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Covid 19: Dott. Burgio: La medicina territoriale non è ancora stata rafforzata abbastanza

La medicina territoriale non è ancora stata rafforzata abbastanza.

Covid 19: Dott. Burgio “La medicina territoriale non è ancora stata rafforzata abbastanza: Tracciamento, corridoi alternativi e diagnosi precocissima”.

Per affrontare un possibile aumento dei contagi nel nostro paese non si sta facendo tutto il possibile.
È il parere del dott. Ernesto Burgio, medico, esperto di epigenetica e biologia molecolare: “Serve sviluppare due strategie, che sono tipiche del territorio:
1) tracciare, quando si hanno piccoli cluster, i contatti antecedenti, quindi isolare subito i casi e i loro contatti;
2) creare corridoi alternativi che significa, e questo non è stato fatto, evitare che il virus dilaghi negli ospedali e negli altri luoghi di cura.
Inoltre servono strumenti di diagnosi precocissima, per esempio sulla saliva, anche se possono essere meno certi come risultati.”

Ma cosa si intende per corridoi alternativi e come crearli?

Per il Dott. Burgio in momenti di crisi “si può immaginare che possano essere usati gli ospedali militari che sono sottoutilizzati e che potrebbero diventare luoghi di triage, dove convogliare i casi sospetti invece che finiscano nei pronto soccorso”

Nell’intervista integrale abbiamo anche chiesto al dott Burgio se il virus ha subito variazioni e a che punto si è con il vaccino ed i farmaci specifici.

articolo di:

Corso di Epigenetica di pratica clinica

Corso di Epigenetica di pratica clinica

Medicina funzionale, epigenetica e modelli complementari nella pratica clinica quotidiana.

LA SCUOLA SI SVOLGERA’ IN MODALITA’ FAD SINCRONA  
DATE: 24 e 25 Ottobre 2020,  21 e 22 Novembre 2020,
19 e 20 Dicembre 2020,  16 e 17 Gennaio 2021,
13 e 14 Febbraio 2021,  13 e 14 Marzo 2021,  10 e 11 Aprile 2021

Responsabile Scientifico: 
Ernesto Burgio – Pediatra, ECERI European Cancer And Environment Research Institute – Bruxelles
Comitato Scientifico:
 P. Biava, M. Fioranelli, M. Miceli, P. Spaggiari

Evento svolto con il contributo incondizionato di EPINUTRACELL s.r.l.

PRESENTAZIONE
PERCHÉ UN CORSO DI EPIGENETICA DI PRATICA CLINICA
Il corso si propone di esaminare l’influenza dell’epigenetica (epi- prefisso greco che indica sopra a) sui modelli di comprensione della salute e della malattia nei principali ambiti delle specialità mediche.
L’epigenetica si occupa dei cambiamenti che influenzano il fenotipo senza alterare il genotipo: studia le modificazioni ereditabili che variano l’espressione genica, senza alterare la sequenza del DNA.
L’attivazione o meno dei geni del nostro DNA può favorire l’insorgenza di malattie o la permanenza in uno stato di salute; a determinare questa accensione sono moltissimi fattori in relazione a cosa mangiamo, cosa respiriamo, quanto stressiamo il nostro corpo e persino la nostra mente.

Convegno Nazionale di Biologia Quantistica

Convegno Nazionale di Biologia Quantistica

Le Nuove Frontiere della Biologia

I grandi progressi teorici nell’ambito della meccanica quantistica (QM), nella teoria quantistica dei campi (QFT) e nell’informazione e computazione quantistica e le numerose conferme sperimentali sono ormai universalmente accettati e riconosciuti nell’ambito della ricerca fisica.

Purtroppo, però, questo non vale nell’ambito della ricerca in biologia, dove l’aspetto quantistico è ancora ignorato e a volte visto con sospetto e mancano ricercatori che abbiano un sincero interesse per la biologia quantistica, anche se le possibili applicazioni ai sistemi biologici di fenomeni quantistici come quello della coerenza e della computazione quantistica sono ormai riconosciuti.

Questi fenomeni possono infatti permettere una migliore comprensione dei complessi meccanismi che regolano le interazioni tra le varie strutture biologiche, i processi genetici ed epigenetici, la morfogenesi e la formazione della coscienza.

La biologia quantistica è dunque un campo nuovo, estremamente interessante, che metterà la meccanica quantistica al servizio del vivente.

Cercheremo di introdurre tematiche di enorme portata, come la genetica e l’epigenetica quantistica, applicate a campi fondamentali come la biologia evoluzionistica, la biologia dello sviluppo e, soprattutto, il grande mistero della coscienza (sia in ambito fisiologico, che patologico).

Ricerche di frontiera e l’apertura di un più ampio dibattito su questi argomenti sono indispensabili per allargare l’orizzonte delle nostre conoscenze scientifiche e per sviluppare nuove applicazioni tecnologiche.

(G. Damiani; E. Burgio)

Per il programma dettagliato, informazioni e iscrizioni

(Quota ridotta entro il 24 maggio 2020)

Covid-19: Cronaca di una pandemia annunciata

Covid-19

Cronaca di una pandemia annunciata

di Ernesto Burgio

Ernesto Burgio
Medico Pediatra. E’ membro di importanti istituti e società scientifiche. ECERI EUROPEAN CANCER and ENVIRONMENT RESEARCH INSTITUTE (BRUXELLES); ARTAC (Association Association pour la Recherche Thérapeutique Anti-Cancéreuse; Membro del Gruppo COVID – SIPPS – SOCIETÀ ITALIANA DI PEDIATRIA PREVENTIVA E SOCIALE e del Gruppo di ricerca SCIENCE OF CONSCIOUSNESS Università di Padova. Ha fatto parte del Gruppo Children Environmental Health WHO. Si occupa di epigenetica e negli anni 1997/2005 e 2009/2010 si è occupato di allarmi pandemici per Influenza Aviaria (H5N1), SARS e H1N1/2009. 

Una delle affermazioni più infondate che sono circolate in questi drammatici due mesi di allarme pandemico in Italia è che la tragedia che stiamo vivendo non era prevedibile e prevenibile. Questo non è vero. Prima di tutto, perché per almeno venti anni, dai primi allarmi sull’influenza aviaria e poi sul Coronavirus della SARS, si sapeva che le probabilità di una pandemia erano alte. In secondo luogo, perché chi aveva affrontato questi problemi in quegli anni, di fronte al rapido espandersi dei casi in tutto il mondo aveva cercato di avvertire le istituzioni del pericolo imminente sollecitando provvedimenti efficaci: sorveglianza attiva sul territorio, informazione della cittadinanza, formazione e protezione degli operatori sanitari e soprattutto messa in sicurezza del sistema sanitario nazionale.

Purtroppo però l’Italia, al pari di quasi tutti i paesi europei (con la parziale eccezione della Germania) si è dimostrata del tutto impreparata e sta pagando un prezzo molto. A oltre due mesi dalla scoperta dei primi cluster epidemici e a cinquanta giorni dall’inizio della quarantena, la gran parte dei cittadini ha ancora difficoltà a orientarsi: è davvero così pericoloso questo virus e perché? Quanto a lungo dura la sua contagiosità? È vero che molti asintomatici sono contagiosi e per quanto tempo? Come si spiega l’enorme differenza tra quanto successo nelle regioni del Nord d’Italia e quelle del Centro-Sud? I fattori ambientali e climatici hanno avuto un peso, come sostengono alcuni? Come mai sono colpiti così duramente gli anziani e i soggetti affetti da ipertensione, patologie cardiovascolari e metaboliche? E come mai i bambini, almeno fino a questo punto, sembrano affetti raramente e comunque in forma non grave? È vero che anche per quanto concerne l’approccio terapeutico ci siamo fatti trovare impreparati? E per il futuro: possiamo aspettarci che una parte della popolazione, almeno nelle regioni più colpite, stia sviluppando un’immunità abbastanza stabile e duratura? Come lo si potrà verificare? E’ possibile sperare in un vaccino efficace in tempi relativamente brevi.

E infine: in che modo la cosiddetta task force per la fase 2 sta considerando questi fattori nella pianificazione e valutando le misure di contrasto nei confronti di un virus, che potrebbe minacciare a lungo la nostra esistenza? Quali scenari a breve e lungo termine, a livello medico-sanitario e psicologico-sociale possiamo ipotizzare?

Ernesto Burgio, Medico Pediatra

Ernesto Burgio: COME DIFENDERCI DALLA PANDEMIA

ERNESTO BURGIO, medico pediatra, esperto di biologia molecolare, è membro di importanti istituti e società scientifiche, come il Comitato Scientifico di ECERI European Cancer and Environment Research Institute (Bruxelles). Presidente del Comitato Scientifico SIMA e Membro del Gruppo COVID – SIPPS – Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale e del Gruppo di ricerca Science of Consciousness dell’Università di Padova. Ha fatto parte del Gruppo Children Environmental Health WHO. Si occupa di epigenetica e dal 1997 al 2005 si è occupato di emergenze e allarmi pandemici per Influenza Aviaria (H5N1) e SARS 1. #Covid19 Lo svilupparsi della pandemia pone alla comunità scientifica una sfida senza precedenti nella storia recente. Cosa è ragionevole attendersi nel breve e nel medio termine? Quali strategie possiamo oggi mettere in campo per contrastare l’epidemia, in Italia e all’estero? La sorveglianza attiva, oltre all’isolamento sociale, e la mappatura degli asintomatici positivi potrebbe dare un contributo decisivo per invertire la rotta degli attuali numeri? Proviamo a cercare e a confrontare risposte e soluzioni insieme al dottor Ernesto Burgio.

Coronavirus: “colpevole sottovalutazione, ora non abbassare guardia: d’estate potrebbe essere peggio”

Intervista con ERNESTO BURGIO, medico pediatra, esperto di epigenetica e biologia molecolare. Presidente del comitato scientifico della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) e membro del consiglio scientifico di ECERI (European Cancer and Environment Research Institute) di Bruxelles.

Nella comunità scientifica da anni si sapeva che c’era una classe di virus pronta a fare il salto di specie: siamo intervenuti tardi e male. ora la scommessa è non abbassare la guardia perché, come la Spagnola ci insegna, l’estate potrebbe essere addirittura peggiore” dice Burgio. Che accusa :”il sistema sanitario è stato colpevolmente indebolito proprio in un momento in sarebbe stato necessario rafforzarlo”.

   

Coronavirus: le proposte Sima e Cattedra Unesco per una rapida strategia sanitaria

Istituire corridoi sanitari alternativi stabili, accertare i casi effettivi e sintomatici, ricoverare in sedi appropriate i pazienti lievi e collocare quelli in condizioni più gravi in terapia intensiva, attrezzando anche gli ospedali militari.

Questo l’appello di Alessandro Miani, Presidente Sima, Ernesto Burgio, Presidente del Comitato Scientifico Sima, e Annamaria Colao, Chairman Cattedra Unesco “Educazione alla Salute e allo Sviluppo Sostenibile” per far fronte all’attuale emergenza sanitaria e salvaguardare la salute del personale medico e paramedico. “Di fronte alla minaccia per la salute psicofisica e per la stabilità socio-economica di intere comunità e dell’intero pianeta, come quella rappresentata dall’apparire sulla scena di un nuovo virus potenzialmente pandemico, sarebbe auspicabile prepararsi senza indugi a mettere in campo una strategia di risposta rapida, efficace e duratura, in grado di far fronte anche a eventuali scenari di massima pressione sul Sistema Sanitario Nazionale. Purtroppo, nei confronti di 2019nCoV sembrano ancora sussistere incertezze circa l’origine del nuovo coronavirus che avrebbe fatto il salto di specie, l’intrinseca virulenza dell’agente patogeno e l’attuale condizione epidemiologica di pandemia potenziale o conclamata”: la Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) e la Cattedra Unesco “Educazione alla Salute e allo Sviluppo Sostenibile” chiedono di mettere da parte pregiudizi e valutazioni ideologiche e di prendere in considerazione esclusivamente i dati scientificamente accertati. “Negli ultimi 25 anni numerosi “nuovi virus” sono emersi da serbatoi naturali (animali) e, in alcuni casi – affermano gli esperti –  è stato giustamente lanciato un allarme pandemico: così è avvenuto negli anni 1997/2002/2005 per l’orthomyxovirus aviario H5N1, nel 2002/2003 per il coronavirus SARS (Ceppo Urbani) e nel 2009 per l’H1N1 triplice ricombinante dell’influenza suina proveniente dal Messico. In tutti questi casi non si è verificata la temuta pandemia essenzialmente perché i nuovi virus non hanno acquisito le mutazioni necessarie a invadere la nuova specie”. “Nel caso di 2019nCoV la situazione sembra molto differente. Il virus è per oltre il 90% della sua sequenza master analogo a un coronavirus di pipistrello e presenta almeno 6 mutazioni nella Spike Protein e 2 nel sito di clivaggio, che gli permettono di legare con grande facilità i recettori ACE2 delle vie respiratorie umane e di essere estremamente contagioso e invasivo per l’uomo. Infatti, nel giro di pochi mesi il virus ha provocato decine di migliaia di casi diagnosticati e migliaia di morti accertate in Cina, diffondendosi rapidamente in tutto il pianeta”, continuano gli esperti di Sima e Cattedra Unesco. Pur nella impossibilità di prevedere con sufficiente certezza i tempi della pandemia in atto, Sima e Cattedra Unesco hanno proposto e ripropongono con determinazione “l’unica strategia sanitaria – affermano – in grado di mettere il nostro e gli altri Paesi nelle condizioni, da un lato di affrontare in modo efficace e duraturo questo e ogni altro possibile allarme o emergenza pandemica, dall’altro, di mettere in sicurezza il servizio sanitario pubblico e la salute degli operatori sanitari stessi. Questa necessaria, semplice e urgente strategia consiste nell’istituzione di corridoi sanitari alternativi stabili, finalizzati a canalizzare l’afflusso dei casi sospetti, accertare i casi effettivi e sintomatici, ricoverare in sedi appropriate i casi lievi e collocare in terapia intensiva i casi gravi, senza mettere a rischio i servizi di pronto soccorso e terapia intensiva degli ospedali”. “Ci sembra di poter riconoscere negli ospedali militari – attualmente sottoutilizzati – le strutture idonee e adattabili in tal senso, in tempi relativamente rapidi per l’attuale emergenza, per i possibili sviluppi della stessa e per analoghe emergenze prossime venture. Analogamente, si propone di riaprire gli ospedali più recentemente chiusi nell’ambito dei piani di riordino delle sanità regionali, spesso ancora perfettamente arredati e pronti ad essere dedicati esclusivamente ai ricoveri da COVID2019”, concludono gli esperti.

Fonte Ufficiale: https://bit.ly/3a2heoh

Coronavirus, tutto quelllo che c’è da sapere

Ecco un sunto di quel che sappiamo sul Covid-19 e come si può evitare il contago.

Epidemia di 2019-nCoV, o meglio di Covid-19 come ha chiamato l’Organizzazione mondiale della Salute (OMS) il nuovo ceppo di Coronavirus.  Stando ai dati attualmente disponibili e diramati come ufficiali dal Centro Europeo per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (ECDC) ci sarebbero oltre 80.000 casi accertati (numeri che domani potrebbero essere aumentati) di infezione da parte del nuovo coronavirus segnalato per la prima volta dalle autorità cinesi all’OMS il 31 dicembre del 2019, con 3.000 morti correlati.

Di qui il Position Paper della Società Italiana di Medicina Ambientale e della Cattedra UNESCO “Educazione alla salute e sviluppo sostenibile” che riportiamo integralmente perché ricco di informazioni, dati e proposte.

La fotografia del graduale espandersi dell’epidemia ci viene fornita dallo studio epidemiologico pubblicato il 17 febbraio scorso sul Chinese Journal of Epidemiology che conferma il dato di mortalità nettamente più bassa di questa nuova infezione (stabile al 2-3% per cento come previsto nei modelli elaborati a inizio anno dai ricercatori dell’Imperial College di Londra) rispetto alla SARS del 2002-2003, che con quasi 8.000 casi e circa 800 decessi arrivò a sfiorare il 10% di mortalità (ma giova ricordare che le polmoniti virali ricoverate annualmente negli ospedali italiani hanno un tasso di mortalità ricompreso tra il 5%  e 10%).

Sempre secondo i modelli elaborati dall’Imperial College di Londra, i soggetti sintomatici che entrano in contatto coi servizi sanitari e per i quali si formula quindi una diagnosi con positività dei test sarebbero solo il 10% del totale dei contagiati, per cui in Cina il virus avrebbe già infettato almeno 800.000 persone, che nel 90% dei casi risultano però asintomatici o affetti da lieve sintomatologia per cui resteranno senza diagnosi specifica. Se quindi la mortalità viene conteggiata sul totale dei contagiati anziché sul numero complessivo delle diagnosi effettuate, il tasso scende allo 0,3%.

Non siamo quindi davanti a minacce drammatiche come ad esempio il virus Ebola che ha una mortalità pari anche al 70% e per il quale è stata dichiarata l’emergenza sanitaria internazionale dall’OMS nello stesso giorno in cui tale decisione è stata presa anche per il nuovo coronavirus. A tal proposito, è opportuno rammentare che tra i criteri su cui l’OMS basa la dichiarazione di emergenza internazionale (International health regulations) al momento della segnalazione di un nuovo virus manca uno specifico “criterio della gravità” (presumibile) dell’infezione, tanto che tale classificazione è in fase di revisione; ciò anche perché al momento dell’insorgere di una nuova virosi non si può conoscere preventivamente quali conseguenze determinerà la circolazione del virus all’interno della popolazione. Tale dato è invece oggi disponibile e in via di consolidamento stante l’ampia fetta di popolazione interessata dall’infezione nella provincia di Hubei in Cina.

 

L’espressione della malattia e la gravità sembrano attualmente correlate allo stato di reattività immunitaria dell’ospite, rendendo gli anziani e le persone con immunodeficienze primitive o secondarie quelle maggiormente a rischio e richiedenti tutela. Nella maggioranza dei casi, il virus darebbe luogo a sintomi lievi-moderati, caratteristica che favorisce la possibilità di diffusione per contagio da parte dei soggetti sintomatici, ma ignari del fatto di essere veicoli di infezione. La possibilità di trasmissione aumenta ulteriormente se si considera che anche i soggetti asintomatici possono veicolare il virus.

È per questo che gli ambienti chiusi (indoor) rappresentano un potenziale luogo di facilitazione della trasmissione del coronavirus. Il fatto che si tratti di un “nuovo” virus, cioè sconosciuto al sistema immunitario dell’uomo, fa sì che non sia presente alcuna memoria immunologica nella popolazione, per cui chiunque è potenzialmente suscettibile di malattia e veicolo di infezione.  Ciò che differenzia questa nuova virosi dal quadro di decorso dell’influenza stagionale è invece il maggior numero di soggetti che richiedono cure intensive tra coloro che sviluppano i sintomi della malattia in maniera seria fino a richiedere ricovero ospedaliero cioè circa il 20% dei sintomatici (laddove si rammenta che i sintomi compaiono solo in 1 contagiato su 10). Ciò pone indubbiamente dei problemi di organizzazione sanitaria e disponibilità di posti letto ospedalieri, con particolare riferimento ai reparti di malattie infettive e terapie intensive esclusivamente dedicate.

 

Queste osservazioni, ed in particolare la bassa mortalità dovrebbe aiutarci a fare chiarezza sulla PERCEZIONE DEL RISCHIO ed evitare di farci prendere dal panico. Per spiegarci meglio, dobbiamo distinguere tra un BASSO rischio INDIVIDUALE per cui anche in caso di infezione soltanto i soggetti più debilitati potrebbero correre davvero seri rischi, a cui fa da contraltare un più rilevante rischio per la salute pubblica a livello di popolazione perché anche una mortalità dello 0,2% sull’intera popolazione o del 2% tra i soggetti con diagnosi confermata comporterebbe tantissimi decessi nella popolazione generale. È proprio questo il motivo per cui la Cina, così come nei primi focolai epidemici italiani, si stanno adottando misure di contenimento tanto eccezionali per ridurre e ritardare la diffusione del virus in attesa che la ricerca scientifica riesca a fornire risposte che molto probabilmente saranno rapide, oltre all’attesa possibilità di riduzione del contagio virale nel periodo estivo.

Se queste considerazioni possono contribuire ad un maggiore equilibrio nelle scelte e nei comportamenti della popolazione nei prossimi giorni, d’altra parte la comunità scientifica e le istituzioni hanno il dovere di riflettere seriamente sulle criticità emerse in occasione dell’attuale epidemia da coronavirus, per non trovarsi impreparati in futuro.

 

Alcune precisazioni di carattere più strettamente scientifico sono d’obbligo per chiarire che cosa differenzi  il 2019-nCoV dai comuni virus influenzali ovvero “che differenza c’è tra un virus influenzale come l’H1N1 o l’H3N2 che circolano il primo in buona sostanza dal 1918, il secondo dal 1968 e virus ricombinanti emergenti da pochi mesi o anni da serbatoi animali naturali o artificiali come i vari H5N1, H9N2, H7N7 degli allarmi aviari degli ultimi vent’anni (1997/2005) e i coronavirus 2002/2003 e 2019/2020”. È necessario sottolineare che mentre nei confronti di virus che circolano da anni/decenni i sistemi immuno-competenti umani sono in grado di rispondere in modo efficace e adeguato, contro i nuovi virus – cioè contro virus che hanno fatto da poco il cosiddetto “salto di specie”  i nostri sistemi immunocompetenti tendono a reagire in modo pericoloso, sia per eccesso, sia per difetto. Un esempio del primo caso, cioè di una iper-reazione, sono la cosiddetta “tempesta di citochine”e  le “polmoniti emorragiche” da drammatica risposta immuno-infiammatoria tipica dei casi di aviaria (1997/2005)o dei virus emorragici come Ebola o Marburg. Ovviamente come casi di risposta insufficiente basta pensare alla frequente morte da polmonite meta-influenzale di persone immunodepresse o anziani.

Un fattore fondamentale da sottolineare è la contagiosità dell’attuale coronavirus. Bisogna ricordare infatti che i virus non sono microrganismi in senso stretto, ma “acidi nucleici impacchettati” che vivono trasferendosi nell’ambito della biosfera in genere in equilibrio simbiotico con delle specie-serbatoio (ad esempio gli uccelli migratori per i virus influenzali) e che – in genere – per situazioni di particolare stress/pressione ambientale, possono fare il “salto di specie” invadendo altre specie animali i cui sistemi immunocompetenti inevitabilmente faticano a raggiungere un equilibrio (tolleranza) con essi .

Quello che è avvenuto a partire dagli anni ‘90 del secolo scorso è che molti virus animali sono passati dal loro serbatoio animale/naturale all’uomo: gran parte delle malattie acute emergenti sono infatti zoonosi. In questo caso è sufficiente accennare al SIV/HIV e ad altri retrovirus e soprattutto ai tanti sottogruppi di orthomyxovirus influenzali (H5N1, H5N2, H5N3, H7N1, H7N7, H9N2..) che sono passati dai volatili (sia migratori, sia stanziali in allevamenti e mercati) all’uomo in genere a causa delle condizioni di “pressioni” non naturali. Ed è estremamente importante sottolineare che se questi virus non sono, almeno fino a oggi, diventati pandemici, è essenzialmente perché, per nostra fortuna, non hanno acquisito le mutazioni chiave, in particolare nel gene codificante per la proteina in grado di agganciarsi ai recettori delle vie aeree superiori umane (HA – emoagglutinina).

È per questo motivo che H5N1 e gli altri influenzali ricombinanti hanno fin qui determinato solo casi sporadici e gravi – caratterizzati da polmoniti emorragiche e shock sistemici – soltanto in soggetti direttamente esposti a grandi cariche virali per motivi professionali. È al contempo importante sottolineare che non ha alcun senso affermare, come purtroppo molti hanno ripetuto anche in questi giorni, che si è trattato di allarmi infondati o addirittura strumentali, magari finalizzati alla vendita di farmaci e vaccini (sic). Una caratteristica tipica di questo tipo di agenti patogeni è infatti che in un primo momento si assiste ad un adattamento molecolare parziale/progressivo alla nuova specie, seguito da un adattamento migliore (che paradossalmente rappresenta il momento di maggior pericolo): solo così infatti, adattandosi ai recettori delle vie respiratorie, il nuovo virus può con facilità penetrare e diffondersi all’interno dell’organismo ospite: è quello che accadde nel caso della grande Pandemia Spagnola di inizio ‘900 allorquando ad un primo periodo di mortalità significativa ma non drammatica, fece seguito dopo alcuni mesi il vero e proprio picco.

 

A questo punto dobbiamo ricordare che le principali pandemie virali del secolo scorso sono state:

  • la cosiddetta Spagnola (da H1N1/1918 1920), quella di gran lunga più drammatica con 50-100 milioni di morti stimati (e una letalità maggiore del 2,5%) che fece un numero di morti 5/10 volte più della “grande guerra” mondiale che l’aveva preceduta (e almeno in parte co-determinata);
  • la cosiddetta asiatica (da H2N2/1952) che avrebbe causato circa 1-2 milioni di decessi;
  • la cosiddetta Hong Kong (da H3N2/1968), probabilmente di dimensioni minori.

E possiamo sottolineare come l’H1N1 sia rimasto, da un secolo a questa parte (pur con un mai ben chiarito periodo di eclissi tra 1957 e 1977 e continue mutazioni che ne hanno mantenuto la patogenicità), presente tra noi, mentre l’H2N2 è stato sostituito dall’H3N2 che è l’altro Ortomyxovirus tuttora presente.
È grazie a questa grande capacità di trasformazione sia genetica, sia antigienica, che i virus influenzali continuano a rimanere patogeni pericolosi mietendo ogni anno centinaia di migliaia di morti, generalmente tra le persone più fragili. Ed è anche noto come alcune ondate epidemiche dovute a sottotipi aggressivi avrebbero fatto in alcune annate probabilmente più vittime che quella del 1968. Rimane il fatto che da decenni ci si aspetta una nuova pandemia e a questo proposito possiamo sottolineare che anche quanto successo nel 2009 richiede un chiarimento: il famoso triplice ricombinante della discussa pandemia messicana circolava infatti già da almeno due anni ed era essenzialmente un ricombinante del solito H1N1 del 1918, che avrebbe fatto un discreto numero di vittime pur essendosi trattato di una pandemia che si è autolimitata.

Per quanto concerne infine il Coronavirus della SARS 2002/2003, si trattò probabilmente di un virus ricombinante piuttosto instabile, forse emerso da deprecabili sperimentazioni in ambito veterinario (ancora una volta in Cina), che diventò rapidamente contagioso, ma fece tutto sommato poche vittime: probabilmente un migliaio, essenzialmente tra Cina e Canada, colpendo soprattutto il personale medico e paramedico (rischio gravissimo che dovremmo assolutamente cercare di scongiurare anche oggi e in futuro, in una situazione in cui si sta diffondendo nel mondo un virus abbastanza simile).

Con queste semplici, forse semplicistiche, ma necessarie premesse, possiamo capire quanto sia sbagliato paragonare ai “comuni virus influenzali” l’attuale coronavirus che deve essere definito un “pandemico potenziale” perché in grado di determinare sia polmoniti gravi iper-reattive, sia di uccidere persone immunodepresse, sia di diffondere orizzontalmente da uomo a uomo e che è oltretutto caratterizzato da due ulteriori fattori di rischio: il lungo periodo di incubazione (fino a due o anche tre settimane secondo alcune osservazioni in Cina) che ne rende praticamente difficilissimo il confinamento, per via del possibile stato di portatore sano dei contagiati asintomatici, lievemente sintomatici o non ancora sintomatici.

Tutto ciò premesso, si conclude che:

– la priorità assoluta e urgente è quella di salvare il sistema sanitario e salvaguardare il personale medico e paramedico, evitando che l’assalto agli ospedali e soprattutto ai servizi di pronto soccorso (che deriverebbe dal panico dovuto a un numero significativo di decessi) ne faccia i luoghi più pericolosi (in particolare per il personale stesso) e di maggior diffusione della pandemia stessa;

– l’unica strategia (lo ripetiamo, necessaria e urgentissima) è, a questo punto, la realizzazione di corridoi preferenziali in cui poter canalizzare l’eventuale afflusso di migliaia di casi o supposti tali nei prossimi giorni o mesi. A tal fine si propone di attrezzare rapidamente gli ospedali militari delle grandi città (attualmente quasi inutilizzati) in modo tale da trasformarli in breve tempo in centri di diagnosi, isolamento, e smistamento per i casi necessitanti terapia intensiva.

Fonte Ufficiale: https://bit.ly/2VlXbvO

Coronavirus, evidenza scientifica e fake news

Coronavirus, evidenza scientifica e fake news

di Armando Sarti

In questi giorni siamo tutti bombardati, soprattutto tramite il web, da una mole consistente di notizie vere o presunte e aggiornamenti sui vari temi legati all’infezione del nuovo coronavirus, Covid-19. Fra le notizie ricorrenti si raccomanda l’assunzione di vitamina C ad alte dosi, l’aglio, l’acqua all’ozono, liquidi caldi, bere aceto… e così via, per rimanere immuni dall’infezione del virus.

Lasciamo da parte l’ipotesi “complottistica”, sostenuta indirettamente dalla diffusione del servizio del TGR del 2015, riguardo al rischio della diffusione di virus simili a quello che ha provocato la SARS, modificati dai ricercatori in Cina. Gli scienziati che conoscono a fondo queste metodiche di ricerca hanno chiarito che è molto facile, tramite l’esame delle sequenze del patrimonio genetico virale, distinguere un virus selvaggio, cioè evoluto spontaneamente nell’ambiente, da un virus ottenuto in laboratorio. Per quanto riguarda il Covid-19 gli studiosi concordano nel sostenere che questo virus ha un’origine naturale.

Molte delle raccomandazioni che si trovano in rete sono del tutto infondate e possono provocare comportamenti inopportuni, se non pericolosi.

La vitamina C è indispensabile per l’organismo umano, che non è capace di sintetizzarla e deve quindi assumerla con gli alimenti, anche per una valida risposta alle infezioni, ma c’è molta differenza nel mangiare frutta e verdura fresche, ricche della vitamina, rispetto all’assunzione di dosi eccessive da prendere come farmaco o integratore, per le quali non esiste alcuna prova di efficacia né preventiva né di cura per il nuovo coronavirus.

L’aglio ha tutta una serie di effetti favorevoli ben dimostrati per l’organismo, particolarmente per la circolazione del sangue e la regolazione della pressione arteriosa. In effetti presenta anche un’azione protettiva nei confronti di vari virus, ma non esiste al momento alcuna ricerca controllata che stabilisca l’efficacia per quanto riguarda il Covid-19. Certamente l’aglio in cucina migliora il gusto di tantissimi piatti e l’effetto indesiderato sull’alito, mangiandolo tutti insieme in famiglia, è meno probabile che disturbi gli altri, in questi tempi di segregazione casalinga.

Non risulta che le bevande calde abbiano azioni specifiche sul virus, ma un tè o una tisana risulta molto gradevole e confortante, sia per chi sta bene che per chi è affetto da raffreddore, mal di gola e tosse. Anche Il brodo caldo, sia vegetale che di pollo, è molto gradito nella stagione fredda e può avere un’azione antinfiammatoria secondo alcune ricerche.

È bene diffidare delle tante notizie fasulle che circolano ampiamente, attenersi alle fonti affidabili e controllate e consultare nel dubbio il proprio medico, per un’informazione corretta.

Quello che è sicuramente dimostrato è che uno stato nutrizionale favorevole e un’alimentazione equilibrata risultano importanti per fronteggiare le infezioni.
È noto che quasi la metà dei pazienti ricoverati negli ospedali presenta malnutrizione, per un apporto in difetto, o in eccesso, di nutrienti. Più spesso i pazienti sovrappeso sono malnutriti, a causa di un’alimentazione monotona, ricca di zucchero, sale e grassi industriali di cattiva qualità e povera di vegetali freschi e proteine ad alto valore biologico (pesce, cereali e legumi, frutta secca, uova), provocata dal consumo prevalente di prodotti trattati e conservati dell’industria multinazionale di alimenti.

L’obesità coesiste spesso con la malnutrizione e provoca uno stato di infiammazione cronica di tutto l’organismo che non può che peggiorare gli effetti infiammatori degli agenti infettivi, virus compresi. In effetti, il danno polmonare causato dal coronavirus attuale non dipende solo dall’aggressione virale, ma anche dalla violenta reazione immunitaria infiammatoria dell’organismo che finisce per danneggiare i vari organi.
Varie ricerche evidenziano l’importanza dell’apporto alimentare di vitamine, particolarmente la vitamina A, la vitamina C, la vitamina D, la vitamina E e tutte le vitamine del gruppo B, nella resistenza alle infezioni. Chi non ne assume in quantità sufficiente è più esposto all’aggressione dei microrganismi e presenta una risposta immunitaria meno efficace. Queste vitamine proteggono i tessuti dai danni causati dalle infezioni. Sull’importanza della vitamina D ho già scritto in questo blog. Un ruolo particolare sembra abbia la vitamina B3 (nota anche come vitamina PP), ben rappresentata nel pesce azzurro, nelle carni bianche, nelle arachidi e nei cerali integrali, per un effetto antinfiammatorio specifico nel polmone malato.
Fra gli altri fattori alimentari utili nella resistenza alle infezioni figurano lo zinco, il selenio e gli acidi grassi Omega3.
Lo zinco è presente soprattutto nelle vongole e cozze, nei semi oleosi, nei legumi, in vari vegetali, nelle carni e nel cacao. Il selenio si trova nei prodotti di origine animale, come il pesce, la carne e le uova, ma anche nei legumi, cereali integrali e nei funghi.

Il consumo di pesce azzurro risulta importante anche per l’apporto di acidi grassi Omega3, sostanze che l’organismo umano non è capace di sintetizzare dai precursori, soprattutto con l’età che avanza. Il pesce azzurro apporta quantità consistenti di Omega3 ed è pertanto consigliato un paio di volte alla settimana.
Un apporto di verdure, non meno di cinque porzioni al giorno, è consigliato da tutte le linee guida di nutrizione, anche per non far mancare le fibre alimentari, indispensabili per l’equilibrio della flora batterica intestinale, il microbiota. Sia le fibre insolubili dei cereali integrali e delle verdure, che quelle solubili, presenti soprattutto nella frutta, nell’avena e nei legumi, sono indispensabili per favorire la proliferazione intestinale dei germi protettivi, a scapito dei germi pericolosi per la salute.

I probiotici, tanto reclamizzati, possono rivelarsi utili se ben preparati, ma esercitano effetti transitori se non si provvede a fornire al microbiota protettivo, con l’alimentazione vegetale, le fibre nutritive necessarie per proliferare.

In definitiva un’alimentazione equilibrata e varia, ricca di frutta, verdure e ortaggi freschi, cereali integrali, legumi e pesce assicura l’assunzione di tutti i nutrienti necessari per stare in salute e aiuta certamente anche per far fronte ai rischi infettivi.

La pozione magica non esiste neanche per i coronavirus, ma molto si può ottenere in termini di resistenza all’infezione, o di rapida risoluzione senza aggravamenti, con uno stile di vita sano, che comprenda, oltre a un’adeguata alimentazione, anche l’esercizio fisico e una riduzione dello stress.

Per approfondire:

Armando Sarti, Medico