ascoltando Rossini, ad esempio, è molto rilassante e piacevole. Si sa che l’attesa di un piacere è spesso tanto importante quanto il piacere stesso.

Il risultato? Sarà comunque un successo se si utilizzano ingredienti freschi di stagione e soprattutto se ci abbiamo messo dentro un po’ di passione.  La degustazione del piatto cucinato, magari con una fetta di pane fatto a casa e un buon bicchiere di vino, costituirà l’appagamento di quel desiderio per il cibo così strettamente connesso all’esistenza e all’equilibrio biologico e vitale di ognuno di noi.

In ogni caso, anche se il risultato non rimarrà negli annali della eccellenza culinaria, sarà l’occasione per riderci su e per migliorare imparando dai propri errori, come per tutte le altre attività della nostra vita.  Buon appetito a tutti.

Armando Sarti, Medico

Vitamina D, sistema immunitario e infezioni respiratorie

Vitamina D, Sistema immunitario e Infezioni respiratorie

di Armando Sarti

In questi giorni di permanenza a casa ho ripescato alcuni articoli scientifici del mio database sulla suscettibilità alle infezioni. Perché una persona si infetti e un’altra con caratteristiche simili no, è tuttora lungi dall’essere del tutto chiarito. Come non si conoscono neanche tutti i fattori che sono in gioco in un’evoluzione favorevole, addirittura inavvertita, rispetto allo sviluppo pieno della malattia, da parte di chi si infetta.

Comunque è noto che l’alimentazione, oltre alla qualità dell’aria, gioca un ruolo importante nella reazione dell’organismo all’aggressione batterica e virale, particolarmente per le malattie respiratorie.

Un aspetto rilevante riguarda l’adeguatezza dell’apporto della vitamina D. È sempre più chiaro, in base alle ricerche recenti, che gli effetti di questa vitamina vanno ben oltre quelle ben note, ai tempi dei miei studi universitari, sulla deposizione e fissaggio del calcio e fosforo per la salute delle ossa. Tante cellule diverse, comprese quelle immunitarie, rispondono ai livelli di vitamina D nell’organismo. La vitamina, nella sua forma attiva nell’organismo, D3, è ormai considerata un vero e proprio ormone, che ha azioni estese e diversificate, sulle funzioni cardiovascolari, sul diabete e l’equilibrio metabolici, sull’insorgenza dei tumori e sulla suscettibilità alle infezioni.

Questa vitamina è assunta con gli alimenti, in larga prevalenza quelli di origine animale, mentre quelli vegetali forniscono in piccola quantità la vitamina in forma di precursore, che necessita alcuni passaggi metabolici e l’esposizione alla luce solare per diventare attiva. Le maggiori fonti alimentari sono costituite dal pesce grasso (è una vitamina liposolubile, che si scioglie cioè nei grassi), azzurro, come le acciughe, le sardine e gli sgombri, dal salmone e soprattutto dal fegato di merluzzo. Anche le uova, la carne e i latticini forniscono vitamina D. Fra i vegetali i funghi apportano una quantità non trascurabile della vitamina. Ci sono poi alcuni alimenti arricchiti artificialmente.

È ben dimostrato da una recente metanalisi (tipologia di ricerca che mette insieme e valuta criticamente i risultati di tanti studi per definire accuratamente l’evidenza scientifica) che la supplementazione per bocca di vitamina D3 abbia un ruolo protettivo sulle infezioni dell’albero respiratorio.

Chi espone poco o mai la propria pelle al sole e chi segue diete restrittive, particolarmente i vegani, ha un rischio molto aumentato di avere livelli molto bassi nel sangue. Particolarmente a rischio di carenza della vitamina sono inoltre gli anziani, gli obesi, le persone con la pelle scura, quelle affette da malattie gastrointestinali che limitano l’assorbimento dei nutrienti e da malattie polmonari croniche preesistenti, come l’asma, la fibrosi cistica e la malattia cronica polmonare ostruttiva (bronchite cronica e/o enfisema).

La supplementazione con vitamina D3 è attualmente consigliata in modo preventivo per i lattanti, soprattutto se nutriti solo al seno, per i bambini, gli adolescenti e per le donne in menopausa. Secondo alcuni esperti la carenza della vitamina è presente comunque nella popolazione in generale, particolarmente nei mesi autunnali e invernali. Il dosaggio del livello della vitamina nel sangue può comunque dirimere i dubbi sulla necessità o meno della supplementazione. Chi risulta carente deve senz’altro procedere all’integrazione della vitamina, preferendo le dosi ridotte, quotidiane, rispetto alle somminstrazioni ad alto dosaggio, periodiche. È sempre consigliabile consultare il proprio medico curante e attenersi alle raccomandazioni, evitando auto-somministrazioni, eccessive o inopportune, consigliate da un conoscente “informato”.

Riferimenti bibliografici essenziali

  • Martineau AR et al. BMJ 2017;356:i6583. http://dx.doi.org/10.1136/bmj.i6583
  • Amrein K et al. 2020. Vitamin D deficiency 2.0: an update on the current status worldwide. Eur J Clin Nutr doi:10.1038/s41430_020_0588_y.
  • Azrielant S and Shoenfeld Y. 2017. Vitamin D and the immune system. Isr Med Assoc J 19:510-511.
  • Aranow C. 2011. Vitamin D and immune system. J Investig Med 59:881-886.
  • Tsujino I et a. 2019. Pulmonary activation of vitamin D3 and preventive effects against interstitial pneumonia. J Clin Biochem Nutr 65:245-251.
  • Gilbert CR et al. 2009. Vitamin D deficiency and Chronic lung disease. Can Respir J 16:75-80.
  • Kim H et al. 2020. 1,25-dihydroxy Vitamin D3 and interleukin-6 blockade synergistically regulare rheumatoid arthritis by suppressing interleukin-17 production and osteoclastogenesis. J Korean Med Sci

Armando Sarti, Medico

Manifesto dell’alimentazione per il terzo millennio – Le 8 “V”

Manifesto dell'Alimentazione

per il terzo millennio

le 8 "V"

di Armando Sarti

Vera, Viva, Verde, Varia, Vicina, Vigile, Vincente, del Ventunesimo Secolo

1. Vera

Naturale, cibo vero proveniente dalla terra sana, manipolato quanto meno è possibile, non trattato e processato dall’industria agro-alimentare delle multinazionali.

2. Viva

Fresca, vitale, buona, salutare, locale, biologica, stagionale, integrale, il cibo fermentato in modo naturale; preparata e cucinata con passione e amore per il gusto, la convivialità e il piacere del nutrimento.

3. Verde

Chiara e scura e di tutti i colori dell’arcobaleno, prevalentemente vegetale, spontanea o coltivata senza forzature, di stagione, di varie forme e struttura, cruda e cotta, privilegiando l’olio extravergine d’oliva, evitando gli sprechi e riciclando gli scarti per concimare la terra.

4. Varia

Un’ampia varietà di verdure, ortaggi, cereali, simil-cereali, legumi, frutta fresca e secca, piante aromatiche, spezie, pesce azzurro, alghe e una drastica riduzione dei latticini e della carne, particolarmente quella di animali allevati in modo intensivo e quella rossa, salata e conservata.

5. Vigile

Sana, per contrastare le malattie del ventunesimo secolo, consapevole, etica, basata sull’evidenza nutrizionale scientifica e sulle abitudini dei centenari delle popolazioni longeve in salute, sul rispetto per l’ambiente, la sostenibilità del pianeta e il benessere degli animali.

6. Vicina

La filiera corta, la produzione locale, i piccoli produttori, l’orto in giardino, in terrazza e in città, il commercio equo e solidale, i rivenditori affidabili, i mercati rionali, i gruppi di acquisto, l’industria etica e la suddivisione giusta e proporzionata del profitto fra tutti gli attori che contribuiscono alla produzione, distribuzione e vendita del cibo.

7. Vincente

Riconoscente, per crescere bene, per sentirsi in forma e in sintonia con gli altri e con il mondo, per il benessere di tutti, per un naturale invecchiamento in salute, per risanare e rendere sostenibile nel tempo l’ambiente in cui viviamo, per il rispetto per gli animali e per il mondo vegetale, per salvaguardare la biodiversità e l’ecologia, per consegnare a chi è nato da poco o deve nascere un pianeta vivibile, pieno di risorse e possibilità, per ricostruire un mondo in armonia, bello, in pace e più giusto.

8. Ventunesimo Secolo

Cioè un completo ripensamento attuale dell’alimentazione come tema antropologico essenziale per favorire una nuova biologia e biografia su questa Terra. Un nuovo Umanesimo.

Armando Sarti, Medico