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CASA DOLCE CASA

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Cosa succede alle case degli italiani con la nuova direttiva Europea sulle case green?

Il 14 marzo scorso il Parlamento Europeo ha approvato la revisione della vigente Direttiva Europea sulla prestazione energetica degli edifici, la EPBD 2010/31 UE.

Pur trattandosi di una normale evoluzione nell’alveo di un percorso iniziato da decenni, frutto di una serie di azioni coerenti e coordinate,

questa volta il legislatore ha impresso una forte accelerazione e posto obiettivi molto ambiziosi e impegnativi, che rischiano di mettere a dura prova il sistema paese Italia e stanno suscitando notevole preoccupazione a tutti i livelli, da quelli istituzionali fino ai singoli cittadini.

Il provvedimento impone agli Stati membri di adeguare il patrimonio edilizio, esistente e di futura costruzione, a standard di prestazione molto elevati, per giungere alla decarbonizzazione dell’intero sistema entro il 2050, alla luce della situazione geopolitica e climatica in cui ci troviamo.

Secondo il testo approvato, dopo una serie di modifiche ed emendamenti, gli edifici residenziali esistenti dovranno raggiungere almeno la classe energetica E nel 2030 e almeno la classe D nel 2033.

Gli edifici residenziali di nuova realizzazione dovranno essere a zero emissioni già dal 2028 e adottare tecnologie di produzione di energia dal sole.

Gli edifici esistenti dovranno adottare tecnologie solari dal 2032, ove tecnicamente possibile.

Gli edifici non residenziali e gli edifici pubblici hanno altri limiti, più stringenti, che anticipano gli obiettivi di prestazione appena enunciati per gli edifici residenziali di 2 o tre anni.

Le reazioni dell’Italia a tutto questo sono state del tutto inadeguate e hanno mostrato la atavica mancanza di consapevolezza del problema che il legislatore europeo cerca di affrontare, sia da parte della politica che da parte del cittadino.

I titoli dei giornali e le dichiarazioni sui media si sono concentrate sulla visione di una “dittatura europea che mette le mani nelle tasche degli italiani” verso la quale il governo italiano si opporrà. Sono state accampate motivazioni che appaiono come le scuse di chi è impreparato all’interrogazione a scuola, del tipo che il nostro Paese ha un patrimonio edilizio storico, contrariamente agli altri Paesi europei il cui parco edilizio è di recente costruzione,

oppure che le tempistiche della direttiva sono troppo stringenti visto lo stato di inefficienza in cui versano ancora i nostri edifici,

e ancora che non abbiamo misure di sostegno alle opere di riqualificazione o maestranze e professionisti con le idonee competenze… In altre parole l’Italia chiede più tempo.

Il problema invece è che l’ultimo rapporto dell’IPCC, appena pubblicato, riduce ulteriormente la finestra temporale in cui si dovrà intervenire per scongiurare il peggio e rallentare per poi arrestare la crisi climatica. Addirittura parla di soli 7 anni!!

Ma, senza entrare nello scontro tra catastrofisti e negazionisti dell’emergenza climatica, se si ripercorre la nostra storia recente si incontrano una serie di occasioni perdute che, se ben sfruttate come opportunità, avremmo potuto essere più pronti alla transizione energetica, ormai inevitabile e ineluttabile.

Le elenco per sommi capi:

  • dopo la guerra del Kippur, quando i paesi dell’Opec chiusero i rubinetti delle forniture di greggio all’Europa, l’Italia mise in atto alcuni provvedimenti di Austerity come la circolazione delle auto a targhe alterne e le domeniche senz’auto. La Danimarca cominciò certificare le prestazioni energetiche degli edifici. Da noi entrò in vigore la legge 373/76, la prima sul contenimento dei consumi energetici in edilizia, per gli edifici di nuova costruzione.
  • Nel 1991 fu emanata la Legge 10/91, entrata pienamente in vigore con il Decreto attuativo 412/94, in cui si classificava il territorio in zone climatiche, dalla A alla F
  • e si stabilivano nuovi criteri di calcolo e nuovi limiti ai consumi energetici e alle emissioni climalteranti. Questa legge aveva un articolo che prevedeva la certificazione energetica degli edifici ma non du ma emanato il relativo decreto attuativo e perdemmo un’occasione che ci avrebbe fatto guadagnare tempo rispetto ad oggi, sulla scia delle certificazioni degli elettrodomestici, ormai molto efficienti.
  • nel 2005, il D.Lgs 192/05 in recepimento della Direttiva UE sulla prestazione energetica defli edifici, introduce già alcuni degli obiettivi attuali e rende obbligatoria la certificazione energetica degli edifici, con scadenze progressive dal 2007 al 2009, ogni volta che si ha una compravendita, una locazione o una ristrutturazione importante. Il risultato nel nostro Paese è l’aver visto l’obbligo di certificazione dei consumi dell’edificio come ulteriore balzello piuttosto che come opportunità di miglioramento e di risparmio sulla bolletta. Questo ha portato alla svendita di APE (Attestato di Prestazione Energetica) al minor prezzo e, di conseguenza, fatte al risparmio e quindi praticamente inutili. Altra occasione persa!
  • Da circa 25 anni, i vari governi hanno messo in campo una serie di misure di incentivazione degli interventi di ristrutturazione ed efficientamento degli edifici, con varie aliquote di detrazione fiscale, dal 36% al 50% al 65% al 90%, che hanno conseguito minori risultati rispetto alle previsioni, a causa dei continui ripensamenti e modifiche del legislatore, che hanno generato incertezza e sfiducia da parte dei cittadini, dei professionisti e degli addetti ai lavori.
  • Nel 2020 arriva il tanto controverso superbonus 110%, oggetto di inspiegabili attacchi da più parti, basati su una narrazione quanto meno imprecisa che parla di truffe milionarie ai danni dello Stato. Truffe che, dati alla mano, sono concentrate sul bonus facciate e prevalentemente in seno a Poste Italiane, ente dello Stato. Una misura che, sebbene scritta male e attuata peggio, anticipava gli obiettivi europei incentivando e promuovendo la riqualificazione energetica degli edifici che migliorassero le loro prestazioni di almeno due classi. Ennesima occasione persa, per una serie di cambi in corsa delle regole del gioco e per la decisione finale di mettere fine per decreto alla cessione del credito e alla misura stessa a partire dal 2023. Questo ha lasciato migliaia di cittadini e di imprese con studi di fattibilità in sospeso, lavori in corso e crediti maturati nei cassetti fiscali che non vuole più nessuno, esponendo molte imprese al rischio reale di fallimento, con tutte le ripercussioni che ne conseguono sull’intera filiera.

Dopo tutte queste occasioni mancate, oggi ci ritroviamo a dibattere su nuovi incentivi finanziari e fiscali, nuove semplificazioni procedurali e quant’altro quando sarebbe bastato portare avanti, implementare, migliorare tutte le misure che si sono succedute negli anni e dare vita ad un quadro unitario e coerente per addirittura anticipare gli obiettivi posti in essere dall’Europa.

Ma, detto tutto ciò, che fare oggi?

Da cittadino e da addetto ai lavori credo che sia giusto vedere questa Direttiva, più che come un obbligo oneroso, come opportunità di investimento con numerosi risvolti positivi:

  • migliorare le prestazioni energetiche dell’edificio, con abbattimento dei costi in bolletta,
  • migliorare il comfort ambientale interno grazie a pareti più isolanti e impianti più performanti,
  • aumentare il valore dell’immobile con dotazioni nuove che ne protrarranno la vita utile nel tempo,
  • ridurre o eliminare la dipendenza da fonti fossili, causa di conflitti nel mercato che hanno ripercussioni sociali ed economiche, fino ai risvolti bellici,
  • ridurre le emissioni di gas climalteranti con benefici ambientali sul clima in generale e sul microclima e l’inquinamento locali,
  • sfruttare un pacchetto di incentivi disponibili, ai vari livelli, in un momento che durerà a lungo prima che diventi obbligo a totale carico del cittadino,
  • innalzare il livello di competenze di professionisti, imprese, produttori di sistemi e componenti, con conseguente creazione di posti di lavoro e nuova economia.

In altre parole, se è vero che il mercato immobiliare comincia a risentire della notizia secondo la quale gli immobili nelle classi F e G non potranno essere nè compravenduti nè locati nel giro di pochi anni, non resta che seguire la rotta tracciata dall’Europa e approfittare della congiuntura per effettuare lavori di miglioramento al proprio immobile, in un’ottica di lungo periodo.

 

Diversamente incorreremmo nell’ennesima procedura di infrazione con multe salate, sempre sulle spalle del contribuente.

A questo punto occorre precisare che sono previste deroghe e supporti per le categorie fragili, che non avrebbero la possibilità di investire nelle opere di riqualificazione, per gli edifici storici, vincolati o meno, per gli edifici temporanei e per i luoghi di culto.

Perciò, niente panico e speriamo che il nostro Paese possa dar luogo ad un recepimento della Direttiva (entro 2 anni dall’entrata in vigore definitiva) che sia conveniente per i cittadini, le imprese e tutti gli attori, con particolare riferimento alle generazioni future che si troveranno ad affrontare la crisi climatica ormai in atto.

In tutto questo, ciascuno dovrà svolgere il suo ruolo, possibilmente in un agire coordinato dal pubblico che ne assuma la regia e sappia coinvolgere adeguatamente i settori privati e i cittadini in un’ottica di far di necessità virtù, secondo il proverbio popolare cinese  che recita:“quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri e altri mulini a vento”

Quali gli interventi possibili?

La sostituzione di una caldaia a gas con un pompa di calore elettrica è senz’altro uno degli interventi più remunerativi in termini di efficienza e di “salto di classe” energetica. Se poi l’edificio fosse in area in cui è consentita l’installazione di una caldaia a biomassa (pellet, cippato, legna o misto) la sola sostituzione di una caldaia esistente a gas o GPL o gasoli, sarebbe sufficiente a salire di oltre due classi.

Un altro intervento relativamente semplice da realizzare, con impatto limitato sull’edificio, à la sostituzione dei serramenti esterni. Qui il risultato dipende dalla tipologia di infisso da cui si parte. Basti tener conto che un infisso con telaio in legno e vetro singolo ha un valore di trasmittanza U pari a 4,9  W/mqK mentre un serramento con triplo vetro e doppia camera d’aria con gas argon e pellicola bassoemissiva ha una U pari a 0,8 W/mqk. Si capisce bene che se si ha una superficie finestrata ampia i benefici possono essere importanti. Se si abbina questo intervento alla sostituzione della caldaia è molto probabile che si raggiunga lo scopo di aumentare di due classi la prestazione energetica dell’immobile.

Infine abbiamo gli interventi sull’involucro esterno, cioè pareti e tetti, mediante l’applicazione di cappotti termo-isolanti. Questo è sicuramente l’intervento più efficace ma è anche quello più impattante e costoso, da prendere in considerazione nei casi in cui è opportuno intervenire su tetto e facciate per il loro rifacimento a causa del degrado per vetustà o per altre ragioni. In questo caso è ovvio che l’intervento debba tener conto dell’istanza energetica, fermo restando che se si interviene per più del 25% del totale delle superfici disperdenti, la coibentazione è già obbligo di legge vigente.

Infine è bene porre l’attenzione sull’opportunità di adottare energia rinnovabile per soddisfare il fabbisogno, ridotto dagli interventi di efficientamento. Tipicamente installare impianti solari termici per produrre acqua calda sanitaria o integrare il riscaldamento degli ambienti, o installare impianti fotovoltaici per la produzione di energia elettrica con cui alimentare la pompa di calore elettrica che ha sostituito la caldaia a gas.

Come si può dedurre da queste brevi note, è evidente come le opzioni possibili siano varie e che non esistano ricette preconfezionate. Occorrerà rivolgersi a professionisti competenti che possano occuparsi di effettuare gli studi, i calcoli e le valutazioni tecnico-economiche dei vari interventi, caso per caso, ipotizzando lo scenario più idoneo per la committenza.

Ma soprattutto bisognerà seguire l’evoluzione normativa perchè l’argomento è particolarmente fluido perchè i Paesi membri hanno situazioni eterogenee e useranno le loro reciproche influenze per modificare i contenuti della Direttiva, apportando modifiche anche nella fase di recepimento. Noi cercheremo di tenervi aggiornati. Stay tuned.

 

 

 

Egidio Raimondi

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